L’Aukus preoccupa la Cina: si scalda il fronte del Pacifico

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Da un lato la Cina, dall’altro gli Stati Uniti e i loro partner, Nato, Aukus ma non solo, impegnati ad arginare l’ascesa del Dragone. In mezzo ai due estremi, molteplici attori della regione più dinamica del mondo, l’Indo-Pacifico, preoccupati all’idea di dover abbandonare la loro neutralità.

È questo lo scenario che sta prendendo forma in Asia, in seguito al G7 di Hiroshima e allo Shangri-La Dialogue di Singapore, due eventi che hanno tratteggiato le principali dinamiche geopolitiche in fase di svolgimento in Estremo Oriente. Dove Washington sta facendo sempre più affidamento sugli alleati locali, come Giappone e Corea del Sud, mentre Pechino risponde parlando la lingua degli affari, che tanto piace ai governi del continente. “

Le tensioni sono alle stelle, anche a causa di altre due dinamiche: il piano della Nato di aprire un ufficio di collegamento a Tokyo e il rafforzamento del patto Aukus, e cioè dell’accordo siglato tra Regno Unito, Stati Uniti e Australia, che ha trasformato Canberra in un attore fondamentale per la salvaguardia degli equilibri dell’Indo-pacifico al fianco dei partner occidentali. Per la Cina, tutto questo rientra in un’enorme sfida a 360 gradi lanciata dagli Usa.

L’avvertimento della Cina

Facendo leva sui timori della Cambogia, dove il primo ministro Hun Sen si è esposto in prima persona, il ministero degli Esteri cinese ha affermato che le mosse dell’alleanza tripartita Aukus minano gli sforzi dell’Asean per costruire un’area priva di armi nucleari nel sudest asiatico e rischiano di trasformare l’Oceano Pacifico in un oceano di tempeste.

Hun Sen aveva infatti dichiarato che Aukus era il “punto di partenza di una corsa agli armamenti molto pericolosa” nella regione. La palla è stata colta al balzo da Pechino, che dal canto suo vede con gran sospetto il fatto che l’Australia potrà costruire sottomarini a propulsione nucleare con tecnologia fornita da Stati Uniti e Regno Unito, limitando così l’accesso cinese verso il Pacifico.

Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Wang Wenbin, ha quindi sottolineato che la quantità di materiali nucleari per armi che Stati Uniti e Regno Unito forniranno all’Australia potrebbe essere utilizzata per fabbricare da 64 a 80 armi nucleari. E che tale schema stimolerà anche altri Paesi senza armi nucleari a seguire l’esempio, rendendo l’intera regione un’arena per una pericolosa corsa agli armamenti.

Il Pacifico si scalda

La corsa agli armamenti in Asia sta raggiungendo il punto di ebollizione. Lo scorso marzo, il presidente Usa Joe Biden ha effettuato una visita simbolica a San Diego per incontrare i primi ministri del Regno Unito e dell’Australia, al fine di compiere i prossimi passi dell’accordo Aukus. I tre leader hanno concordato la coproduzione di un futuro sottomarino d’attacco nucleare a lungo termine e “una maggiore presenza rotazionale” di quattro o cinque sottomarini statunitensi e britannici a Perth, a breve termine. L’Australia, al netto di dubbi e incertezze, potrebbe anche acquistare diverse barche di classe Virginia per colmare il divario fino a quando i sottomarini di nuova concezione non saranno pronti.

Le preoccupazioni vanno ben oltre il grande onere finanziario del patto, stimato in 180-240 miliardi di dollari, e la sua tempistica estesa. Chi si interessa di proliferazione di armi nucleari ritiene, ad esempio, che l’Australia possa presto diventare un obiettivo prioritario per le armi cinesi a lungo raggio (e nucleari) e che l’intesa tra Uk, Usa e Canberra possa creare problemi agli altri Paesi dell’Indo-Pacifico.

Ipotesi del genere non dovrebbero sorprendere, dal momento che la Cina cercherebbe di fermare i sottomarini nemici considerati una minaccia. In più, da Pechino, sono preoccupati per le presunte mire asiatiche della Nato.

“Qual è l’intenzione? Le mosse relative alla Nato hanno suscitato l’alta vigilanza della comunità internazionale, in particolare dei Paesi asiatici”, ha dichiarato Wang, secondo cui “gli atteggiamenti della maggior parte dei Paesi della regione su questo tema sono molto chiari. Si oppone al mosaico di vari blocchi militari nella regione. Non accoglie con favore la Nato che estende i suoi tentacoli all’Asia e non accetta la copia del confronto di campo in Asia”. La temperatura del Pacifico, in poche parole, è sempre più calda.