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Qualche giorno fa la firma di un nuovo accordo trinazionale, l’Aukus, tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti, volto a garantire una più stretta cooperazione tra i tre alleati su intelligenza artificiale, cyber warfare, tecnologia quantistica, sistemi subacquei e capacità di attacco a lungo raggio è balzata agli onori della cronaca avendo scatenato un terremoto diplomatico che ha ulteriormente incrinato i rapporti tra Stati Uniti e i Paesi europei della Nato, in particolare la Francia.

I sottomarini della discordia

Il pomo della discordia è rappresentato dalla cancellazione del partenariato franco-australiano per la costruzione di 12 sottomarini classe “Barracuda Shortfin” block 1A a propulsione diesel-elettrica del tipo hunter/killer (SSK) da parte di Canberra. I battelli avrebbero dovuto essere forniti da Naval Group con un contratto del valore di 90 miliardi di dollari, ma il governo australiano ha preferito affidarsi ai suoi storici partner geostrategici per sostituire la sua linea di sottomarini classe Collins, in rapida fase di obsolescenza, con altri a propulsione nucleare (tipo SSN, quindi da attacco) che potrebbero essere i Virginia statunitensi o gli Astute britannici.

Se la decisione è apparsa improvvisa, altrettanto non lo erano le problematiche di un memorandum di intesa che era stato firmato a dicembre 2016. Il governo australiano e Naval Group hanno firmato un accordo di partnership strategica nel febbraio 2019 con quasi 16 mesi di ritardo rispetto al memorandum: le trattative per la partnership erano state avviate nel 2017 e avrebbero dovuto concludersi entro settembre 2018, tuttavia, vari disaccordi su questioni di proprietà intellettuale e sui periodi di durata della garanzia per eventuali difetti che sarebbero emersi, nonché possibili ritardi nella produzione, hanno causato il ripetuto rinvio della data della sua firma.

Secondo l’accordo, i 12 sottomarini, ad eccezione di una serie di parti speciali, avrebbero dovuto essere costruiti ad Adelaide nel South Australia, sede del cantiere navale di proprietà del governo Australian Submarine Corporation. La costruzione del primo sottomarino era stata fissata per il 2022 con il primo SSK consegnato alla Royal Australian Navy entro la metà degli anni ’30.

Dato che gli SSK di classe Collins avrebbero dovuto essere ritirati entro il 2026, si era pensato di prolungarne la vita utile con un costoso aggiornamento.

Un programma nato male

Il programma non era partito sotto i migliori auspici, e stava continuando ad accumulare ritardi e aumento dei costi: il gruppo consultivo selezionato dal governo federale aveva già lanciato l’idea di abbandonare il contratto con il costruttore navale francese avvisando la Difesa che avrebbe dovuto considerare se procedere con il progetto fosse nell’interesse nazionale.

Nel febbraio del 2019, Naval Group aveva chiesto un’estensione di 15 mesi della fase di progettazione per ridurre al minimo i ritardi durante la costruzione, spostando la data di completamento del progetto da luglio 2022 a settembre 2023. Qualcosa che non era affatto piaciuto agli australiani, che hanno cominciato a chiedersi con insistenza se fosse davvero necessario investire così tanto tempo e denaro in un progetto di un sottomarino che la stampa locale aveva addirittura definito “outdated”, ovvero “sorpassato”.

Un giudizio un po’ troppo tranchant, a dire il vero, per dei battelli dotati di tecnologia Aip, ovvero di propulsione indipendente dall’aria, che poteva garantire una permanenza in mare che andava tra gli 80 e i 90 giorni. In ogni caso Canberra era sempre più titubante e non lo nascondeva: a gennaio di quest’anno alti funzionari della Difesa stavano esaminando la possibilità di sostituire il vecchio sottomarino di classe Collins con una versione aggiornata della battello originale e di tagliare il contratto con Naval Group proprio per la crescente frustrazione generata dall’aumentare dei costi e dalle scadenze mancate.

Insomma stavamo assistendo sostanzialmente allo stesso copione che abbiamo visto per lo Scaf, il nuovo caccia franco-tedesco-spagnolo: problemi di accordi sulla cessione di tecnologia, proprietà intellettuale, distribuzione degli oneri finanziari ecc ecc. Dei problemi “endemici” quando di mezzo c’è la Francia.

