Il collasso del governo afghano di fronte all’avanzata dei talebani iniziata a maggio e conclusasi il 15 agosto scorso con la presa di Kabul apre diverse sfide per i servizi segreti occidentali, che ora dovranno osservare con crescente attenzione il Paese centroasiatico. La sensazione di queste ultime settimane è che dopo una serie di complessi errori e di vere e proprie cantonate prese negli ultimi anni l’intelligence, apparati Usa in testa, abbia nell’epilogo della questione afghana letto con schietto realismo la questione. Quanto dimostrato dal New York Times circa l’esistenza di avvertimenti chiari sul possibile tracollo dell’Afghanistan dopo il ritiro Usa elaborati dai servizi statunitensi e ignorati dall’amministrazione Biden pare confermarlo, così come è stato purtroppo confermato quanto riferito nei rapporti che davano altamente probabili attentati attorno all’aeroporto di Kabul nella fase finale dell’evacuazione.

Ora per le intelligence occidentali si apre una nuova sfida: quella di monitorare il futuro sviluppo dell’Afghanistan talebano e gli scenari internazionali in cui il regime di Kabul potrà essere inserito. Diverse sono le partite che riguardano direttamente sia i talebani sia la loro futura condotta in un caso che è un unicuum nella storia recente: il sovvertimento e la sostituzione pressoché integrale di un governo e dei suoi apparati ad opera di una forza di guerriglia sull’intero territorio di un Paese complesso, multietnico e strategico quale l’Afghanistan.

Tale dinamica e il precipitoso ritiro occidentale dall’Afghanistan riducono sensibilmente, se non azzerano del tutto, le prospettive di ottenere informazioni sul nuovo regime dall’interno del Paese. L’Afghanistan talebano dovrà essere monitorato in larga misura dall’esterno e per gli occidentali va escluso sicuramente come Paese in grado da fungere da base d’appoggio l’Iran, in rotta con gli Usa, e non si può tenere in conto il Pakistan, i cui servizi fanno storia a sé. E mentre al confine con il Paese gli “Stan” dell’Asia Centrale guardano in massima parte tra Mosca e Pechino, per gli occidentali sarà fondamentale analizzare i processi che si apriranno sulla scia del ritorno al potere dei Talebani. Seguendo denaro, traffici e legami sotterranei per capire in che misura la nuova forza al potere a Kabul può rappresentare una minaccia internazionale.

Le rotte della droga

La prima questione che andrà strettamente osservata sarà quella del narcotraffico. Le mosse anticipatorie della Cina, che ha voluto ricevere in udienza i talebani presso la sua ambasciata di Kabul, dimostrano un attento interesse per le future prospettive dell’Afghanistan come hub del traffico di droga nell’Asia centrale, vera e propria piaga che Pechino intende stroncare, e la volontà di sentire l’opinione degli studenti coranici sulle loro future condotte.

Il South China Morning Post ha del resto confermato che le tasse sui coltivatori di oppio in Afghanistan hanno rappresentato un’enorme fonte di reddito per i Talebani, oggi alla guida di un Paese che fornisce l’80% del mercato illegale mondiale di questa sostanza. In un contesto che vede le reti criminali sempre più globalizzate e grandi gruppi come i cartelli messicani e la ‘ndrangheta costruire alleanza transfrontaliere e vere e proprie catene del valore planetarie l’effetto moltiplicatore dell’esistenza di un narco-Stato a guida talebana per la criminalità organizzata mondiale potrebbero essere potenzialmente rovinose. Come la Cosa Nostra di ieri, i gruppi terroristici e insorgenti di oggi sfruttano il contrabbando di sostanze stupefacenti per ottenere l’accumulazione originaria in grado di fornire risorse per mantenere attivi apparati militari e vere e proprie “istituzioni” come quelle talebane.

