Gli investimenti esteri diretti della Cina sono cresciuti esponenzialmente dal 2000 ad oggi, seguendo la cosiddetta “Going out policy”, ossia la politica di internazionalizzazione della Cina fortemente voluta da Pechino.

Tra il 2000 e il 2016, gli investimenti diretti cinesi sono passati da 915 milioni di dollari americani a 183 miliardi, con uno stock totale di più di 1300 miliardi. Se nel 2020 gli investimenti esteri diretti della Cina si sono fermati a133 miliardi, lo stock totale ha continuato a crescere fino a raggiungere i 2200 miliardi di dollari nel 2019. Nel 2018, 37mila aziende cinesi operavano in più di 200 paesi o regioni del globo. Le aziende statali o private cinesi si sono infatti lanciate alla ricerca di nuove opportunità nel mondo, alla ricerca di risorse naturali ed energetiche e di mercati emergenti.

I viaggiatori cinesi nel 2018 hanno effettuato più di 150 milioni di spostamenti, e più di 600mila studenti cinesi studiano all’estero. Cresce quindi la portata globale di Pechino, ma crescono anche proporzionalmente i rischi per le imprese e per i cittadini cinesi. Un settore industriale è però ancora agli albori: quello dell’industria della sicurezza cinese.

Pla e Pap non bastano

Le aziende cinesi che operano all’estero sino ad ora hanno fatto affidamento essenzialmente alle forze armate (People’s Liberation Army – Pla) e di polizia (People’s Armed Police – Pap) cinesi per garantire la propria sicurezza. Tuttavia, sul lungo termine questa soluzione risulta molto costosa, di difficile gestione nonché foriera di rischi significativi per il governo di Pechino.

Fino al 2017 la presenza cinese in Africa si limitava pressoché esclusivamente alla promozione dello sviluppo economico e del commercio, tanto da far dire al generale americano Waldhauser, ex comandante dell’Africom, che “i cinesi ci mettono i soldi, i Russi i muscoli”. Questo poteva essere vero in passato, ma lo sarà sempre meno in futuro.

Se Pechino si è comportata da “free rider” nella guerra al terrorismo lanciata dagli Usa, la sua espansione globale richiede ora un cambiamento di postura. Già negli anni ’90 la Cina assume un ruolo più attivo in senso alle Nazioni Unite, partecipando attivamente alle missioni di peacekeeping, ma il vero salto di qualità si avrà non casualmente tra il 2003 e il 2005, quando il numero di uomini dispiegati in queste missioni passa da poco meno di trecento a più di mille, rendendo Pechino il primo fornitore di truppe tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.

Nel 2017 apre al prima base militare della marina cinese fuori dai confini nazionali, a Gibuti. Nel 2018, durante il forum sino-africano sulla sicurezza e la difesa, Pechino promuove per la prima volta una discussione sul “capacity building” delle forze di sicurezza africane, proponendo una più ampia cooperazione nell’ambito della difesa e un approfondimento delle relazioni militari.

Il principio del non intervento si tempera, aprendo gradualmente alle “operazioni militari diverse dalla guerra” (In inglese Military Operations Other Than War – Mootw). Sempre nel 2018 le forze armate cinesi conducono operazioni di addestramento in Camerun, Gabon, Ghana e Nigeria mentre unità mediche militari operano attivamente in Etiopia, Sierra Leone, Sudan e Zambia. Secondo uno studio proprio le forze armate cinesi dal 2016 al 2014 hanno evacuato più di 60mila connazionali dalle Isole del Pacifico, dall’Egitto, dalla Libia, da Haiti e dalla Siria mettendoli in salvo da rivolte, guerre civili e disastri naturali.

