Le armi della Corea del Nord: ora Kim rilancia sul potenziamento nucleare

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Durante la recente visita al porto di Nampo, avvenuta il 19 agosto, Kim Jong Un ha rilanciato con forza la sua strategia di militarizzazione nucleare. Davanti al cacciatorpediniere Choe Hyon, la più avanzata nave della marina nordcoreana, ha invocato una “rapida espansione della nuclearizzazione” del Paese, denunciando le esercitazioni congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud come “prove generali di guerra”. Il messaggio è chiaro: Pyongyang non intende rinunciare all’arma nucleare, anzi vuole accelerare i tempi di sviluppo e modernizzazione, trasformando la propria forza militare in deterrente permanente.

Le esercitazioni alleate e la risposta nordcoreana

Le esercitazioni Ulchi Freedom Shield, iniziate a metà agosto, hanno mobilitato oltre 20 mila soldati, con operazioni simulate al computer e addestramenti sul campo. Washington e Seul le definiscono “difensive”, ma per Kim rappresentano un atto ostile, parte di una strategia di pressione che include “elementi nucleari”.

La Corea del Nord risponde con la stessa logica: minacciare con contromisure “proattive e travolgenti”. La penisola, ancora tecnicamente in guerra dal 1950, si conferma così una delle zone più instabili del pianeta, dove ogni esercitazione o test rischia di innescare una spirale pericolosa.

La corsa navale e nucleare

Il cacciatorpediniere Choe Hyon, 5.000 tonnellate di tecnologia militare, è stato progettato per ospitare sistemi nucleari. Pyongyang sta lavorando a una classe di tre navi di questo tipo, di cui una è stata danneggiata al varo e successivamente riparata, mentre una terza è prevista per ottobre.

Parallelamente, secondo stime della Federazione degli scienziati americani, la Corea del Nord avrebbe prodotto materiale fissile sufficiente per 90 testate nucleari e potrebbe già averne assemblate circa 50. Un arsenale potenzialmente capace di alterare in profondità l’equilibrio regionale.

L’impasse del dialogo intercoreano

Mentre Kim rilancia la corsa nucleare, il nuovo presidente sudcoreano Lee Jae Myung cerca un riavvicinamento. Ha espresso l’intenzione di ripristinare l’accordo militare del 2018, che aveva creato zone cuscinetto e limitato i voli militari sopra il confine. Un passo verso la de-escalation, accolto però con indifferenza da Pyongyang, che ha respinto ogni tentativo di dialogo.

L’atteggiamento di Kim indica un calcolo preciso: mostrare forza per ottenere concessioni, rafforzare la propria immagine interna e mantenere un margine di manovra di fronte a pressioni internazionali.

La dimensione geopolitica e strategica

Per gli Stati Uniti, il programma nucleare nordcoreano è una minaccia costante che richiede coordinamento con Seul e Tokyo. Ma il contesto è più ampio: la Cina rimane l’unico vero alleato di Pyongyang, indispensabile sul piano economico e diplomatico. La crescente tensione tra Washington e Pechino conferisce a Kim una leva strategica: diventare fattore destabilizzante in un momento in cui l’Asia orientale è già al centro delle rivalità globali.

Sul piano militare, l’espansione nucleare nordcoreana mira a creare una deterrenza “asimmetrica”: armi atomiche e capacità missilistiche contro l’incomparabile superiorità convenzionale di Stati Uniti e Corea del Sud. Una strategia che aumenta il rischio di escalation non pianificate.

Conclusione: la sfida permanente di Kim

La dichiarazione di Kim Jong Un è l’ennesima conferma che la denuclearizzazione della Corea del Nord resta una chimera. Pyongyang non solo rifiuta di fermarsi, ma punta a consolidare il proprio status di potenza nucleare di fatto.

Questo scenario costringe Washington e Seul a mantenere alta la guardia e rende più difficile ogni percorso di negoziato. La penisola coreana resta così un punto critico dell’ordine mondiale, dove ambizioni personali e strategie globali si intrecciano in un equilibrio sempre più precario.