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Missili ipersonici, caccia di quinta generazione, nuove portaerei, missili balistici antinave. Al di là delle nuove risorse militari messe in campo dalla Repubblica Popolare Cinese (RPC), sicuramente più appariscenti ma che dimostrano un cambio dottrinario in fieri, la strategia di sea denial di Pechino ruota intorno a un’arma molto meno complicata, piccola, e disponibile in gran numero: le mine navali.

Il sea denial cinese, ovvero le operazioni di interdizione marittima, per il momento si applica ai mari contigui il territorio continentale della RPC, che vede la presenza di due aree di crisi (tre considerando l’arcipelago nipponico delle Senkaku) al centro dell’agenda del PLA (People’s Liberation Army): il Mar Cinese Orientale e quello Meridionale, separati dall’isola di Taiwan. Entrambi i mari sono all’interno della Prima Catena di Isola, un gruppo di arcipelaghi che va dal Giappone sino alle Filippine che rappresenta, secondo la dottrina militare cinese, il “giardino di casa” della RPC.

Il Politburo sta da tempo dando enfasi alle capacità navali nazionali, con un imponente piano di nuove costruzioni, che non dimentica la componente subacquea, centrata su SSN e SSBN ma che possiede numerosi battelli più piccoli del tipo SSK, appositamente messi in servizio per avere capacità di sea denial nei propri mari contigui.

Gli strateghi della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAN) sostengono che le mine marine siano “facili da piazzare e difficili da ripulire; il loro potenziale di occultamento è forte; il loro potere distruttivo è elevato; e il valore della minaccia è di lunga durata”. Gli obiettivi chiave per una strategia offensiva cinese riguardante l’impiego di mine sarebbero “il blocco delle basi nemiche, dei porti e delle rotte marittime; la distruzione delle capacità di trasporto marittimo del nemico; l’attacco o la limitazione della mobilità delle navi da guerra; e la paralisi e l’esaurimento della forza di combattimento nemica”.

Il Libro Bianco sulla difesa della Cina

Per la futura guerra costiera, si dice che “le mine marine costituiscono la principale minaccia per ogni marina, e in particolare per i gruppi di battaglia delle portaerei e i sottomarini”. Inoltre, questa enfasi corrisponde alla valutazione del PLAN secondo cui “rispetto ad altre aree di missione di combattimento, le capacità di guerra con mine [della Marina statunitense] sono estremamente deboli”. Gli strateghi navali cinesi notano che delle diciotto navi da guerra perse o gravemente danneggiate dal termine della Seconda Guerra Mondiale, quattordici sono state colpite da mine navali. L’analisi della PLAN riferisce che “quando gli esperti militari gettano lo sguardo sulla vasta area di battaglia navale […] i sottomarini in agguato che attaccano con siluri e l’ingegnoso dispiegamento di mine sono ancora il principale equipaggiamento da battaglia di una marina moderna.”

Il ruolo prominente del “posamine” nella dottrina militare cinese contemporanea è evidenziato dal fatto che questo termine è stato utilizzato non meno di tre volte nel Libro Bianco sulla difesa della Cina del 2008. Mentre molti Paesi stanno approntando in larga parte le proprie capacità di contromisure mine, pochi perseguono così sfacciatamente la guerra offensiva con questi strumenti bellici. Parallelamente alle capacità sottomarine, quindi, la RPC è ora impegnata in uno sforzo significativo per potenziare la sua capacità di guerra con mine.

I sottomarini a propulsione nucleare sono grandi e difficili da nascondere, e diverse agenzie di intelligence di altre potenze sono senza dubbio in sintonia con la portata e le dimensioni di questi importanti sviluppi. Al contrario, le capacità di guerra con mine (Mine Warfare – MIW) sono facilmente occultabili e costituiscono quindi un vero e proprio “proiettile d’argento” nel caricatore della PLAN. Facendo ampio affidamento sulle mine marine, la marina militare cinese è già pienamente in grado di bloccare Taiwan e altre cruciali linee di comunicazione marittime nell’area del Pacifico occidentale, anche per via della particolare morfologia dei fondali che vedono, in alcune aree, acque poco profonde (ad esempio nello Stretto di Taiwan).

L’attuale inventario di mine navali cinese comprende una vasta gamma di armi. Le stime, effettuate tramite fonti pubbliche, variano da cinquantamila a centomila armi singole. Vale la pena notare che le scorte di mine sono facilmente occultabili, pertanto queste stime devono essere trattate con notevole cautela. Secondo fonti cinesi, la RPC possiede oltre cinquantamila mine, composte da “oltre 30 varietà di mine marine a contatto, magnetiche, acustiche, a pressione d’acqua e a reazione mista, mine marine telecomandate, mine a razzo e mine mobili”.

La postura incentrata sull’uso offensivo delle mine è particolarmente evidente quando si osserva che la PLAN ha diversi tipi di mine lanciabili da sottomarini in grado di navigare sino al loro obiettivo: questo permettere di colpire o bloccare aree marittime e porti che sarebbero inaccessibili con altri mezzi di posizionamento. Analizzando le piattaforme di sgancio mine, si può osservare che nelle forze armate cinesi esse sono diversificate: sottomarini, cacciatorpediniere, fregate, alcune unità contromisure mine e da assalto anfibio, elicotteri, bombardieri H-6, cacciabombardieri (tipo JH-7) e perfino vascelli civili come pescherecci attrezzati. Ovviamente, i programmi di addestramento riflettono questa postura, e impiegano anche i reggimenti di aviazione della East Sea Fleet e della South Sea Fleet, a ulteriore sottolineatura della maggiore enfasi nella capacità di sea denial nei mari contigui.

Il principio del “primo controllo”

Un aspetto preoccupante delle attività di posa delle mine della PLAN è la cooperazione civile per integrare le risorse militari. Negli ultimi anni, ogni unità della marina cinese ha organizzato forze paramilitari (milizie civili armate) che costituiscono una forza importante nella futura guerra marittima. Il Libro Bianco della difesa cinese del 2008 menziona esplicitamente che è probabile che le forze di riserva siano coinvolte nella guerra di mine (sia nella posa che nella rimozione) e sono state condotte, nel corso degli anni (almeno a partire dal 2004), esercitazioni della East Sea Fleet con navi civili, che operavano anche nelle attività di bonifica di vari tipi di mine.

Di particolare interesse, dal punto di vista dottrinario, è il concetto di “primo attacco”, che permea la dottrina del PLA, ed è particolarmente rilevante per la guerra con le mine. Questa espressione, che compare spesso negli scritti cinesi riguardanti la Mine Warfare, suggerisce una forte tendenza preventiva, pertanto la posa clandestina di mine marine potrebbe offrire il vantaggio della sorpresa. Secondo un articolo di Naval and Merchant Ships, “le mine sono diventate una componente importante delle operazioni di combattimento basate sul principio del ‘primo controllo’”, e parimenti viene individuata la problematica che, qualora la stesa di mine non possa essere effettuata rapidamente in modo preventivo, sarà probabilmente impossibile farlo nel momento dello scoppio di un conflitto.

Gli avanzati studi nel settore degli UUV (compresi XLUUV) e USV, come anche osservato nella recente parata militare di Pechino, lasciano supporre quindi che la PLAN abbia in essere un programma per il Mine Warfare che preveda l’utilizzo di questi strumenti unmanned e autonomi.

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