Roberto Cingolani non sarà più l’amministratore delegato di Leonardo e sarà sostituito dal direttore generale Lorenzo Mariani. Lo ha deciso il governo di Giorgia Meloni nel quadro di una tornata di nomine delle società partecipate pubbliche (Leonardo vede poco meno di un terzo del capitale in mano al Ministero dell’Economia e delle Finanze) improntata su altri fronti (Eni, Enel, Poste Italiane) a una sostanziale continuità. La fine dell’era Cingolani, contraddistinta da indubbi risultati positivi sul piano finanziario e dei ricavi, mostra quanto il sistema-Difesa sia giunto a un vero e proprio bivio e ora dovrà essere l’industria a dettare la linea.
Perché Meloni chiude l’era Cingolani in Leonardo
Cingolani, secondo diverse ricostruzioni di stampa, paga un rapporto deteriorato con chi l’aveva proposto tre anni fa, proprio Meloni, che promosse l’ex Ministro della Transizione Ecologica del governo Draghi e fisico di fama internazionale alla guida della maggiore azienda italiana della Difesa. In secondo luogo, avrebbe avuto delle frizioni con l’apparato militare italiano per delle divergenze su diversi programmi: Cingolani, in particolare, sarebbe andato in testacoda annunciando il progetto di difesa aerea integrata Michelangelo Dome accolto con scarso entusiasmo dagli alleati europei dell’Italia. Infine, a questa asimmetria si sarebbe aggiunta l’assenza di una strategia concreta su alcune tecnologie, come i droni, dove Leonardo si è rivolta alla partnership con la turca Baykar.
La parabola di Cingolani
Può un Ceo che ha visto quintuplicato il valore della sua azienda e che lascia con ricavi che sfiorano i 20 miliardi di euro essere giubilato? Evidentemente sì, ma va sottolineato che più che una bocciatura di Cingolani l’avvicendamento con Mariani, che peraltro ricopre anche la carica di amministratore delegato di Mbda Italia, mostra la volontà di accelerare sul piano industriale il riarmo. E, anzi, mostra che la missione primaria del Ceo uscente è riuscita: far decollare il riarmo italiano, a colpi di dichiarazioni sull’urgenza (il riarmo che “non si può rimandare“) e frasi ad effetto (“serve una pace armata“) pronunciate da una figura che ha attraversato fasi diverse della sua carriera e parla da scienziato divenuto manager.
Cingolani ha reso “pop” Leonardo, ne ha sdoganato la presenza istituzionale e non solo industriale, ha dribblato le accuse (come quella del sostegno a Israele) e, in un certo senso, il passaggio indenne, sul piano politico, del progetto di riarmo del governo Meloni si deve anche al nuovo ruolo della sua azienda. Il fisico già direttore dal 2005 al 2019 dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) promosso dal Ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti durante il governo Berlusconi II, vicino a figure di spicco del panorama politico come Beppe Grillo e Matteo Renzi, chiamato poi in Leonardo come capo del dipartimento innovazione prima della sua ascesa a super-ministro con Mario Draghi e della visibilità impressagli dalla crisi energetica del 2022 seguita all’invasione russa dell’Ucraina ha avuto un ruolo decisivo nel concretizzare la svolta nazionale sulla Difesa dopo che Meloni lo chiamò in sostituzione di Alessandro Profumo nel 2023.
Dalla filosofia all’industria, come cambia il riarmo italiano
Cosa resta tre anni dopo? Risultati ineludibili ma anche tante necessità da concretizzare, e in tal senso Mariani garantisce maggiore concretezza. Il portale X Free4Future, commentando la sostituzione di Cingolani, in un’analisi forse eccessivamente dura in alcuni punti (specie all’inizio) tocca però due punti critici che è bene sottolineare : da un lato, la necessità per Leonardo di passare a una fase più scientifica, perché la difesa è un cosiddetto mercato in monopsonio, dove un cliente, i governi, si confronta con diversi fornitori e “un’azienda della difesa che sviluppa programmi non allineati alle priorità del committente non sta esercitando la sua autonomia industriale”, mentre in termini di priorità”per i droni, nel frattempo, Leonardo deve appoggiarsi alla Turchia. Helsing, startup tedesca nata nel 2021, vale già il 40% della capitalizzazione di Leonardo”. Per Free4Future Mariani, che in Mbda ha seguito soprattutto il fronte dell’approvvigionamento antiaereo e missilistico, “sa cosa vuol dire consegnare un prodotto”.
La fase di Cingolani è stata contraddistinta dalle grandi alleanze di Leonardo. Una su tutte: il Global Combat Air Program, la cui accelerazione si deve anche all’ex direttore dell’Iit. Ma anche la partnership con Rheinmetall sui carri armati è farina del sacco di Cingolani, e in fin dei conti sarà la storia a decidere se sui droni la scommessa su Baykar abbia pagato o se, come dice Free4Future, Leonardo avrebbe fatto meglio a guardare altrove. Ma a prescindere da tutto, ormai si dovrà ragionare più di commesse, procurement e industrializzazione. Altrove, dalla Germania agli Usa, i contractor della Difesa sono sotto pressione dei governi per garantire la prevista tempistica ai piani di espansione della base industriale della Difesa. Sarà così anche per Leonardo, che vanta sia un portafoglio ordini nazionale consistente che importanti commesse estere? Plausibile, e il passaggio della regia da Cingolani a Mariani si spiega anche per questo motivo. Ma a suo modo, Cingolani ha avuto successo: politicamente, nelle alte sfere romane non si parla più di discutere “se” il riarmo sia da portare avanti o meno ma di “come” concretizzarlo. E tanti dibattiti pubblici sul tema del cambio della guardia a Piazzale Montegrappa hanno dimenticato di sottolineare questo tema fondamentale.