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Taiwan, per Pechino “l’isola ribelle” da condurre – in un modo o nell’altro – nell’abbraccio del Dragone, si avvia alle prossime elezioni presidenziali di gennaio in un crescente clima di tensione.

Le intrusioni cinesi nell’Adiz (Air Defence Identification Zone) di Taipei si sono fatte più massicce, arrivando a un picco di 103 velivoli che nell’arco di sole 24 ore, il 19 settembre scorso, sono penetrate in quella parte di spazio aereo che afferisce alla difesa aerea dell’isola. In particolare 40 di essi hanno attraversato la linea mediana che corre lungo Stretto di Taiwan, a sottolineare come queste incursioni siano a tutti gli effetti svolte con intento coercitivo. Dando invece uno sguardo più generale, il numero complessivo delle penetrazioni dell’Adiz taiwanese è andato aumentando da marzo 2022, con un picco rappresentato da agosto di quell’anno, per le note cause riguardanti la visita nell’isola della presidente della Camera Usa Nancy Pelosi.

Da quel particolare momento, però, la situazione non si è normalizzata e la Plaaf (People’s Liberation Army Air Force) ha mantenuto un rateo mensile di intrusioni doppio rispetto a quello dell’anno precedente. Intrusioni che a volte e con più frequenza vengono affiancate da azioni navali, come il transito di portaerei lungo lo Stretto.

Tensioni che guidano le elezioni

L’escalation cinese di agosto 2022 ha avuto l’effetto immediato di radicalizzare ulteriormente il sentimento di minaccia nella popolazione di Taiwan pertanto le prossime elezioni ne saranno notevolmente influenzate al punto che è possibile affermare che proprio quell’evento, insieme all’aumento delle azioni aggressive intorno all’isola, ne guiderà l’esito in considerazione della postura dei candidati verso la Cina.

Anche il delicato settore della Difesa ne ha risentito, e nell’ultimo anno Taipei ha dimostrato di guardare con più interesse al mercato degli armamenti statunitense, essendo Washington il garante della continuità dell’indipendenza dell’isola.

Gli Stati Uniti hanno stanziato per l’isola circa un miliardo di dollari di aiuti militari nel 2023, che può sembrare poco se confrontato coi 44 miliardi che sino a oggi sono stati elargiti all’Ucraina sotto forma di armamenti made in Usa, ma bisogna considerare che l’apporto statunitense alla difesa dell’isola è stato continuativo nel corso degli anni dimostrando anche un rapporto di proporzionalità diretta con la minaccia cinese. Silenziosamente – ma nemmeno troppo – la Casa Bianca sta armando Taipei per renderla un obiettivo “difficile” per le mire espansionistiche di Pechino, aumentandone la capacità di deterrenza con maggiori e migliori sistemi d’arma.

Non bisogna pensare che Taiwan accetti passivamente queste decisioni di Washington: al contrario è dimostrabile che da quando la Cina ha intrapreso una politica più aggressiva verso l’isola, la politica locale – nonostante le diversità – vede comunque negli Stati Uniti il punto fermo a cui affidarsi per la propria difesa, sebbene vi siano differenze nella postura da assumere nei confronti di Pechino.

Alcune forze politiche auspicano una normalizzazione dei rapporti con la Cina, mentre altre sono più aperte verso la ricerca di un maggior coinvolgimento statunitense e occidentale, ma tutte comunque difendono lo status quo che sancisce una indipendenza de facto dell’isola, rifacendosi al “Cross Strait Act” del 1992 che regola i rapporti (e la definizione alquanto aleatoria di “Una Cina”) tra Taiwan e la Repubblica Popolare Cinese (Rpc).

Le prossime elezioni presidenziali di gennaio, quindi, molto difficilmente cambieranno la postura del governo di Taipei riguardo la volontà di restare uno Stato sovrano, anche perché la recente repressione cinese a Hong Kong ha definitivamente fatto tramontare la possibilità che si attui la modalità, proposta da Pechino, di “un Paese due sistemi”.

