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La recente scelta australiana di affidarsi a Stati Uniti e Regno Unito per la sua flotta di sottomarini abbandonando il programma francese per i Barracuda Shortfin, battelli a propulsione indipendente dall’aria al contrario degli omologhi in forza nella marina di Parigi, ha portato ad alcune considerazioni critiche interne.

In particolare i sottomarini a propulsione nucleare proposti dall’Australia potrebbero risultare obsoleti quando dovrebbero entrare in servizio, intorno al 2040, a causa delle nuove tecnologie che rendono “visibili” le unità in immersione come sostengono alcuni esperti. Una delle controversie sulla decisione del governo di Canberra di abbandonare l’accordo da 90 miliardi di dollari per costruire sottomarini convenzionali a favore di quelli nucleari è la tempistica per la loro messa in mare: la Royal Australian Navy dovrà quindi allungare la vita dei classe Collins e molto probabilmente acquisirne altri ad interim per colmare il vuoto prima dell’arrivo di quelli nuovi.

In particolare è tornato in auge, presso gli analisti militari australiani, uno studio effettuato nel maggio 2020 dal National Security College dell’Australian National University che avvertiva che, molto probabilmente, i sottomarini – di ogni tipo – sarebbero stati resi obsoleti dalle nuove tecnologie, compresi i droni sommergibili e i nuovi sistemi d’arma.

I rischi dopo il 2050

Il rapporto, intitolato “Transparent Oceans?” afferma che gli oceani, nella maggior parte dei casi, è “probabile”, o da alcuni punti di vista “molto probabile”, che entro il 2050, cioè un decennio dopo l’entrata in servizio dei nuovi battelli australiani, diventeranno “trasparenti”, ovvero che nonostante i progressi nelle tecnologie di counter detection (ovvero di contro-individuazione) i sottomarini – nella fattispecie si parla di Ssbn, ovvero quelli lanciamissili balistici ma è applicabile a qualsiasi battello – perderanno le loro caratteristiche di furtività, diventando quindi obsoleti nel quadro della guerra navale.

Dato il peso del risultato ottenuto è interessante dare uno sguardo più approfondito al rapporto e alla metodologia utilizzata. Un team multidisciplinare ha esaminato le nuove tecnologie dei sensori, quelle riguardanti le comunicazioni subacquee, il livello dei droni nonché l’efficacia dei tripwire (mine “a scatto”) sistemati nei choke points. Hanno anche preso in considerazioni tutte le caratteristiche del battente d’acqua: dalla geografia, intesa come conoscenza dei fondali, alle sue caratteristiche chimiche, fisiche, acustiche, infrarosse e biologiche e relativi progressi nei rispettivi campi di studio. I dati raccolti sono stati analizzati sfruttando Intelfuze, un programma ad intelligenza artificiale utilizzato dalla comunità di intelligence per fornire valutazioni probabilistiche rigorose, trasparenti, difendibili e aggiornabili. Particolarmente adatto in quei campi di studio dove i dati sono pochi, incerti e perfino di natura speculativa, e dove ci possono essere opinioni profondamente diverse sulla qualità e perfino sul significato dei dati raccolti.

Abbiamo già anticipato il risultato finale: secondo il documento gli oceani saranno “trasparenti” entro il 2050. Questo, quindi, avrà due grandi implicazioni. La prima è che il vantaggio occidentale, per quanto riguarda la capacità di studio della geografia dei fondali – fondamentale per la guerra sottomarina – non sarà più così prominente così come accadeva durante la Guerra Fredda. In particolare l’evoluzione della scienza e della tecnologia farà in modo da diminuire notevolmente l’importanza strategica dei chokepoints geografici e quanto con essi collegato.

La seconda è che l’evoluzione delle tecnologie di counter detection non avranno più lo stesso peso che avevano in passato. Durante la Guerra Fredda, e anche oggi nel confronto con la Cina, i sottomarini occidentali (in particolare i boomer lanciamissili balistici), riuscivano a eludere i sistemi di scoperta avversari – quindi ridurre la propria impronta acustica – grazie a nuovi disegni idrodinamici, a nuove pale dei propulsori, o a particolari soluzioni costruttive (rivestimenti esterni, isolamento acustico interno ecc). Questo vantaggio si assottiglierà entro il 2050 grazie alla maggiore tecnologia a disposizione dei sistemi di scoperta. Addirittura i ricercatori si lanciano in una previsione molto pessimistica, affermando che “siamo obbligati a concludere che il futuro compito di counter detection può risultare inattuabile”. Si tratta, è bene specificarlo, di un’analisi di scenario di tipo molto deduttivo, che però fonde in misura relativamente bilanciata il foresight (la plausibilità determinata analizzando il presente, sul lungo termine) ed il forecast (la probabilità che si avveri un evento, sul breve termine).