Se già le operazioni di salvataggio operate dalle forze armate nazionali risultano costose, assicurare la protezione delle imprese e dei connazionali che operano in tutto il mondo risulta un compito pressoché impossibile. Inoltre, ogniqualvolta interviene l’esercito di Pechino, il rischio di coinvolgimento o di incidenti che potrebbero incrinare il principio del non intervento è alto. Pechino ha quindi rafforzato le relazioni bilaterali con i paesi partner, includendo la protezione degli asset cinesi e dei suoi cittadini. L’apertura di canali diplomatici preferenziali o di servizi di protezione consolare e il coinvolgimento delle forze di sicurezza locali fanno ormai parte del pacchetto di accordi che la Cina stipula con i propri partner. L’esempio più lampante è forse quello del Pakistan, che ha dedicato un contingente di 15mila uomini fra militari e polizia, in aggiunta a 6mila paramilitari, al fine di garantire la sicurezza del corridoio economico sino-pakistano (Cpec).

Anche questo tipo di soluzioni, tuttavia, non offre un livello di protezione adeguata. Da un lato le forze armate locali sono sovente parte integrante dei conflitti che affliggono i paesi partner della Cina, ed un loro coinvolgimento rischia di aumentare i rischi per le aziende e il personale cinese. Dall’altro l’operato degli stessi militari, specie in caso di incidenti che coinvolgano vittime civili, rischia di causare un danno di immagine significativo alle imprese cinesi, compromettendo contratti potenzialmente lucrativi. In questa prospettiva lo sviluppo di un’industria delle Pmc cinesi risulta non solo l’opzione più economica, ma anche quella di minor impatto per la strategia globale cinese, fornendo a Pechino la possibilità di negare il proprio coinvolgimento diretto.

Il principio di neutralità e le sue implicazioni

Uno dei pilastri della politica estera cinese è sempre stato il principio di “non intervento” in ambito internazionale. Una sorta di “principio di neutralità” che ha tenuto Pechino lontano dai conflitti in modo diretto, se pur con importanti deroghe: oltre alla ben nota Guerra di Corea (1950-1953), la Cina è stata coinvolta in un conflitto aperto con l’India (1962) e col Vietnam (1979).

Sebbene la Cina, oltre a questi tre conflitti diretti, non abbia mai apertamente avuto altre guerre, ha comunque sostenuto fazioni impegnate in eventi bellici per i propri interessi geostrategici: ricordiamo, a mero titolo esemplificativo, il sostegno agli Khmer Rossi in Cambogia oppure l’appoggio dato al Fnla (National Front for the Liberation of Angola) e all’Unita (Union for the Total Independence of Angola) insieme a Stati Uniti, Sud Africa e Zaire durante la guerra civile in Angola degli anni ’70, dimostrando già allora di contravvenire a un altro pilastro, ovvero quello della “coesistenza pacifica”.

Proprio con Nuova Delhi il “conflitto” non si è mai del tutto sopito e ha ripreso vigore di recente, con un’escalation militare che ha riguardato soprattutto il Kashmir, ma anche l’Arunachal Pradesh, ovvero le zone di confine contese tra i due giganti asiatici. Un conflitto che ha portato l’estensione del braccio cinese in Pakistan, Myanmar e Bangladesh utilizzando strumenti di pressione diplomatica ed economica che sfiorano la coercizione quando si tratta del Nepal e della questione religiosa strettamente legata al Tibet.

La massiccia espansione economica della Cina dalla fine della Guerra Fredda l’ha trasformata in un attore di primo piano sulla scena mondiale e proprio questa crescita ha introdotto il problema della vulnerabilità degli interessi cinesi che ora sono geograficamente diffusi intorno al globo. Allo stesso tempo, la Cina è arrivata a considerarsi una grande potenza, che abbisogna di forze armate commisurate a questo status anche per poter passare da ruolo di “regolato” a quello di “regolatore” del sistema internazionale. Proteggere i suoi interessi all’estero e integrare l’influenza economica con quella militare, tuttavia, richiederà massicci cambiamenti al sistema attuale: un primo importante passo in tal senso è stato fatto a dicembre del 2015 quando il Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo approvò una nuova legge antiterrorismo che, tra le altre disposizioni, consentiva all’esercito e alla polizia di impegnarsi in missioni antiterrorismo all’estero previa approvazione dei Paesi interessati. Significa che anche se la Cina potrebbe non essere coinvolta in operazioni antiterrorismo all’estero a breve, a Pechino basterà solo chiedere l’approvazione del Consiglio di Stato o della Commissione Militare Centrale per farlo.

