L’invio di due navi italiane nei pressi della rotta di navigazione della Global Sumud Flotilla, ora incrociante a Est della Grecia dopo aver subito a Creta il suo terzo attacco, mostra la volontà del ministro della Difesa Guido Crosetto e del governo Meloni di tutelare possibili rischi per la navigazione del convoglio umanitario che punta la Striscia di Gaza.
Le navi italiane e spagnole supervisionano la Flotilla
Il passaggio di consegne tra la fregata “Fasan” e la “Alpino”, subentrante alla precedente nella missione di supervisione e scorta, si somma all’invio di una nave spagnola da Cartagena, e non è solo motivato dalla necessità di evitare rischi securitari connessi alla presenza di connazionali a bordo della Flotilla, in caso di naufragio o emergenza, ma anche volto a prevenire possibili atti ostili. La situazione è critica. La Flotilla ha subito tre attacchi, il più potente dei quali proprio nell’area di Creta, e molti indizi sembrano puntare a Israele come ispiratore, promotore se non autore materiale degli attacchi intimidatori ai vascelli.
Crosetto prima e il governo di Pedro Sanchez poi hanno preso al balzo l’esistenza di una folta presenza di cittadini italiani e spagnoli e di navi battenti bandiera italiana e spagnola nella Flotilla per esercitare la protezione indiretta della flotta umanitaria. Non una scorta in senso stretto e operativo, ma una ben esplicitata manovra di deterrenza e supervisione.
Del resto, ai sensi dell’articolo 92 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos) di Montego Bay, firmata nel 1982, “le navi navigano sotto la bandiera di un solo Stato e, salvo eccezioni esplicitamente previste nei trattati internazionali o nella presente Convenzione, sono sottoposte, in alto mare, alla sua giurisdizione esclusiva”.
Attaccare una nave è attaccare il Paese di cui batte bandiera
Una nave è in un certo senso una proiezione del territorio nazionale tanto che, ai sensi dell’Articolo 97 dell’Unclos, in caso di incidente di navigazione in alto mare si applicano sulla nave leggi e regole dello Stato membro; e l’articolo 94 prescrive agli Stati l’obbligo di controllare le navi che battono la propria bandiera. Il 94 dice poi esplicitamente: “Ogni Stato adotta, per le navi che battono la sua bandiera, tutte le misure necessarie a salvaguardare la sicurezza in mare”.
Misure, queste ultime, esplicitate in senso tecnico nella norma ma che possono applicarsi anche concretamente. Per l’Italia e la Spagna questo significa non solo supervisionare la navigazione di fronte al rischio incidenti di navigazione ma anche, se non soprattutto, premunire la Flotilla da attacchi ostili che potrebbero inficiarne la sicurezza.
Le garanzie di sicurezza
In tal senso, la concezione adottata da Roma e Madrid delle leggi del mare è estensiva: le barche sono considerate una fetta di territorio nazionale e ogni attacco ritenuto equiparabile a un’azione ostile contro il Paese stesso. Non a caso Crosetto ha parlato di “garanzie di sicurezza” estese fino al limitare delle acque di Israele, Paese che non ha ratificato e sottoscritto la Unclos.
Il governo italiano applica le sue prospettive operative concrete: fornisce protezione, invita a gestire gli aiuti umanitari in maniera indiretta tramite il passaggio a Cipro e l’accordo con la Chiesa cattolica, che si occuperebbe della distribuzione, fornisce perimetri e limiti dell’assistenza. Un esecutivo non può invitare certamente a nulla che non sia la mediazione concreta, ma indubbiamente la linea tracciata è netta.
Diritto del mare e diritto della sicurezza
In passato attacchi a navi civili furono usate come giustificazioni per operazioni di protezione o per veri e propri interventi militari: gli Usa inviarono navi nel Golfo Persico dopo che nel 1987 la petroliera “Bridgeton” fu colpita da un missile iraniano ai tempi della Guerra del Golfo. Nel 2024 l’attacco degli Houthi ai mercantili fu preso come giustificazione per una risposta militare occidentale contro i ribelli yemeniti. Annunciando ad alta voce la presenza delle navi, l’Italia e la Spagna invitano a non incentivare ulteriori incidenti e pongono chi si oppone alla Flotilla, Israele in testa, di fronte a un bivio.
Israele può ex lege interdire l’ingresso alla Flotilla solo nelle acque territoriali prospicenti il suo territorio nazionale. La legge del mare concede sovranità a uno Stato fino alla distanza da 12 miglia nautiche dalla costa, poco più di 22 km. In quel territorio marittimo Tel Aviv può vietare l’attracco a imbarcazioni non desiderate, e infatti Crosetto ha detto che nelle acque territoriali le garanzie di sicurezza non varranno più. Ma se la Flotilla entrasse nelle acque di Gaza? Sulla carta, solo un’autorità palestinese potrebbe aver voce in capitolo sulla decisione di far entrare o meno la flotta umanitaria.
Secondo l’Articolo 19 della Unclos la Flotilla, in assenza di divieti espliciti, godrebbe del diritto al cosiddetto “passaggio inoffensivo”. Citiamo Unclos: “il passaggio è inoffensivo fintanto che non arreca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero“. Il dettaglio, però, è che dal 2007 le acque territoriali di Gaza sono controllate da Israele. Cosa farà Tel Aviv nel caso? Tutte le norme sull’attacco a imbarcazioni di Paesi terzi, equiparabili a attacchi a territori nazionali, valgono fuori dalle acque di un Paese. E in punta di diritto internazionale quelle di Gaza non sono acque israeliane. La mancata ratifica di Unclos da parte di Tel Aviv rende torbide le acque. Resta un dettaglio: Spagna e Italia hanno fissato un principio di difesa delle proprie navi che difficilmente potrà essere derogato anche se Flotilla andasse fino in fondo nel rifiuto di consegnare a Cipro gli aiuti da distribuire, via Vaticano, a Gaza.
Sottolineiamo, en passant, che proprio Roma e Madrid hanno un conto aperto sul piano dell’ingaggio con Tel Aviv, che nel 2024 ha bombardato impunemente in Libano la missione Unifil dove le truppe italiane e spagnole costituiscono un nerbo importante. Sul piano concreto, attaccare un contingente o una nave battente bandiera di un Paese è la stessa cosa: un atto ostile. Un atto che si intende prevenire. La mossa italiana e spagnola è significativa, e sta creando precedenti, ad esempio, in Francia, dove la sinistra preme su Emmanuel Macron perché segua i partner mediterranei. Ai sensi del diritto del mare, ci sarebbero tutte le premesse per farlo.
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