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Ogni settimana gli Stati Uniti staccano un assegno da circa un milione di dollari che finisce nelle casse di Mosca. Non si tratta di una transizione diretta, ma poco ci manca. È un flusso continuo che le basi militari americane pagano ai russi per l’accesso ai combustibili fossili, gas e petrolio in particolare. Soldi che alla fine finanziano anche la guerra in Ucraina.

La cifra è frutto di un calcolo compiuto dalla Brown University. Il Watson Institute National Defense dell’ateneo americano ha provato a stimare quanto spende ogni base a stelle e strisce presente in territorio europeo per restare operativa. Conti alla mano circa il 30% dell’annuale fabbisogno energetico degli avamposti viene soddisfatto da materie prime russe.

Ma quante sono le basi americane nel mondo e soprattutto in Europa? Secondo una stima di dell’analista David Vine, che da anni monitora la presenza americana nel mondo, oggi ci sarebbero almeno 750 strutture sparpagliate in 80 Paesi. Nel conteggio c’è di tutto: piste di atterraggio in mezzo all’oceano, dormitori, centri logistici, avamposti nel deserto e ovviamente depositi per armamenti e munizioni. Di queste poco meno di 300 sono nel Vecchio continente. E tutte hanno fame di energia.

Secondo il Pentagono le installazioni militari americane in Europa consumano qualcosa come 9 trilioni di BTU, una unità di misura anglosassone che stima il consumo energetico. Per avere un altro termine di paragone stiamo parlando di circa 1,5 milioni di barili di petrolio consumati ogni anno. Se poi consideriamo che la dieta energetica di ogni base comprende circa il 37% di gas e il 6% di petrolio è facile immaginare quanto ogni punto della rete americana nel Vecchio continente sia legato a Mosca.

Sì perché queste strutture dipendono fortemente dai Paesi che le ospitano, come Italia, Germania o Polonia che a loro volta sono legati alle forniture degli oligarchi. In questo senso è emblematico il caso della base aerea di Ramstein, in Germania. Il sito ospita oltre 53 mila americani, tra personale militare e civile. Ogni anno la struttura consuma poco meno di 1000 miliardi BTU. Se teniamo conto che il 37% sono consumi di gas e che a sua volta il 65% del gas importato da Berlino arriva da Mosca (dato del 2020), è facile calcolare che il 24% dell’energia bella base è made in Russia, il tutto per una bolletta da 4 milioni di dollari l’anno.

Un conto simile può essere fatto anche per le basi presenti in Italia. Il complesso di Vicenza, che tra gli altri comprende la Caserma Ederle e l’aeroporto Dal Molin e che ospita i paracadutisti della 173rd Airborne Brigade, consuma ogni anno 558 miliardi BTU. Tenendo conto di fabbisogno e dipendenza dell’Italia per il gas russo (43% delle importazioni secondo l’Eurostat) il conto finale è di circa 88 miliardi, che si traduce in poco più di un milione e mezzo di euro l’anno. Unendo tutte queste spese, scrivono ancora i ricercatori, la proiezione dei costi per l’anno in corso (tenuto conto dell’aumento dei prezzi) potrebbe arrivare quasi a 60 milioni di dollari.

Le stime della Brown non sono un esercizio stilistico, ma un campanello di allarme. L’intera valutazione è stata fatta solo sul mantenimento delle basi e non sui costi di eventuali operazioni militari ed è quindi molto conservativa. I leader della Nato riuniti a Madrid hanno dato un nuovo slancio all’Alleanza con obiettivi ambiziosi. Solo gli americani hanno aumentato il proprio contingente da 80 a 100 mila uomini, mentre l’intero dispositivo dell’Alleanza dovrebbe arrivare a 300 mila uomini oltre che navi e aerei, mezzi che hanno bisogno di combustibili per essere pronti all’azione. Ma al momento, in attesa che i piani di approvvigionamento alternativi dell’Europa decollino, tutto resta appeso a Mosca. Lo stesso nemico della Nato che rifornisce i suo i stessi mezzi.

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