Il 18 dicembre 2023 cominciava l’operazione a guida statunitense “Prosperity Guardian” per proteggere le linee di navigazione attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb dagli attacchi dei ribelli yemeniti Houthi. La marina statunitense ha schierato un dispositivo aeronavale composto da cacciatorpediniere, incrociatori e portaerei per intercettare droni, missili balistici e da crociera e per colpire le posizioni degli Houthi nel territorio dello Yemen. A oggi, nonostante le operazioni militari durino da più di un anno, la minaccia al traffico navale continua, ma “Prosperity Guardian” ha fatto scattare un altro campanello d’allarme nella U.S. Navy: cacciatorpediniere e incrociatori devono abbandonare la battaglia in corso per ricaricare le celle missilistiche del VLS (Vertical Launching System) Mk 41, causando un divario capacitivo che costituisce una sfida per la proiezione di potenza marittima.
Lo scontro nel Mar Rosso rappresenta l’azione cinetica più sostenuta che la marina statunitense abbia visto dalla Seconda Guerra Mondiale, con centinaia e centinaia di munizioni consumate dall’inizio delle ostilità. La necessità di rifornimento porta quindi le unità di superficie coinvolte a restare assenti dal teatro di guerra per circa due settimane. Un lusso che l’U.S. Navy non si può permettere, non solo per quel conflitto, ma anche per quelli futuri, soprattutto in funzione (o previsione?) di un possibile conflitto con la Repubblica Popolare Cinese (RPC) che si combatterebbe nelle immense distese marittime del Pacifico Occidentale.
In un conflitto del genere, le basi statunitensi in Giappone, in Corea del Sud e nelle Filippine verrebbero probabilmente eliminate dalla RPC, costringendo le navi della marina USA a riarmarsi a Guam o in luoghi ancora più lontani dal Mar Cinese Meridionale e dal Mar Cinese Orientale, dove ci si aspetterebbe che una guerra del genere infuriasse se Pechino invadesse Taiwan o se le tensioni nel Mar Cinese Meridionale diventassero roventi. Anche gli hub di ricarica a terra diventerebbero probabilmente obiettivi primari per il nemico.
La necessaria rotazione delle unità navali per ricaricare il munizionamento missilistico provocherebbe una notevole diminuzione del potenziale di combattimento in mare anche senza bisogno di colpire direttamente le navi da guerra, soprattutto in considerazione dell’eventualità che la marina USA debba continuare a presidiare stretti marittimi e mari in altre parti del globo.
Questa capacità di rifornimento faceva parte della flotta statunitense prima della fine della Guerra Fredda, ma è stata marginalizzata dopo la caduta dell’Unione Sovietica e del conseguente ampio ritiro militare degli Stati Uniti. Gru per il ricaricamento erano state installate sui primi incrociatori negli anni Ottanta, ma era un compito lungo e pericoloso, come riferisce il Navy Times. Essendo un’operazione molto difficile da svolgere e non molto praticabile, quando la necessità è venuta meno è semplicemente caduta nel dimenticatoio.
Pertanto, lo sviluppo continuo del Transferrable Reload At-sea Method (TRAM) per ricaricare i missili sulle navi da guerra in mare sarà fondamentale per mantenere in servizio grandi unità di superficie nell’eventualità di un conflitto di vaste proporzioni o prolungato. Il TRAM è in fase di sviluppo da anni e le sue capacità sono state dimostrato con successo a ottobre dello scorso anno, quando la nave cargo USNS Washington Chambers (T-AKE 11) del Military Sealift Command si è affiancata all’incrociatore di classe Ticonderoga USS Chosin (CG-65) e ha trasferito un contenitore di armi VLS vuoto all’incrociatore mentre era in navigazione al largo della California meridionale. Secondo il Segretario della marina USA, il TRAM dovrebbe cominciare a essere montato sulle navi tra due o tre anni, ma le tempistiche per avere una capacità di rifornimento soddisfacente sono più lunghe e potenzialmente si creerebbe una pericolosa diminuzione del potenziale di combattimento della U.S. Navy in caso di conflitto ad alta intensità.
Tornando alla crisi del Mar Rosso, una base di ricaricamento sarebbe quella situata a Creta, nella Baia di Suda, distante circa 1.900 miglia dal teatro di guerra, da qui le lunghe tempistiche per effettuare il rifornimento. Effettuare il riarmo alla base navale in Bahrein comporta un viaggio di circa 2.500 miglia e il transito nella strozzatura dello Stretto di Hormuz, mentre Diego Garcia si trova più o meno alla stessa distanza, nel profondo dell’Oceano Indiano. Alcune navi potrebbero ricevere munizioni più vicine al Mar Rosso, nelle nazioni partner, ma ciò avverrebbe in una capacità molto più limitata.
Bisogna anche considerare che l’attuale situazione di conflitto è comunque in un mondo “in pace”, ovvero non è presente una guerra simmetrica convenzionale tra grandi potenze, per cui le linee di navigazione aeree e marittime non sono altamente contestate. In caso di un conflitto simile, bisogna considerare che il rifornimento delle basi avanzate nell’immenso teatro del Pacifico, ammesso che non vengano prontamente distrutte, non sarebbe affatto facile e probabilmente anche Guam non sarebbe un porto sicuro, costringendo la marina USA ad arretrare sino alle Hawaii per ricaricarsi di missili.
Anche altri Paesi che stanno partecipando a quella operazione stanno incontrando gli stessi problemi: le unità della Royal Navy sono dovute rientrare sino a Gibilterra per la stessa problematica. Pensiamo ora alla nostra Marina Militare e alla capacità di proiezione di forza al di fuori del Mediterraneo (ristretto): senza la possibilità di trovare strutture adeguate e missili in uno scalo straniero, le operazioni verrebbero fortemente menomate per la necessità di rientrare in Italia ed effettuare la ricarica.