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Aктивные мероприятия (aktivnye meropriyatiya), che si può tradurre con “misure attive”, era (ed è) una terminologia usata dall’Unione Sovietica per descrivere una gamma di operazioni segrete e negabili di influenza politica e sovversione, inclusa (ma non limitata a) la creazione di organizzazioni di facciata, il sostegno di movimenti politici amichevoli, l’orchestrazione di disordini interni e la diffusione della disinformazione.

Le “misure attive” erano (e sono ancora) sfruttate dalla maskirovka, traducibile con “mimetizzazione”, che sottintende a tutte le attività legate alla conservazione del segreto e all’inganno del nemico riguardo ai piani, capacità e intenzioni delle forze armate. La maskirovka russa richiede “immaginazione” e “disponibilità di risorse”, come si legge nei vecchi testi del periodo sovietico, e le cui tecniche di attuazione devono essere adattate a ogni situazione peculiare.

La maskirovka è suddivisa in tattica, operativa e strategica a seconda del livello di attività che deve coprire. Quella tattica è simile alle tecniche occidentali di mascheramento, occultamento e inganno, ma effettuate con maggiore intensità. Quella operativa, oltre all’impiego di unità di forze speciali e convenzionali, prevede lo schieramento di equipaggiamenti falsi che fungono da esca, oppure lo spostamento continuo di uomini e mezzi su un fronte, l’utilizzazione di tutto lo spettro dell’EW (Electronic Warfare) con la generazione, ad esempio, di falso traffico di segnali, l’attivazione di tecniche di Cyber Warfare e la diffusione di notizie false o parzialmente tali (dezinformatsiya). Per implementare la maskirovka strategica vengono mobilitate tutte le risorse dello Stato fra le quali la diplomazia, la propaganda e appunto le già citate “misure attive” che riguardano anche il sabotaggio, l’appoggio ai movimenti terroristici e l’eliminazione di personalità o entità politiche avverse, nonché quella di “delatori” e collaboratori di governi stranieri.



Le misure attive, al tempo dell’Unione Sovietica, riflettevano la mentalità “da tempo di guerra costante” della leadership russa. Per il KGB, infatti, le misure attive divennero sempre più centrali nella sua attività all’estero, come esplicitato dall’allora direttore dell’agenzia Yuri Andropov nella sua Direttiva numero 0066 del 1982. Significativo, a tal proposito, che la definizione ufficiale di “intelligence” per il KGB fosse “una forma segreta di lotta politica che si avvale di mezzi e metodi clandestini per acquisire informazioni segrete di interesse e per attuare misure attive per esercitare un’influenza sull’avversario e indebolirne le posizioni politiche, economiche, scientifiche e tecniche e militari”.

Tali pratiche sono diventate meno comuni durante l’era Gorbaciov e poi negli anni ’90, a causa della caotica dissoluzione dell’URSS e della profonda crisi in cui versava la Russia che aveva riflessi su tutti gli organismi dello Stato, ma anche, in parte, per il desiderio di migliorare le relazioni con l’Occidente.

Con l’avvento di Vladimir Putin, i servizi di intelligence estera russa (Il KGB è stato diviso tra FSB e SVR dopo la fine dell’Unione Sovietica) sono stati riportati ai vecchi livelli di finanziamento e attività. Già alla metà degli anni 2000, le “misure attive” dell’SVR non erano più solo confinate nei paesi del near abroad (estero vicino) dello spazio post-sovietico, ma erano nuovamente viste come una componente centrale della più ampia strategia di politica estera di Mosca.

Questa ritrovata attenzione per l’attività all’estero rifletteva un ampio cambiamento nella prospettiva strategica russa, meglio sintetizzata da Alexander Vladimirov, un generale in pensione che ha poi presieduto il gruppo di esperti militari del Consiglio per gli Affari Internazionali, un influente think tank vicino all’amministrazione presidenziale russa. Nel 2007 scriveva che “le guerre moderne si fanno a livello di coscienza e di idee” e che “l’umanità moderna esiste in uno stato di guerra permanente” in cui “oscilla tra fasi di vera lotta armata e costante preparazione per essa”.

