L’Artico si sta trasformando da spazio isolato e “terra di frontiera” a teatro geopolitico ad alta tensione. Le motivazioni di questa trasformazione, cominciata da almeno tre lustri, vanno ricercate in una serie di fenomeni strettamente interconnessi. Il riscaldamento del clima globale, i cui effetti sono più evidenti proprio in questa regione remota, sta aprendo al maggiore sfruttamento dell’Artico da parte dei Paesi che vi si affacciano, ma non solo: nazioni non artiche, come la Repubblica Popolare Cinese (RPC), hanno intrapreso una politica artica proprio per cercare di essere protagoniste in una porzione di globo che promette interessanti prospettive dal punto di vista dello sfruttamento delle risorse minerarie e soprattutto da quello dell’apertura di nuove linee di navigazione.
La Northern Sea Route, che mette in comunicazione l’Oceano Atlantico col Pacifico passando per i freddi mari artici, potrebbe diventare una rotta redditizia dal punto di vista dei trasporti marittimi in quanto accorcerebbe i tempi di navigazione tra Asia ed Europa/Nord America. Parimenti, lo scioglimento dei ghiacci perenni e l’arretramento della linea del pack, apre alla possibilità di sfruttare vecchie e nuove risorse minerarie, nonché di installare relative infrastrutture di raccolta/trasporto che potrebbero essere operative per più mesi all’anno rispetto al passato.
Parlando di infrastrutture, la possibilità di avere mari liberi dai ghiacci per un arco temporale più lungo sta avendo come conseguenza lo stanziamento di maggiori investimenti nel settore portuale ed energetico, soprattutto da parte della Russia, la quale ha rimesso mano alla sua politica per il Grande Nord individuando una strategia fatta anche di rafforzamento militare di tutta la sua vasta regione artica. Proprio queste prospettive stanno riacutizzando le rivendicazioni territoriali nel Mar Glaciale Artico e ancora una volta è la Russia a essere protagonista (sebbene non sia l’unica), con Mosca che rivendica per sé la sovranità su gran parte della piattaforma continentale siberiana spingendosi anche oltre quello stesso limite fisico: in ballo non c’è solamente la possibilità di sfruttamento di nuovi giacimenti di idrocarburi, ma anche di accedere a risorse minerarie presenti sui fondali come i noduli metalliferi. Oltretutto, la Russia sembra avere intenzione di nazionalizzare la rotta Nord, avendo preso provvedimenti unilaterali che riguardano la navigazione in quel tratto di mare al di fuori delle sue acque territoriali.
Gli Usa ora devono rincorrere
Si ritrovano qui parecchi elementi di altre aree di crisi, come il Mar Cinese Meridionale, ma forse il paragone più calzante è quello che accomuna l’Artico a uno Stato “fallito” come la Siria, dove sono presenti diversi attori internazionali che si contendono quello spazio terrestre per poter espandere la propria influenza in un’area più vasta.
Gli Stati Uniti stanno tardivamente rispondendo a questa nuova corsa verso l’Artico, recuperando l’utilizzo dei propri avamposti in Alaska, cercando di penetrare più in profondità in Groenlandia (sotto sovranità danese) e inaugurando una nuova campagna di costruzioni navali ad hoc, sostenuta in questo sforzo da alcuni alleati della NATO come Finlandia e Canada. La Federazione russa, infatti, può contare su 40 navi rompighiaccio, di cui alcune di tipo “pesante” alimentate a energia nucleare, mentre la Repubblica Popolare possiede una flotta di 8 rompighiaccio di vario tipo. Gli Stati Uniti, al contrario, a oggi possiedono solamente 3 di queste navi particolari, di cui una usata come fonte di pezzi di ricambio.
La politica artica della RPC rappresenta un caso di studio particolare, che andrebbe affrontato singolarmente, ma ai fini della nostra trattazione è interessante riportare come essa, un non arctic State, facendo parte del Consiglio Artico (dal 2013) si attenga solo in questo caso ai principi della libertà di navigazione e di mantenimento di un Artico “libero e accessibile”, quando invece, come sappiamo, nel Mar Cinese Meridionale – altro spazio marittimo conteso – affermi l’esatto opposto, rivendicando per sé la sovranità sulla quasi totalità di quello specchio d’acqua.
Il ruolo dell’Italia
Anche l’Italia fa parte dal 2013 del Consiglio Artico pur non essendo una nazione artica, ma alle spalle ha una lunga tradizione di esplorazioni in quella regione cominciate alle fine dell’Ottocento e che sono state capitalizzate dalla Marina Militare attraverso il suo Istituto Idrografico, che opera al Polo Nord sin dal 2017 con le missioni High North, effettuate a livello nazionale ma sfruttando nave “Alliance” della NATO, sebbene con equipaggio e bandiera italiani.
Queste missioni hanno un’alta valenza scientifica e strategica per il nostro Paese e per i nostri alleati e partner: l’Artico funge da banco di prova ideale per lo sviluppo di nuove tecnologie, in particolare sistemi unmanned, con potenziali applicazioni nella raccolta dati, nella sicurezza marittima e nel monitoraggio ambientale; soprattutto la crescente rilevanza geopolitica ed economica di questa regione permette di intessere relazioni bi/multi-laterali sulla strada di un approccio coordinato che garantisca lo sviluppo sostenibile nel rispetto delle normative internazionali. In questo senso la sfida per l’Italia è doppia: avere maggiori capacità artiche – anche in un’ottica di addestramento in climi estremi – e stabilire partenariati che possano condurre a un’architettura di sicurezza per scongiurare uno sfruttamento dell’Artico irresponsabile e/o in spregio dei regolamenti internazionali.
L’attività scientifica a rischio
Questa nuova corsa all’Artico, che vede tre concorrenti principali (USA, Russia e Cina), rischia di escludere Stati propriamente artici e altri che pur non essendolo hanno attività nell’Artico, in quanto la competizione si sviluppa principalmente negli ambiti dello sfruttamento delle risorse minerarie e del controllo dei mari artici (e relativi accessi). L’attività puramente di ricerca scientifica, a fronte della maggiore assertività dei contendenti principali, potrebbe infatti essere messa a rischio, ma soprattutto non essere più sufficiente per avere libero accesso a quella regione in un futuro non troppo lontano.
In questo senso, come analizzato in una recente conferenza della Marina Militare, Italia e Giappone sono già fortemente impegnati a promuovere la ricerca scientifica artica attraverso programmi di cooperazione a lungo termine in un format che è possibile replicare con altri Paesi più propriamente artici in Europa, secondo un approccio multilaterale di nazioni che condividono la stessa visione politico/strategica, cercando parallelamente di sviluppare una cantieristica che possa permettere l’accesso all’Artico in modo autonomo.
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