Gelo tra le due sponde dell’Atlantico

Stati Uniti e Regno Unito, quindi, hanno trovato terreno fertile per proporre la propria alternativa, che, ad oggi, non è ancora chiaro quale effettivamente sarà. Il risultato immediato, come abbiamo accennato, è stato il raffreddamento dei rapporti transatlantici: prima tra Washington e Parigi – che è arrivata a definire la decisione “una coltellata alla schiena” – poi col resto dei Paesi europei facenti parte dell’Alleanza Atlantica, almeno quelli meno legati agli Stati Uniti, a sottolineare il peso della Francia nei meccanismi interni al Vecchio Continente.

Una seconda frattura dopo il precipitoso ritiro dall’Afghanistan, la cui condotta del tutto unilaterale da parte di Washington – in barba al multilateralismo sbandierato dalla nuova amministrazione Biden – ha irritato gli Alleati e provocato una reazione che sta portando a riconsiderare seriamente la possibilità della nascita non solo di una politica di Difesa comune in seno all’Ue, ma anche quella di un esercito europeo, o almeno un primo piccolo contingente expeditionary per l’early entry e le operazioni a bassa intensità.

Quest’ultima frattura ha aperto, per la prima volta dall’insediamento del nuovo presidente statunitense, una forte critica interna negli ambienti legati al mondo militare: Ivo Daalder, ex rappresentante permanente degli Stati Uniti presso l’Alleanza Atlantica, ha affermato dalle colonne di Usni News – il sito di informazione del prestigioso U.S. Naval Institute – che gli Stati Uniti hanno deciso volontariamente di escludere gli europei dalla discussione che ha portato al nuovo accordo nell’Indopacifico, e che è stata una cosa che “è andata terribilmente storta” con i partner della Nato.

“La rassicurazione [degli alleati europei n.d.r.] è stata minata per anni”, ha detto Daalder, ora presidente del Chicago Council on Global Affairs, riferendosi all’approccio dell’amministrazione Trump di mettere in discussione il valore della Nato e la decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione Europea. Per gli europei, il nuovo patto ha messo in dubbio l’impegno dell’amministrazione Biden a impegnarsi attivamente con gli alleati, qualcosa che il neopresidente aveva affermato di voler fare nei primissimi giorni del suo mandato.

Anche Jessica Cox, direttore della politica nucleare della Nato, ha affermato che gli alleati europei ritengono l’accordo, che prevede anche una serie di trasferimenti di tecnologia, la rotazione delle forze americane in Australia e la possibilità per l’U.S. Navy possa avere un “homeport” in Australia, preso senza tener conto dei loro interessi. “La Russia non se ne andrà” come minaccia nucleare e convenzionale per gli alleati europei, e mentre gli “Stati Uniti sono il fornitore di sicurezza per necessità”, le domande che si fanno nelle cancellerie europee ora riguardano cosa si aspetta Washington da loro nell’Indopacifico e qual è l’impegno degli Stati Uniti per una “dissuasione estesa” in Europa.

Secondo gli esperti di oltre Atlantico, una conseguenza dell’accordo Aukus potrebbe essere che una serie di altri alleati europei, oltre alla Francia, rivalutino la “autonomia strategica” per se stessi.

In Europa si pensa all’autonomia strategica

L’Aukus è stato siglato in funzione di contrasto all’attività cinese nell’Indopacifico, e ha anche il valore di mantenere il Regno Unito legato alle sorti degli Stati Uniti e del suo membro del Commonwealth. L’Europa, però, sta guardando con maggiore attenzione a quella regione: la Francia già è presente nell’area, in quanto vi ha territori d’oltremare, e anche la Germania, nel suo piccolo, ha dimostrato di considerare il Pacifico Occidentale un settore militarmente importante inviando, per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, una sua nave da guerra in crociera operativa in quelle acque.

Quindi l’Aukus ha turbato ulteriormente l’equilibrio tra le due sponde dell’Atlantico, e generato dubbi sulla reale volontà della Casa Bianca di prendere decisioni in modo multilaterale. Se questo servirà acciocché in Europa si ragioni per una politica estera e di Difesa “sovrane”, ben venga, ma bisogna fare molta attenzione a non cambiare un padrone che sta a 10mila chilometri di distanza con uno che sta “dietro l’angolo” come la Francia, che in forza dell’asse con Berlino potrebbe seriamente assumere il ruolo di nazione egemone nell’Ue per quanto riguarda le questioni “militari”.

Del resto sembra che anche negli Stati Uniti ci siano posizioni contrastanti riguardo la nascita di una difesa europea: c’è infatti chi la vede di buon grado pensando a una maggiore possibilità di “divisione degli oneri” delle operazioni militari intorno al globo, pensando – ed è qui la falla – di poter controllare, in ultima analisi, la direzione politica. Non hanno, forse, fatto i conti con l’Eliseo.