Sono qui evidenti le profonde commistioni e analogie con la Hybrid Warfare russa, infatti la Guerra Ibrida di Mosca fa ampio ricorso, tra gli altri metodi, alle “misure attive”. Nel 1995 il generale Machmut Achmetovic Gareev pubblica il saggio “If war comes tomorrow? The contours of future armed conflict” che contribuisce a lanciare – e svecchiare – la visione del warfare russo verso quella che viene definita Political Warfare, o Guerra Ibrida. Egli sposta il classico concetto di “difesa di profondità” che si basa sulla distanza fisica che divide un opponente all’altro, verso una teoria più ampia, identificabile come Information Warfare, che però ha un’accezione diversa rispetto a quella occidentale avendo una postura prettamente strategica e con uno spettro d’azione a 360 gradi. Il generale Gareev, cioè, preconizza che le guerre del futuro devono essere (anche) condotte sul piano della propaganda e della disinformazione mirata, che sono utili per agire sia sulla società civile, minandone la fiducia nel sistema nazionale o creando disordini pubblici, sia sulle forze armate in generale, indebolendone la struttura con un impegno costante.

Quindi non più un conflitto aperto, dichiarato, che implicherebbe una difesa convenzionale (in profondità) ma una provocazione costante, “invisibile”, attuata su più fronti per fratturare il tessuto sociale avversario, la sua economia, la sua sicurezza e capacità di controllo politico. Una guerra “indiretta” (o non-contact) che comprende “attacchi di precisione senza contatto diretto contro uno Stato e i suoi sistemi di controllo militari, le sue comunicazioni, la sua economia” come descritto da un contemporaneo di Gareev, il generale Vladimir Slipcenko.

Torna quindi prepotente il concetto di “conflitto permanente” del periodo sovietico. A febbraio del 2013 il generale Valery Vasilievic Gerasimov, attuale capo di Stato maggiore della Difesa russo, pubblica “The value of science is in the foresight: new challenges demand rethinking the forms and methods of carrying out combat operations” che dettaglia ulteriormente il modello di Hybrid Warfare precedentemente messo a punto da Gareev e Slipcenko aggiungendo un misto di componenti diplomatiche, pressione economica e politica e altre ingerenze non militari (facendo tesoro quindi della metodologia occidentale) per riuscire ad annientare il nemico.



Per il generale è l’aspetto politico quello che più incide nella guerra di nuova generazione ed è solo grazie alla sua formulazione che vengono per la prima volta nominati i corpi paramilitari e le Pmc (Private Military Companies) in modo aperto come strumenti essenziali di questa dottrina. In particolare la “Dottrina Gerasimov” individua metodi “non militari” di contrasto in grado di ottenere obiettivi strategici, e il generale valuta che il rapporto tra misure non militari e militari sia di 4 a 1.

In realtà la Hybrid Warfare così come la conosciamo oggi è dovuta a un’estensione della “Dottrina Gerasimov” ad opera di due militari russi in pensione diventati accademici di alto livello: il colonnello Sergey Cekinov e il generale Sergey Bogdanov. Sono loro, infatti, a inserire elementi come l’uso strumentale delle Ong, quello dei media di ogni livello e dei social network, l’azione delle istituzioni culturali in loco, e di attori di alto profilo nel campo dell’ecologia, della guerra psicologica e dello spionaggio. Recentemente abbiamo assistito a un ulteriore ampliamento degli strumenti di Guerra Ibrida con l’utilizzo delle ondate migratorie provocate ad hoc per minare la credibilità di uno Stato a livello internazionale e dividere la sua opinione pubblica.

Andando più in dettaglio di alcuni metodi di “misure attive”, utilizzate sin dai tempi dell’Unione Sovietica, troviamo la manipolazione della stampa estera, attraverso la diffusione di notizie false in modo da costruire una narrazione favorevole a Mosca; la produzione di documenti falsi per fuorviare governi stranieri, media e opinione pubblica, che possono essere anche falsi piani di guerra o documenti riguardanti ricerche scientifiche o belliche in modo da creare tensioni tra gli Stati avversari; la già citata disinformazione ovvero la diffusione di pettegolezzi, voci, insinuazioni e distorsioni di fatti per screditare governi e leader stranieri; la manipolazione economica sfruttando i legami commerciali o semplicemente le leggi del mercato; le operazioni di influenza politica che, ancora oggi hanno una grande importanza, sfruttanti i contatti con la politica negli Stati bersaglio, i dati economici e dei media, per garantirsi la collaborazione attiva con Mosca; l’uso di accademici e giornalisti russi, che spesso sono accettati all’estero come legittime controparti da parte di loro pari, che hanno il compito di propagandare una visione “alternativa” o addirittura di diffondere ostilità nel mondo accademico e dei media per l’agire dell’Occidente; senza dimenticare il sostegno ai movimenti pacifisti, visti come strumento per dividere l’opinione pubblica e quindi dirigere l’agenda politica di uno Stato avversario, il ricorso ad azioni aggressive nel campo cyber (attacchi informatici, furto e alterazione di dati), e l’affidarsi ai social network per screditare governi, personaggi politici o pubblici, e diffondere la propria propaganda secondo gli schemi della Information Warfare.

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