Anche le modifiche alla struttura delle forze armate cinesi forniscono la base per ampliare le operazioni all’estero. Le forze di terra dell’Esercito Popolare di Liberazione hanno un quartier generale separato, mettendo fine alla dipendenza da questo della marina e dell’aeronautica. Coi tre rami delle forze armate separati – nonché la separazione delle forze missilistiche strategiche – si è avuta una modernizzazione della struttura militare, con un comando unificato nei distretti militari o nelle zone di combattimento, che permette flessibilità ma soprattutto una postura interforze che è idonea a sostenere operazioni oltre i confini della Cina.

Il libro bianco della difesa di Pechino del 2015 chiarisce inoltre che l’obiettivo è trasformare completamente il ruolo del Pla, riorientandone ogni ramo verso operazioni all’estero ed espandendone il ruolo per includere la protezione degli interessi cinesi ovunque essi siano. Il documento ha specificato questi interessi individuandoli nel campo delle risorse energetiche, nelle linee strategiche di comunicazione marittima, nonché nelle istituzioni, nel personale e asseti cinesi all’estero.

Come già detto la gestione della sicurezza di questi interessi in Stati ove vi sia un effettivo livello di minaccia da parte del Pla o del Pap è sconsigliabile, pertanto è ragionevole supporre che il quadro giuridico relativo alle Pmsc e soprattutto la loro modalità di impiego subirà un’evoluzione che le porterà dapprima più vicine a quelle occidentali, ed in un secondo momento a quelle russe.

Le esigenze delle Soe Cinesi

I principali protagonisti della Going out policy sono sicuramente le imprese statali cinesi (State Owned Enterpirses – Soe). Elementi centrali nel mercato della forza cinese, queste imprese hanno delle caratteristiche peculiari che si riflettono anche nel tipo di servizi che richiedono.

Le imprese cinesi nel settore energetico sono sicuramente quelle con un’esperienza maggiore, poiché operano da più tempo in contesti a rischio medio o alto, e ad oggi richiedono essenzialmente servizi di sicurezza alle infrastrutture e guardia perimetrale puntando su tecnologie avanzate, sebbene la presenza di uomini sul campo sia sempre necessaria. Le imprese che operano in altri settori, in particolare quelle legate alla Nuova Via della Seta (Belt and Road Intiative o Bri in inglese), per la maggior parte non hanno ancora sviluppato una cultura della prevenzione del rischio e della sicurezza.

Il fattore centrale per queste imprese è il costo, pertanto le scelte in materia di sicurezza sono ancora determinate da una competizione al ribasso (ad oggi un contractor occidentale o russo costa quanto dodici omologhi cinesi). Queste aziende si rivolgono poi essenzialmente a Psc cinesi sia per una questione di affinità culturale, sia come forma di autotutela al fine di evitare che trapelino informazioni confidenziali sull’azienda. Implicitamente si ritiene infatti che le Psc cinesi, composte perlopiù da ex uomini delle forze armate o delle forze di polizia, siano più inclini a non diffondere dati sensibili.

I servizi più richiesti includono raccolta di informazioni, servizi di scorta, di sicurezza perimetrale, di addestramento (security training) e di evacuazione in emergenza. Per la protezione dei cantieri e per la sicurezza perimetrale delle aree residenziali le Psc cinesi generalmente fanno affidamento ad aziende locali di sicurezza o alle forze armate o di polizia del paese partner.

Più in generale la dottrina della sicurezza cinese prevede tre fasi di mitigazione del rischio: la prima è quella di prevenzione che si compone essenzialmente di analisi dei rischi e di formazione del personale in espatrio. La seconda fase si struttura attorno alle capacità di riposta emergenziale e di gestione delle crisi e può comportare anche azioni controffensive coinvolgendo le forze di sicurezza locali al fine di minimizzare i danni alle persone e alle proprietà. La terza fase invece riguarda le capacità di ripresa e ricostruzione a seguito di attacchi.

