Il testa a testa tra Usa e Cina passa anche dal settore dei droni. Le due potenze si affrontano a distanza mettendo in campo due strategie simili, coincidenti con la volontà di puntare su velivoli senza pilota economici. Per alterare i reciproci mercati ma anche e soprattutto per avere più frecce nella faretra nel caso in cui la rivalità dovesse sfociare in un conflitto in una delle numerose aree di crisi sparse nell’Indo-Pacifico.

Per quanto riguarda Pechino, i droni cinesi, per lo più della tipologia Wing Loong e Cai Hong “Rainbow”, hanno da tempo conquistato una discreta rilevanza nelle aree a cavallo tra Africa e Medio Oriente, dall’Egitto alla Nigeria, dallo Yemen alla Libia passando per gli Emirati Arabi Uniti. Il gigante asiatico potrebbe presto essere pronto a sfruttare un particolare motore a reazione per droni a basso costo che potrebbe aprire la strada alla produzione di prodotti all’avanguardia ed economici, oltre a ridefinire le strategie globali nell’utilizzo degli Uav negli scenari di guerra.

Sul fronte opposto, ha sottolineato il Washington Post, il Pentagono prevede di poter contare su un esercito di droni altrettanto low cost per contrastare il dominio del mercato cinese. Nello specifico, il Dipartimento della Difesa prevede di procurarsi migliaia di velivoli senza pilota a basso costo entro due anni.

I droni economici degli Usa

La situazione è chiara. Dal momento che il conflitto in Ucraina ha mostrato l’enorme valore di sciami di droni a basso costo nella guerra moderna, gli Stati Uniti stanno progettando di costruire un esercito di migliaia di piccoli droni a buon mercato nella speranza di stimolare la produzione di Uav statunitensi e, al contempo, di tagliare il dominio cinese su quello stesso mercato internazionale.

I produttori di droni americani auspicano che il programma Replicator del Pentagono riesca a dare un colpo di reni alla produzione statunitense, che dovrebbe iniziare ad affidarsi ad una catena di approvvigionamento che non attraversi la Cina. Due, in ogni caso, sono i programmi Usa in fase di rodaggio: Valkyrie e il citato Replicator.

Per quanto riguarda quest’ultimo, nel corso di una conferenza tenutasi lo scorso 28 agosto presso la National Defense Industrial Association, il vice segretario alla Difesa Usa, Kathleen Hicks, aveva spiegato che Washington stava lavorando ad un massiccio programma di droni che consentirebbe all’esercito statunitense di localizzare e colpire 1.000 obiettivi in appena 24 ore, mediante l’impiego di “droni economici”.

L’Xq-58q Valkyrie dell’Air Force è un drone alimentato da un motore a razzo, può volare per una distanza pari alla larghezza della Cina, ha un design furtivo ed è in grado di trasportare missili capaci di colpire bersagli nemici ben oltre il suo raggio visivo. Il Valkyrie è insomma un prototipo di quello che l’esercito Usa spera possa presto diventare un complemento aggiuntivo della sua flotta di aerei da combattimento tradizionali. In tal caso, i piloti umani potrebbero fare affidamento ad uno sciame di robot altamente intelligenti da schierare in battaglia.

Il dominio della Cina, la risposta degli Stati Uniti

La Cina domina in modo schiacciante il mercato globale dei droni di consumo, con DJI, con sede a Shenzhen, che occupa una quota di mercato del 70% grazie a prodotti ultra economici. Consci di un simile scenario, i pianificatori militari statunitensi stanno sempre più favorendo una strategia di costruzione di grandi flotte di Uav autonomi a basso costo. 

Questa tendenza sta aprendo opportunità interessanti per le aziende tecnologiche Usa di dimensioni ridotte, che potrebbero presto poter competere con i giganteschi appaltatori militari che hanno dominato l’industria per anni. Un esempio? Poche settimane fa, la start up Anduril aveva svelato un nuovo drone a propulsione a reazione chiamato Roadrunner in grado di essere lanciato per intercettare gli aerei nemici e tornare alla base.

Nel frattempo, in Cina una nuova generazione di droni ad alta velocità e di lunga autonomia, rigorosamente low cost, è entrata in servizio militare. Lo scorso 19 ottobre, l’Accademia cinese delle scienze ha presentato il progetto in maniera dettagliata. Nell’occasione, l’ingegnere fisico termico Zhu Junqiang spiegava che le forze armate del Paese avevano adottato un nuovo motore per i droni, capace di consumare quasi quasi un terzo in meno di carburante rispetto agli attuali motori a due alberi in uso e di avere ridotti costi di manutenzione. È dunque appena iniziato l’ennesimo braccio di ferro tra Usa e Cina.