L’ammiraglio Paparo, comandante USA dell’Indo-Pacifico: la Cina fa le “prove” per invadere Taiwan

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L’ammiraglio Samuel Paparo, capo del Comando Indo-Pacifico statunitense, ha dichiarato lunedì che la Repubblica Popolare Cinese (RPC) sta seguendo una “rotta pericolosa” e che le sue operazioni intorno a Taiwan non sono semplici esercitazioni ma “prove generali”. “Ci troviamo di fronte a un periodo profondamente significativo nell’Indo-Pacifico. La Cina sta seguendo una rotta pericolosa”, ha dichiarato l’ammiraglio in un discorso a un convegno sull’intelligenza artificiale organizzata dal think tank Special Competitive Studies Project.“Le loro manovre aggressive intorno a Taiwan non sono semplici esercitazioni. Sono prove generali”, ha continuato, senza fare esplicito riferimento a una potenziale invasione di Taiwan.

Le sue dichiarazioni sono arrivate il giorno dopo la conclusione del forum di Shangri-La, durante il quale il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha definito la RPC una minaccia e ha affermato che Pechino vuole “alterare radicalmente lo status quo della regione”. La Repubblica Popolare ha protestato contro le dichiarazioni di Hegseth, mentre il Ministero degli Esteri domenica lo ha accusato di aver deliberatamente ignorato le richieste di pace provenienti dai Paesi della regione. Negli ultimi anni, gli Stati Uniti sono diventati sempre più preoccupati per un’eventuale azione militare della RPC verso quella che per Pechino è una “provincia ribelle”, con funzionari e legislatori che considerano il 2027 come una possibile finestra temporale.

Questo timore scaturisce da una maggiore frequenza, negli ultimi anni, delle sortite delle forze aeree dell’Esercito Popolare di Liberazione oltre la linea mediana dello Stretto di Taiwan e dall’aumento del numero e della complessità delle esercitazioni militari compiute dalla RPC intorno all’isola, interpretate come segnali di crescente aggressività da parte di Pechino. Questo aumento dell’aggressività cinese, che secondo Washington sarebbe propedeutico al cambio di “status quo” lungo lo Stretto, ha determinato un cambio di postura nella politica statunitense verso la RPC, come abbiamo potuto osservare quasi da subito con l’insediamento della nuova amministrazione statunitense: a febbraio, dal sito del Dipartimento di Stato USA, alla pagina sulle relazioni tra Washington e Taipei, è stata rimossa la frase “non sosteniamo l’indipendenza di Taiwan”, mentre il primo rapporto di intelligence annuale ha definito per la prima volta la RPC come una “minaccia” invece di “sfida incalzante”, come riferito in tutti i documenti ufficiali degli anni precedenti. Anche nell’ultimo rapporto della DIA (Defense Intelligence Agency) la RPC viene presentata come la minaccia più grande in quanto Pechino mantiene i suoi obiettivi strategici di essere la potenza preminente nell’Asia orientale, di sfidare gli Stati Uniti per la leadership globale e di unificare Taiwan con la Cina continentale.

I 500 istruttori Usa a Taiwan

Tornando alle parole dell’ammiraglio Paparo, non è la prima volta che il comandante in capo dell’Indo-Pacific Command afferma che le manovre militari cinesi siano una “prova generale” di invasione: già lo scorso anno, a novembre, aveva affermato che le forze USA “devono essere pronte”, dopo che la Cina aveva condotto la più grande esercitazione di invasione intorno a Taiwan che aveva osservato in tutta la sua carriera. Paparo aveva dichiarato alla Brookings Institution di Washington di aver assistito durante l’estate al “maggior numero di prove e di esercitazioni congiunte” della RPC e che si era trattato della “più grande prova generale a cui abbiamo mai assistito nel percorso ascendente di modernizzazione dell’Esercito Popolare di Liberazione”.

Forse è proprio per questo, ovvero per “essere pronti”, che gli Stati Uniti hanno recentemente deciso di inviare a Taiwan 500 istruttori militari e di renderlo ufficialmente noto, in una mossa che non si vedeva da decenni. Gli Stati Uniti forniscono da tempo a Taiwan armi e addestramento militare volti a scoraggiare l’aggressione cinese, ma non hanno mai ammesso pubblicamente che vi fossero istruttori nell’isola: la presenza di personale militare statunitense a Taiwan era stata svelata per la prima volta dall’allora presidente Tsai Ing-wen in un’intervista alla CNN dell’ottobre 2021, e all’epoca veniva descritta come “limitata”. Inoltre, un rapporto del Congressional Research Service del maggio 2024 elencava solo 41 militari statunitensi presenti a Taiwan a dicembre 2023 mentre ora il loro numero è più che decuplicato.

La portata della missione di addestramento statunitense è sorprendente: il numero dei militari non è fisso e persone diverse vengono inviate a progetti diversi, come il Corpo dei Marines, le riserve o le forze missilistiche. Il personale statunitense è generalmente ospitato dall’American Institute di Taiwan, l’ambasciata statunitense di fatto, piuttosto che dall’esercito taiwanese, forse per evitare scomode presenze stabili in diversi punti del Paese.

La reazione di Pechino

Il portavoce dell’American Institute ha precisato che gli Stati Uniti continueranno a sostenere Taiwan di fronte alla campagna di pressione militare, economica, informativa e diplomatica della Cina, e in conformità con il Taiwan Relations Act, gli USA continueranno ad aiutare Taiwan a mantenere una capacità di autodifesa sufficiente, commisurata alla minaccia che affronta. Il funzionario statunitense ha anche affermato che in futuro il numero di personale potrebbe essere aumentato a causa di cambiamenti nella situazione, o a causa della crescente domanda di addestramento al combattimento, o a causa della necessità di assistenza statunitense per l’acquisto di nuovi sistemi d’arma statunitensi.

Tornando alle parole dell’ammiraglio, l’ambasciata cinese a Washington ha contestato quanto affermato da Paparo sostenendo che “per la situazione incrociata, non vi è alcun fattore più destabilizzante delle provocazioni fatte dai separatisti di Indipendenza di Taiwan e dalle perturbazioni da parte delle forze straniere” aggiungendo che le “esercitazioni” cinesi erano destinate a servire come deterrente contro “complotti separatisti”, e invitando gli Stati Uniti a “smettere di soffiare sul fuoco della questione di Taiwan” minacciando che “tali comportamenti vi si ritorcerebbero solamente contro”.