Gli Stati Uniti hanno recentemente riproposto una legge che si propone di cambiare radicalmente l’assetto della cantieristica navale nazionale.
Nello SHIPS for America Act si trovano le linee guida per risollevare le costruzioni navali statunitensi partendo dalla rifondazione di una classe di operai e marinai specializzati che è andata perduta nei quattro decenni precedenti a causa di sciagurati tagli al bilancio, nella consapevolezza che la sicurezza nazionale passa attraverso la capacità di proiettare la propria potenza marittima e di salvaguardare gli interessi che gli USA hanno sul mare, che oggi vengono apertamente sfidati e messi a rischio dalla potenza navale (militare ma soprattutto commerciale) cinese.
Il settore cantieristico, lo abbiamo già detto, svolge un ruolo fondamentale non solo nel proiettare la propria potenza militare, ma anche nel garantire la stabilità economica e il mantenimento della competitività globale. Senza una solida industria cantieristica nazionale, si rischia di compromettere la propria capacità di raggiungere obiettivi strategici vitali, come la libertà di navigazione e il mantenimento di una deterrenza strategica credibile.
Il declino della cantieristica statunitense, cominciato nella prima metà degli anni ’80 del secolo scorso, non solo ha ridotto la capacità di costruzione navale commerciale degli Stati Uniti, ma ha anche innescato un’erosione a lungo termine della capacità industriale che ha avuto un impatto diretto sul settore navale in senso generale. Il risultato è un’industria cantieristica mal equipaggiata che ha faticato a soddisfare le esigenze strategiche attuali e future.
L’atto legislativo proposto al Congresso, si pone l’obiettivo strategico di recuperare il terreno perduto anche con un orizzonte di breve termine che si prefigge di avere almeno 250 unità navali mercantili battenti bandiera USA e con equipaggio americano entro il 2030, ma per affrontare la sfida lanciata dalla Repubblica Popolare Cinese, gli Stati Uniti dovrebbero sfruttare i propri partenariati con alleati chiave per accelerare questo processo e soprattutto per creare un blocco di nazioni che condividono la stessa visione del mondo in grado di contrapporsi a quella dei propri avversari sistemici.
In questo senso, Corea del Sud e Giappone, con i loro settori cantieristici avanzati e altamente competitivi, diventano partner fondamentali per aiutare gli USA, ma non solo, a ristabilire un’industria cantieristica equilibrata e competitiva. Entrambe le nazioni possiedono le competenze tecnologiche, la capacità produttiva e l’esperienza industriale necessarie per avere un impatto significativo sulla rivitalizzazione di questo settore cruciale. Insieme, come riferisce un rapporto del Center for Maritime Strategy, Corea del Sud e Giappone rappresentano il 43,66% del mercato cantieristico globale, con il 28,28% per la Corea del Sud e il 15,38% per il Giappone.
L’idea di un partenariato industriale per la produzione navale era stata ventilata già dall’ex Segretario della U.S. Navy Carlos Del Toro, ma l’attuale legge statunitense vieta la costruzione di navi militari all’estero. La soluzione potrebbe essere quella di attirare le società cantieristiche nipponiche e sudcoreane negli Stati Uniti affinché importino il loro modus operandi che potrebbe rivitalizzare la cantieristica statunitense attraverso l’acquisizione di cantieri navali, mettendo in pratica e ampliando il raggio d’azione di quella revisione burocratica che dovrebbe snellire le pratiche cantieristiche piuttosto stringenti quando si tratta della costruzione di navi da guerra.
Si può anche prevedere, attraverso accordi precisi, di effettuare i lavori di manutenzione presso i cantieri nipponici e sudcoreani, alleviando così la pressione su quelli statunitensi che sta creando ritardi nella consegne delle unità.
Questo tipo di cooperazione può essere esteso ad altri alleati e partner come l‘Italia: nel comunicato congiunto tra il presidente Trump e il primo ministro Meloni, si parla infatti di costruzioni navali a testimonianza del valore della cooperazione tra Roma e Washington in quel settore grazie alla presenza negli USA di Fincantieri, che ha un ruolo chiave nella costruzione delle nuove fregate della classe Constellation (derivate dalle FREMM) per la U.S. Navy. L’investimento di Fincantieri negli Stati Uniti non solo ha creato migliaia di posti di lavoro, ma ha anche rafforzato la rete industriale e tecnologica tra i due Paesi. Questo tipo di cooperazione contribuisce a rafforzare la sicurezza marittima americana e crea anche un indotto di competenze, tecnologie e opportunità economiche di cui beneficiano Italia e USA.
Lo SHIPS for America Act può diventare uno strumento per ampliare questo meccanismo virtuoso se eliminerà i troppi lacci e laccioli burocratici che chi vuole operare negli Stati Uniti si trova a dover affrontare. Inoltre, dal punto di vista della cantieristica navale mercantile, dove non ci sono le restrizioni imposte dalla segretezza dei sistemi di bordo vigenti per le unità militari, si potrebbe mettere a sistema la base industriale di Paesi come Italia, Giappone, Corea del Sud, Stati Uniti e Francia per costruire navi che possano rafforzare le rispettive flotte mercantili (esigenza sentita anche da queste parti).
Perché poi non sfruttare il partenariato strategico che lega il nostro Paese con il Giappone per cominciare a costruire navi mercantili e magari, in un prossimo futuro, unità navali militari? Magari partendo proprio da quegli SSN che farebbero comodo a entrambe la nazioni e di cui si sta finalmente parlando nella Marina Militare. Perché non pensare a un sistema che permetta la manutenzione delle nostre navi da guerra negli scali giapponesi e statunitensi così come avviene nei nostri (e viceversa)? Vista la proiezione indo-pacifica del nostro Paese è necessario pensare a un accordo in tal senso per prolungare la nostra presenza operativa in quel lontano teatro.
Insomma, se lo SHIPS for America Act è sicuramente migliorabile perché troppo “protezionista”, resta comunque una valida base di partenza e un modello esportabile per rafforzare le capacità cantieristiche “occidentali”.
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