Un mercato della forza nascente, con caratteristiche particolari

Un quadro legale in definizione

Per quanto concerne l’inquadramento giuridico delle Psc cinesi, la legislazione in vigore non si è ancora adattata alle nuove esigenze di sicurezza e crea una zona grigia nella quale operano i fornitori di sicurezza.

Innanzitutto, per ragioni storiche e culturali, la Cina non vede di buon occhio l’impego di Psc che vengono considerate ancora oggi alla stregua di mercenari al soldo del miglior offerente. Per questo motivo la legislazione cinese regola strettamente il porto di armi e l’utilizzo di compagnie di sicurezza private. Una legge del 1993 restringe il possibile pool di dirigenti delle Psc esclusivamente agli ex membri della Pla o della Pap.

La regolamentazione sulla fornitura di servizi di sicurezza e guardia è stata aggiornata nel 2009 al fine di legalizzare l’impiego di servizi di sicurezza privati affidandoli al controllo del Ministero della Pubblica Sicurezza, ma non definisce in maniera precisa le regole per l’impiego di Psc al di fuori dei confini nazionali. Un ulteriore ostacolo giuridico sono le leggi del 1996 e del 2002 che regolano l’utilizzo di armi da fuoco per finalità di sicurezza e guardia sul territorio nazionale.

Le Psc cinesi rimangono sostanzialmente prive di un quadro giuridico nel quale operare all’estero e devono pertanto fare affidamento alle leggi locali. Ad esempio, per quanto concerne il porto di armi da fuoco, questo potrà essere concesso dalle autorità locali competenti a seconda della legislazione vigente. Cionondimeno la “regolamentazione circa la gestione della sicurezza delle compagnie cinesi, delle istituzioni e del per personale operanti all’estero” ribadisce il principio per cui l’azienda è responsabile per la sicurezza dei suoi lavoratori, obbligandola di fatto a prendere le necessarie precauzioni. Ciò si traduce sostanzialmente in un incoraggiamento ad utilizzare i servizi offerti dalle Pmc per minimizzare i rischi sul campo.

Ad oggi occorre però notare che, sebbene il diritto internazionale autorizzi l’utilizzo di armi da fuoco per servizi di sicurezza, la stragrande maggioranza delle Psc cinesi pubblicizza apertamente il fatto che i propri dipendenti operano disarmati. E’ dunque probabile che questa caratteristica delle Psc cinesi dipenda più d auna volontà politica di Pechino che da un quadro legislativo che comunque lascia spazio all’utilizzo di armi da fuoco.

Una forza privata, poco privata

La legislazione cinese stabilisce poi che i servizi di protezione e guardia armata sul territorio nazionale possono essere offerti esclusivamente da società statali o controllate a maggioranza del 51% dello stato. Questo di fatto annulla, sul territorio cinese, la distinzione fra servizi di sicurezza statali o privati tanto che il termine Psc (Private Security Contractor) risulta di fatto inappropriato, la legge però tace circa i servizi offerti da cinesi, per compagnie cinesi, all’estero.

La ricerca della dottoressa Van Meel sulla privatizzazione della sicurezza come strumento della privatizzazione della politica estera cinese offre un quadro interpretativo interessante circa l’operato delle Psc all’estero. Sulla (scarsa) trentina di società di sicurezza private cinesi che opera al di fuori dei confini nazionali la stragrande maggioranza non è direttamente controllata da Pechino, ma il fatto che la quasi totalità del board che le dirige sia cinese e che siano quasi tutte composte da ex membri della Pla o della Pap le pone di fatto sotto l’egida del governo cinese. Inoltre, il governo tende a non esercitare il proprio controllo direttamente, preferendo utilizzare più ampie raccomandazioni politiche al fine di indirizzare l’operato delle Psc.

