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Il noto velivolo da trasporto turboelica C-130 sembra ben lontano dall’essere ritirato dal servizio. Velivolo nato durante gli anni ’50 – il suo primo volo risale all’agosto del 1954 – è diventato la spina dorsale del trasporto aereo tattico nel mondo occidentale e ancora oggi sembra che sia insostituibile in quel ruolo, stante il “fallimento” di alcuni tentativi di rimpiazzarlo, fatta esclusione per l’eccellente C-17 Globemaster III.

Nuova linfa, che allungherà la sua vita operativa, è stata iniettata niente meno che dal comando statunitense per le operazioni speciali dell’Usaf (Afsoc). Lockheed Martin ha infatti recentemente annunciato che l’Afsoc ha mostrato vivo interesse per una versione anfibia del C-130J. In effetti già a maggio il comando forze speciali dell’aeronautica Usa aveva stabilito come prioritaria l’esigenza di dotarsi di alcuni MC-130J in versione Mac (Amphibious Capability), ma solo lo scorso settembre è stato ufficializzato il tutto. Allora eravamo venuti a sapere che l’U.S. Air Force stava sviluppando una versione anfibia del velivolo per migliorare le sue capacità di operazioni marittime e la particolare attenzione mostrata verso la possibilità di “posizionamento e accesso per l’infiltrazione, l’esfiltrazione e il recupero del personale” lasciava presagire fosse destinato alle forze speciali.

Le operazioni via mare offrono infatti zone di atterraggio in acqua quasi illimitate che forniscono una flessibilità operativa significativa, in particolare quando non è possibile sfruttare piste improvvisate terrestri.

L’Afsoc e i partner del settore stanno già testando i prototipi del nuovo velivolo attraverso gli strumenti digitali e la modellazione in realtà virtuale che permetterà, attraverso simulazioni al computer, l’accelerazione dei tempi di sviluppo già prima di arrivare alla costruzione dei prototipi fisici. Secondo il programma di sviluppo, che si articola in cinque fasi, la prima dimostrazione della capacità operativa del velivolo sarà effettuata entro 17 mesi, con la possibile incorporazione delle capacità Mac in altre varianti dell’MC-130.

Quest’idea è frutto del diretto spostamento dell’asse strategico statunitense verso l’Indopacifico, che ha lo scopo di contenere e contestare l’avanzata cinese in quel settore di globo. Trattandosi di un teatro operativo dove il mare è lo scenario principale (se non assoluto), diventa necessario avere uno strumento in grado di infiltrare ed esfiltrare in modo rapido ed efficace personale appartenente alle forze speciali. I sottomarini, usati sino a oggi per questo compito nel lungo raggio d’azione (anche dalla nostra Marina Militare), sono degli assetti pregiati non “spendibili” e soprattutto hanno dei tempi di reazione più lenti rispetto a un velivolo come il C-130J, che con la capacità di essere rifornito in volo può virtualmente raggiungere ogni punto del pianeta.

Potenzialmente una soluzione simile può essere sfruttabile anche negli ambienti artici, senza che delle piste sul ghiaccio vengano preventivamente approntate.

La configurazione del nuovo velivolo non è ancora stata ufficialmente decisa, o quanto meno non è ancora stata resa nota. Sono comparsi alcuni render digitali che lo mostrano con due scarponi e un carrello, esattamente come alcuni idrovolanti anfibi di uso civile più piccoli. Naturalmente, attaccare grandi galleggianti a un Hercules comporterebbe gravi penalità in termini di resistenza aerodinamica e peso, riducendone portata e capacità di carico.

Tuttavia c’è la possibilità che quanto visto non sia necessariamente ciò che il comando operazioni speciali ha ora in mente per l’MC-130J. Uno scafo centrale classico, simile a quello di una barca come visto in tanti altri idrovolanti anche militari, non avrebbe un effetto così negativo sulle prestazioni, ma richiederebbe una riprogettazione più significativa e non è qualcosa su cui Lockheed Martin è nota per aver lavorato di recente.

L’idea di un C-130 “marittimo” non è nuova. I primi studi in merito risalgono a decenni fa, ed il Pentagono ha pensato seriamente di procedere con la sua costruzione. In effetti la Lockheed aveva proposto un Hercules completamente anfibio con scafo centrale negli anni ’60 ma senza successo, sebbene la marina degli Stati Uniti avesse intrapreso un percorso di sperimentazione utilizzando un modello in scala. Anche la possibilità di montare degli scarponi galleggianti su una variante del C-130 non è nuova. Sempre la ditta produttrice del velivolo aveva proposto una versione simile alla fine degli anni ’90 che aveva riscontrato l’interesse dalla U.S. Navy in quanto ritenuta funzionale alle possibilità di inserimento ed esfiltrazione di squadre di Seal con le loro imbarcazioni specializzate in aree costiere. Esattamente il tipo di impiego che si prevede avrà l’MC-130J anfibio.

Mettendo insieme questo tassello, insieme ad altri rappresentati dal recupero della vocazione di forza anfibia dei Marines, dalla maggiore attenzione dell’U.S. Navy per le unità in grado di proiettare le forze da sbarco, senza dimenticare la strada intrapresa per aumentare le possibilità di dispiegamento del potere aereo (con relativi aumenti delle difese per le basi nel Pacifico), si ha un quadro completo – se ce ne fosse ancora bisogno – di quanto l’Indopacifico sia diventato il principale ambito di interesse della politica estera statunitense.

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