Cosa dice lo studio

Risulta utile, per comprendere meglio come siano arrivati a questa conclusione, guardare più in dettaglio i dati che hanno utilizzato. I ricercatori si sono basati su ricerche scientifiche regolarmente pubblicate riguardanti i sonar e i segnali acustici, i segnali magnetici e gravitazionali, quelli idrodinamici (onde di pressione e turbolenze), le tecnologie elettro/ottiche, IR e termiche, i segnali radioattivi (dai reattori nucleari), infine quelli chimici e quelli riguardanti l’attività biologica. Hanno anche considerato, come già accennato, il tasso di sviluppo nelle comunicazioni subacquee (lungo e corto raggio e da acqua all’aria), l’evoluzione delle piattaforme sensoristiche, delle batterie, delle tecnologie militari e civili in generale, la modellizzazione ambientale, la geografia sottomarina, e lo sviluppo di “librerie acustiche” (le banche dati dei “rumori” dei natanti). Questo ha comportato, obbligatoriamente, di dover considerare anche le piattaforme spaziali, quelle unmanned e aeree, nonché i sensori fissati sui fondali oceanici, come il Sosus, senza dimenticare il livello di integrazione di tutti questi sistemi.

Una critica che si può sollevare a tale documento riguarda proprio la metodologia, che sembra essere troppo concentrata su una visione “da dentro” del problema, focalizzata troppo sulle caratteristiche specifiche del problema (l’ambiente sottomarino). Troppo peso è stato dato al “battente d’acqua” non considerando che la guerra moderna, e a maggior ragione quella del futuro, si combatterà in un ambiente multidominio, ovvero su livelli diversi in ambienti diversi che interagiranno tra di loro: superficie, sottomarino, aria, spazio, cyber, terra.

Nel documento, ad esempio, viene citato – giustamente – il progresso nella tecnologia Lidar (radar laser) che è in grado, da satellite, di scoprire oggetti immersi sino a 500 metri di profondità (qualcosa che sembra stato essere messo a punto dalla Cina sfruttando una tecnologia vecchia di decenni). Il problema è che si tratta appunto di un altro ambiente, quello spaziale, e la Space Warfare sta subendo una vera e propria rivoluzione tecnologica con strumenti – satellitari e a terra – per il controllo e contrasto dell’ambiente spaziale. La sola presenza di una catena di satelliti Lidar, non significa, ad esempio, che automaticamente siano in grado di scovare i sottomarini nelle profondità marine, perché sono anch’essi assetti soggetti alle “regole” della guerra multidominio, e pertanto esiste una strategia counter satellite che si integra nel contesto più ampio del conflitto. Lo stesso ragionamento si può fare per le piattaforme sensoristiche: droni, stazioni di rilevamento acustico, velivoli antisom, possono essere messi fuori gioco dalla reazione del complesso militare multidominio di cui la forza sottomarina fa parte.

I limiti dell’approccio lineare

Il rapporto mostra poi, secondo chi scrive, un grande limite: considera il progresso tecnologico in modo lineare, come se non conoscesse interruzioni. In realtà il progresso tecnologico dipende dai fondi che uno Stato può stanziare per la ricerca e per l’industria (militare o civile), ed i fondi dipendono strettamente dalle risorse economiche a disposizione: davanti a una crisi economico/finanziaria una nazione si troverà quindi a dover forzatamente tagliare fondi per alcuni settori (la Russia da questo punto di vista insegna come le ambizioni e le capacità delle accademie e dell’industria debbano poi fare i conti col portafoglio) e pertanto a vedere ritardi nello sviluppo di alcuni programmi o addirittura a non essere in grado di metterli in atto.

Da ultimo non viene considerato quel grande gioco di bilanciamento tra “offesa e difesa” che caratterizza tutti i progressi in ambito militare: l’introduzione di nuove tecnologie volte all’offesa (o alla scoperta) provoca – prima o poi – una reazione che porta alla nascita di nuove tecnologie volte alla difesa. Facciamo un esempio calzante: la nascita dei velivoli stealth ha portato alla ricerca di nuovi tipi di radar in grado di intercettarli, che a sua volta ha portato a una ridefinizione di ruoli e strategie, nonché alla ricerca di nuove possibilità in campo aeronautico (i caccia di sesta generazione). Lo stesso meccanismo è applicabile anche a questo caso.

Recentemente, per passare a “casa nostra”, durante un workshop della Marina Militare a cui abbiamo assistito, si è presentata la nuova dottrina multidominio della forza armata e in particolare, per quanto riguarda la guerra sottomarina, si è parlato di nuovi metamateriali, di nuove forme geometriche degli scafi, ma soprattutto di invisibilità attiva: ovvero disporre ostacoli intorno all’oggetto immerso che si vuole nascondere per farlo sparire dagli schermi acustici. Si tratta di disporre uno sciame di droni attorno al sottomarino in modo da cancellarlo attivamente senza andare a intaccarne le prestazioni, ma soprattutto, con questa tecnologia, è possibile ingannare i sensori avversari e far vedere il sottomarino dove in realtà non c’è. Si è parlato anche di design bio-ispirato e di morphing propellers, ovvero di eliche che si modificano attivamente per ottimizzare la velocità senza il fenomeno della cavitazione.

Insomma, come dicevamo, ad ogni azione corrisponde una reazione, ed è pertanto un po’ azzardato considerare obsoleto il sottomarino, che nelle sue nuove forme e modalità di utilizzo avrà ancora molto da dire nel campo della guerra navale.