Il recente lancio del satellite Ofek-13 da parte dell’Israel Space Agency (Isa) e delle Israel Defence Force (Idf) rappresenta un passaggio fondamentale per la proiezione di Tel Aviv come potenza attiva nelle orbite attorno alla Terra.
Il valore di Ofek-13
Ofek-13 amplificherà la capacità dello Stato ebraico di giocare in prima linea la partita della sorveglianza della Terra e della geospatial intelligence che, come ha ricordato l’ex direttore della National Geospatial Intelligence Agency americana Robert Cardillo su queste colonne, rappresenta la nuova frontiera della competizione militare.
A beneficiare della proiezione offerta dal nuovo satellite sarà l’Unità 9900, una forza d’élite delle forze armate israeliane che opera muovendosi sulla traccia delle informazioni ottenute dai rilevamenti satellitari. Dalle operazioni contro i reattori nucleari siriani nel 2007 alle diverse mosse contro i proxy iraniani nel conteso Paese mediorientale molto spesso le operazioni di Tel Aviv sfruttano i rilevamenti operati dai satelliti e la mano della combinazione tra intelligence e sorveglianza da remoto appare presente anche dietro diverse operazioni come il rilevamento dei movimenti del generale Qasem Soleimani prima della sua uccisione per mano Usa nel gennaio 2020.
In prospettiva, l’obiettivo potrebbe essere proprio la Repubblica Islamica e il suo territorio, specie considerato il fatto che l’ascesa al potere di Benjamin Netanyahu ha interrotto, per la componente estremista presente nel governo, il processo di normalizzazione tra Tel Aviv e i Paesi della regione avviata dallo stesso premier nel suo scorso mandato con il lancio degli Accordi di Abramo. Segno della necessità per Israele di dover contare, nel breve periodo, sempre di più sulle proprie forze. E di proiettare potenza nel maggior numero di modi possibile.
La corsa spaziale di Israele
Sicuramente il lancio di Ofek-13, indipendentemente dal quadro politico di riferimento, va in questa direzione. Israele si è confermata potenza capace di un accesso autonomo allo spazio lanciando il satellite dalla base di Palmachin, a Sud di Tel Aviv, con un vettore Shavit e ha messo in campo l’ultimo ritrovato della sua complessa catena tecnologica per lo sviluppo della corsa allo spazio. Israel21 ha ricordato che “negli ultimi anni, sono sorti investitori privati e incubatori dedicati al progresso della tecnologia spaziale. Uno di questi, Earth & Beyond, in collaborazione con la società israeliana di telecomunicazioni satellitari Spacecom, ha vinto la gara governativa per istituire il primo incubatore israeliano focalizzato sulle startup space-tech”. A governare il processo il dipartimento dell’Idf dedicato alla crescita tecnologica in ambito spaziale, la Space and Satellite Administration.
Israele mantiene una postura dual use per le sue tecnologie spaziali e incarna alla perfezione lo spirito del tempo che contraddistingue la nuova corsa allo spazio: nessun riferimento a obiettivi onirici e capaci di far sognare e immaginare frontiere infinite sul campo scientifico e dei traguardi umani, ma una netta razionalità strategica e geopolitica. Come in Terra, così in cielo: la competizione spaziale è funzionale a raggiungere precisi obiettivi sistemici come il contenimento dell’Iran, la guida per le forze armate israeliane verso futuri obiettivi militari all’estero, l’anticipazione delle mosse dei nemici, l’intelligence segnaletica (Sigint) funzionale a capire le comunicazioni delle forze armate avversarie.
L’asse con l’Anglosfera
Un altro fronte chiave della capacità spaziale di Tel Aviv è la prospettiva di poter inter-operare con potenze amiche, in primis quelle dell’Anglosfera legate al complesso sistema dell’alleanza d’intelligence Ukusa (Regno Unito, Stati Uniti, Australia) e ai Five Eyes estesi a Canada e Nuova Zelanda. Le tecnologie satellitari di telerilevamento, quelle di elaborazione informativa e le tecniche di protezione dei flussi dati e della cybersicurezza sono un’eccellenza israeliana che ha avuto più volte modo di palesarsi anche nelle operazioni speciali condotte dall’Anglosfera nel 2022, in primis in direzione delle forze armate russe prima e dopo l’invasione dell’Ucraina. Un trasferimento tecnologico nel cuore più recondito della sicurezza occidentale non è dunque da escludere.
Ed è sicuramente funzionale al modello di business della nuova industria spaziale la postura israeliana diretta esplicitamente al partenariato pubblico-privato. Oltre ai citati fondi di venture capital spaziale, Israele spinge anche sull’interoperatività tra la sua agenzia spaziale e le industrie tecnologiche. Esattamente come accade nel mondo anglosassone.
Nel quadro della ricombinazione delle alleanze spaziali in un quadro più confacente ai rapporti politici terrestri, che vede lo spazio trasformarsi in luogo di competizione, è dunque significativo assistere al lancio di asset come Ofek-13 ma anche a operazioni congiunte tra Paesi come Israele e i suoi alleati. Il viaggio dimostrativo di Ax-1, la prima missione “privata” alla Stazione Spaziale Internazionale dello scorso aprile, ha visto partecipare l’israeliano Eytan Stibbe a fianco di un equipaggio americano e canadese. Anche in quest’ottica va la riconfigurazione della geopolitica dello spazio. A cui Israele vuole partecipare da protagonista. Avendo ben presenti i suoi punti di riferimento, in una fase in cui è il cielo, dunque lo spazio, a specchiarsi nella Terra per quanto riguarda gli equilibri strategici.