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Lo “scudo” della Russia è un’unità di intelligence ombra, dispiegata nei meandri più profondi dei teatri caldi per il Cremlino e che oggi, secondo alcuni rapporti di fonti aperte circolate sui social network e su diversi siti internet, starebbe gestendo la sicurezza e la tutela dei siti diplomatici e degli interessi russi in Afghanistan dopo aver giocato un ruolo da protagonista in Siria.

Zaslon, l’intelligence-ombra della Russia

Si chiama Zaslon (“barriera” in russo), è un’unità coperta dalla massima segretezza tanto da avere un appellativo puramente informale, rappresenta il corpo d’élite del servizio di sicurezza esterno (Svr) della Federazione Russa, l’equivalente moscovita della Cia. Una formazione dedita alle missioni più estreme, ancor più elitaria della Spetsnaz, decisamente più nota.

Mosca vuole continuare a mostrare bandiera nella capitale della “tomba degli Imperi” anche dopo la vittoria dei Talebani, quarant’anni dopo la disastrosa invasione sovietica dell’Afghanistan, e mostrare una capacità di proiezione fondamentale.per consolidare il suo ruolo negli spazi euroasiatici e mostrarsi ancora in grado di condurre operazioni di ampio respiro di fronte agli altri interlocutori dominanti sulla scena globale, Cina e Stati Uniti.

La Zaslon formalmente non è inquadrata in unità strutturate, ma secondo report di intelligence estere e del Ministero della Difesa svedese sarebbe incorporato nel 7° Dipartimento di Sicurezza del Svr. In un video documentario di Russia Insight si possono vedere, a tal proposito, rare immagini di quelli che sarebbero uomini della Zaslon intenti ad esercitarsi, distinguibili per le caratteristiche divise verde oliva.

Le stesse divise sarebbero ben riconoscibili in alcune immagine circolate su Twitter e YouTube da Kabul, che mostrerebbero operativi della Zaslon aggirarsi attorno ai siti critici di interesse dell Russia.

Grey Dynamics parla della Zaslon come di un’unità altamente selzionata, composta da meno di 300 operativi specialisti in osservazione avanzata degli scenari, controllo del territorio, protezione di obiettivi sensibili, scorta a diplomatici e figure di spicco in teatri di crisi, presidio antiterrorismo, operativa da circa venticinque anni. Kabul è oggi un punto caldo in cui Mosca vuole evitare che si verifichino casi paragonabili all’omicidio dell’ambasciatore ad Ankara Andrei Karlov, assassinato da un terrorista turco nel dicembre 2016 “Lo avremmo protetto” disse parlando sotto copertura un operatore della Zaslon alla Rosbalt, e non c’è dubbio che come ricorda Formiche “il ruolo di sicurezza attorno nella capitale afghana è necessario perché quella attualmente è la più pericolosa delle ambasciate russe nel mondo. Però Mosca vuole tenerla aperta per dimostrare di poter agire diplomaticamente e politicamente all’interno di contesti da cui l’Occidente si tiene alla larga”.

Il nuovo “torneo delle ombre”

La Zaslon nell’era di Vladimir Putin ha operato sempre con discrezione laddove la Russia poteva esercitare proiezione strategica o mappare scenari critici. Nel 2003, alla vigilia della guerra americana a Saddam Hussein, due unità Zaslon furono inviate in Iraq e una in Iran per predisporre la possibile evacuazione dei diplomatici russi e, soprattutto, avviare un’attivita di human intelligence per capire come meglio influenzare le dinamiche dell’Iraq post-bellico.

Nel 2012, invece, la Zaslon con le sue unità ha fatto da scorta alla visita del leader del SVR, Mikhail Fradkov, durante la visita a Damasco che ha sancito il sostegno totale della Russia a Bashar al-Assad, il quale secondo diversi report avrebbe ricevuto da Putin l’anno successivo un servizio di scorta dell’unità speciale di protezione. Tanto che viene da pensare che gli uomini della Zaslon dislocati a Damasco potessero essere disponibili, cautelativamente, a un’attività di raccolta informazioni e eliminazione di potenziali dati e materiali sospetti in caso di collasso del regime alauita. Come le altre forze speciali russe, inoltre, la Zaslon è stata profondamente impegnata nel conflitto del tormentato Paese mediorientale.

Non sarebbe dunque illogico prospettare la presenza della Zaslon nel teatro afghano. Epicentro del nuovo “Grande Gioco”, della riproposizione moderna di quella contesa secolare per il controllo dell’Asia centrale che in Russia è nota come il “Torneo delle Ombre”, la partita a scacchi tra le spie. Cambiano i mezzi, le tecnologie, gli Stati ma anche nell’epoca in cui a giocarsi la supremazia sull’Asia centrale sono Russia, Stati Uniti, Cina e India e in cui agli emiri di Khiva e Bukhara i Talebani si sono sostituiti come “altro da noi” con cui confrontarsi sono i servizi segreti a dare alle potenze la vera capacità di proiezione sul terreno. In una fase in cui l’intelligence russa è “pontiera” del dialogo con gli Usa Mosca non dimentica di controllare i suoi interessi in un Paese con cui è legata per ragioni di profondità strategica.

Perché le spie russe hanno un ruolo chiave

Secondo lo Spectator, del resto, già a luglio la Zaslon stava controllando i luoghi critici della diplomazia russa dopo che Mosca aveva chiuso il consolato di Mazar-e-Sharif nel timore che la città del nord dell’Afghanistan divenisse teatro di combattimenti. E un presidio di intelligence è fondamentale se si vuole continuare ad agire secondo i canoni della diplomazia anche nei mesi e negli anni a venire, destinati ad essere segnati dal rischio di una catastrofe umanitaria e sociale nell’Afghanistan talebano e, dunque, da profonde minacce di tenuta dell’ordine interno.

Di fronte a un Paese che rischia il collasso e la cui economia, secondo l’ultimo report regionale del Fondo monetario internazionale, si contrarrà del 30% circa quest’anno, spingendo milioni di persone nella povertà, Mosca vuole tenere aperto il canale diplomatico con i Talebani ma per farlo deve dimostrare di essere in grado di agire autonomamente per la sicurezza dei suoi rappresentanti. Del resto, il presidente Putin non ha partecipato al G20 straordinario sull’Afghanistan che si è tenuto il 12 ottobre sotto la presidenza italiana, preferendo il dialogo operativo e le azioni dirette alle prese di impegno vaghe e circostanziate. Il nuovo “Grande Gioco” è partita di bandiere da mostrare e azioni da promuovere sfruttando la forza del “potere ombra” delle spie. E più che nelle cancellerie internazionali, la capacità della Russia di agire in Afghanistan si giocherà con la capacità degli uomini dell’intelligence d’élite di saper evitare che i rappresentanti di Mosca nel Paese siano messi sotto attacco e di permettere alla Russia di mantenere aperte le sue rappresentanze in sicurezza.