I candidati

Dopo il recente ritiro di Terry Gou dalla corsa alla presidenza, sono rimasti tre candidati a lottare per il governo del Paese.

Lai Ching-te è il candidato del Partito Democratico Progressista (Dpp) attualmente al potere e ricopre la carica di vicepresidente di Taiwan nonché presidente del partito. Storicamente il partito è quello più filo-statunitense e lo stesso Lai Ching-te ha affermato che se sarà eletto provvederà a stringere ulteriormente i legami con Stati Uniti e le democrazie occidentali. Proprio per questo la Cina sta intervenendo – a suo modo – in queste elezioni affermando che il viaggio del candidato presidente del Dpp negli Usa di agosto è stato “un atto di indipendenza”, quindi cercando di fare leva sulla rottura dello status quo che avverrebbe proprio qualora Taipei procedesse ufficialmente in tal senso.

A onor del vero Lai ha proposto colloqui a Pechino, che però sono stati respinti proprio per mantenere alta la tensione e per agitare lo spettro indipendentista. Se Lai Ching-te verrà eletto – e ha tutte le carte in regola per esserlo –, molto probabilmente si porrà nello stesso solco del suo predecessore quindi ricercando un maggior impegno militare statunitense, ampliando il procurement militare – e quindi la spesa per la Difesa – e aprendo a nuove forme di collaborazione col Giappone, altro rivale della Cina in quella vasta regione geografica. Del resto il nuovo corso nipponico, che vede il riarmo su vasta scala e la ricerca di nuovi partenariati strategici, ad esempio quello con l’Italia e quello col Vietnam, offre questa possibilità per Taipei.

Il secondo candidato è Hou You-yi che appartiene al partito di opposizione, il Kuomintang (Kmt). Hou è il sindaco di New Taipei, città vicina alla capitale, ed è stato rieletto in maniera schiacciante l’anno scorso. Il Kmt è tradizionalmente favorevole a legami più stretti con la Cina, ma nega fermamente di essere pro-Pechino. Di particolare importanza è il fatto che anche Hou rigetta decisamente la politica “un Paese due sistemi” e ha affermato che le sfide alla sovranità nazionale sono inaccettabili, e che Taiwan deve prenderle sul serio e garantire un elevato livello di prontezza alla battaglia. Contemporaneamente sostiene anche che l’indipendenza di Taiwan non abbia base legale, pertanto si oppone a qualsiasi tentativo in tal senso.

Hou afferma di voler riprendere i colloqui con Pechino e proprio perché rappresenta il candidato di opposizione rispetto all’attuale governo potrebbe avere l’attenzione della Cina, ma molto difficilmente, se eletto, agirebbe per ridurre le spese per la Difesa e quindi staccarsi dal cordone ombelicale militare statunitense.

L’ultimo candidato alla presidenza è Ko Wen-je, ex sindaco di Taipei, e fondatore del Partito Popolare di Taiwan (Tpp). La storia politica di Ko è controversa: dapprima dimostra di allinearsi sulle posizioni del Dpp, successivamente assume posizioni più indipendentiste, infine sembra essersi posizionato su posizioni più filo-cinesi. Ko rimane elusivo sui dettagli della sua strategia per la Cina, e per molti osservatori sembra che non ne abbia una, sebbene si sia detto aderente alla politica “pro status quo”.

Interessante, ai fini della nostra trattazione, l’affermazione di Ko riguardante le tensioni lungo lo Stretto: il candidato del Tpp ha affermato che stante la situazione di stallo perdurante da tempo, sarebbe meglio concentrarsi sui problemi interni. Probabilmente quindi questo velato “isolazionismo” e la volontà di ristabilire i legami con la Rpc potrebbero spingerlo a tagliare il bilancio per la Difesa e a diminuire le importazioni di armamenti made in Usa, sebbene, va ricordato, quando è il momento di governare i problemi della sicurezza della nazione vanno affrontati in modo pragmatico e quindi, a fronte del rischio di un’invasione cinese, non cesserebbe di richiedere il sostegno statunitense.