Questo però non significa che le Psc, come nel caso di quelle Russe, siano uno strumento integrante della politica estera cinese, poiché rischierebbe di incrinare il principio cardine del non intervento. Il controllo “socio-organizzativo” esercitato da Pechino sembra invece avere per scopo quello di armonizzare l’operato degli attori di sicurezza privata con le proprie politiche estere.

L’internazionalizzazione delle C-psc e il quadro giuridico internazionale

Ad oggi la stragrande maggioranza delle 5200 Psc cinesi offre sostanzialmente servizi di scorta non armata a personale Vip. Sul territorio cinese esistono numerose scuole di formazione, il cui scopo principale e quello di prepara future guardie del corpo mediante l’addestramento alle arti marziali.

Le poche Pmc che operano all’estero non posseggono un’adeguata formazione e sono fortemente vincolate nell’utilizzo di armi da fuoco. Se la Cina è uno dei principali firmatari del documento di Montreux che regola l’utilizzo dei servizi delle Pmsc, le aziende di sicurezza cinesi non hanno ancora raggiunto gli standard internazionali. Sono infatti pochissime quelle che fanno parte dell’International Code of Conduct Association (Icoca, ente internazionale volto a fornire un quadro sulle regole di condotta di queste società) o che posseggono una certificazione dell’International Organization for Standardization (Iso). Questi ultimi sono solo due esempi delle numerose certificazioni esistenti per le Pmsc.

Sebbene un numero crescente di Psc cinesi promuova la trasparenza del proprio operato e cerchi di evitare episodi di corruzione o violenza nei confronti delle popolazioni locali, poche si sono rivolte ad enti certificatori. Questo dipende in parte da barriere linguistiche e difficoltà tecniche, ma anche dai costi che queste certificazioni comportano. In un settore dominato dalla competizione sui costi, dove le nozioni di efficacia ed efficienza non sono ancora state del tutto interiorizzate dalla domanda di sicurezza, l’assenza di certificazioni internazionali riflette una mancanza di interesse verso servizi di alta qualità e comprovata esperienza.

Una mancanza di expertise sotto diversi profili

Secondo uno studio prodotto dal think tank Phoenix e dall’università Tshinghua di Pechino pubblicato nel 2016, risulta che la maggior parte delle Psc cinesi presenta una consapevolezza dei possibili rischi e una capacità di farvi fronte ancora “molto debole”.

Non solo le Psc cinesi non hanno capacità letali (fatta eccezione per quelle che si occupano di sicurezza marittima), ma mancano anche di personale qualificato. La maggior parte dei contractor cinesi, provenendo alle forze armate e di sicurezza cinesi, possiede unicamente un diploma superiore e non ha le capacità linguistiche e culturali necessarie per operare all’estero.

Così come l’assenza di certificazioni internazionali presuppone anche una scarsa conoscenza del diritto internazionale ed umanitario, essenziale quando si opera in contesti ad alto rischio. Per quanto concerne poi le capacità militari in senso stretto, conviene ricordare che le forze armate cinesi non sono impegnate direttamente in un conflitto dalla guerra sino-vietnamita. Pertanto, le uniche esperienze di attività militari in senso stretto sono quelle maturate dalla Pla e dalla Pap nel contesto delle missioni delle Nazioni Unite.

Inoltre, l’impiego come contractor, oltre ad essere sanzionato negativamente in Cina, è spesso considerato come un lavoro temporaneo, il che si riflette anche nelle frequenti rotazioni del personale di sicurezza cinese dispiegato all’estero. Questo fa si che le Psc cinesi, a differenza ad esempio dei più rodati contractor russi, non abbiano una reale esperienza sul campo.

Nell’ottica della ristrutturazione delle forze armate lanciata da Pechino, in futuro si svilupperanno sicuramente dei profili altamente qualificati alla stregua degli operatori delle forze speciali occidentali o russi; tuttavia, al momento esiste una vera e propria carenza di personale che abbia un curriculum analogo a quello delle controparti straniere.

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