Logico dunque che per i servizi segreti occidentali sarà necessaria una vigilanza avanzata e il coordinamento con le organizzazioni securitarie dell’Asia centrale, con alla testa l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, e gli Stati interessati a fermare sul nascere eventuali tratte di questo tipo. Un occhio di riguardo, in questo contesto, non può che essere rivolto all’India, specie se si considera il fatto che tra i Paesi maggiormente attenzionati come possibile “patrono” dei talebani c’è il suo rivale per eccellenza, il Pakistan.

Chi sarà il punto di riferimento dei talebani?

Ora che de facto sono alla guida dell’Afghanistan gli studenti coranici dovranno costruire un apparato di relazioni internazionali partendo dallo status quo di partenza. Per i servizi segreti occidentali è arrivata l’ora di capire quanto non è stato colto negli ultimi anni: la natura porosa e osmotica del confine afghano-pakistano e la consustanzialità tra i talebani e le loro basi d’appoggio nel Paese musulmano del subcontinente indiano hanno rappresentato il necessario presupposto per la vittoria estiva. Ora bisognerà capire in che misura l’Isi, il potente apparato di sicurezza pakistano, fornirà appoggio logistico e sostegno al nuovo regime e in che maniera questo può rappresentare un problema securitario per l’Occidente.

Come ricorda Bloombergtuttavia, la questione potrebbe farsi ancora più spinosa se come patrono principale dell’emirato dovesse subentrare un altro attore ancora più dinamico, il Qatar. Doha è da tempo la base d’appoggio diplomatica per la formazione degli estremisti pashtun e rappresenta una potenza finanziaria e diplomatica di non secondaria importanza. Il Qatar ha la possibilità di essere il Paese in grado di fornire, potenzialmente, ai talebani l’appoggio politico-diplomatico e soprattutto il sostegno economico per studiare la progettazione del nuovo Afghanistan. Pane per i denti dei servizi: come valutare, nel caso ciò accada, i flussi di denaro riguardanti l’emirato del Golfo? Esistono già ora legami sotterranei tra facoltosi finanziatori del Golfo e i Talebani? L’esistenza di legami internazionali può essere un fattore di destabilizzazione o di normalizzazione per gli studenti coranici?

Il rischio terrorismo

Vi è poi, infine, la questione apparentemente più immediata, che va però studiata in profondità: il rischio di un’insorgenza terroristica internazionale. Non tanto perché i talebani possono avere le energie o la volontà politica di trasformare il loro emirato in un santuario di arruolamento per jihadisti di tutto il mondo, quanto piuttosto perché la difficoltà nel mantenere il controllo del territorio può fornire sponde a gruppi come l’Isis-K che ha colpito a Kabul e il successo in Afghanistan degli studenti coranici può, in altre parti del mondo, galvanizzare militanti di varia estrazione.

Da Cabo Delgado in Mozambico alle roccaforti jihadiste presenti in Libia, Yemen, Africa sub-sahariana le cellule attive o latenti che possono mettersi in movimento sono diverse e sparse per il mondo. Al contempo, l’ipotesi di una latente guerriglia dell’Isis-K al regime dei talebani può accelerare una nuova ondata di radicalizzazione e arruolamento spostando l’epicentro dell’attività delle bandiere nere dai deserti iracheni e siriani ai picchi e agli altipiani della tomba degli imperi. Logico dunque che per i servizi questo imponga un pressante monitoraggio delle interazioni social e nel dark web dei sospetti fiancheggiatori del terrorismo internazionale, un’analisi dei movimenti di eventuali foreign fighters, un’azione di infiltrazione e contro-guerriglia preventiva che eviti lo sdoganamento di una nuova ondata di radicalizzazione.

Minacce multiformi impongono pensiero strategico e visione della complessità: l’Afghanistan talebano e le sue sfide porteranno ancora più in trincea i servizi segreti occidentali nel monitoraggio degli scenari globali. E ora più che mai per l’intelligence sarà vietato sbagliare o fare passi falsi nello studiare le azioni del nuovo governo di Kabul.