La sfida dei documenti classificati rilasciati sul web per iniziativa della “talpa” Jack Teixeira dopo esser stati prelevati dal Pentagono e da altre organizzazioni strategiche degli Stati Uniti è solo l’ultima di una lunga serie di scandali che ha riguardato fughe di notizie interne agli apparati Usa. Molto spesso in grado di mettere in difficoltà la superpotenza a stelle e strisce.
Fattore umano e infiltrazioni
Investigazioni, infiltrazioni, intromissioni: a fare la differenza nei leak del passato, così come in quelli odierni, è stata l’iniziativa del fattore umano. Alessandro Curioni su Panorama lo sottolinea anche in riferimento a come il breach di Teixeira si è verificato: le agenzie di intelligence Usa “la tendenza a privilegiare informazioni classificate rispetto alle fonti OSINT (Open Source INTelligence), cioè quelle reperibili pubblicamente. Facciamo uno più uno: Discord (il primo social su cui sono apparse) è una fonte pubblica, almeno per un servizio segreto, gli analisti hanno una difficoltà culturale, risultato: nessuno si è accorto di cosa stesse accadendo”.
Quella dei leak, ieri come oggi, è prima di tutto una storia di sfide tra uomini, singoli o organizzati in piccoli manipoli, e il più complesso sistema di classificazione e gestione di informazioni mai pensato dalla storia umana, quella del sistema della difesa e della sicurezza Usa. In cui un glitch del sistema può creare fughe di notizie in alcuni casi facilitate da elementi interni agli stessi apparati o dall’incoerenza interna ai sistemi e al “Moloch” della gestione dei big data costruito negli States, i cui componenti spesso hanno difficoltà a parlarsi e a gestire le autorizzazioni reciproche all’accesso alle informazioni classificate.
I leak agli apparati Usa raccontano anche molto del concetto di libertà di informazione e del margine di segretezza di cui un sistema-Paese democratico deve godere nel mondo contemporaneo. E questo è comprensibile già pensando alla storia della “madre” di tutti i leak: i Pentagon Papers.
I Pentagon Papers e i limiti dell’informazione segreta
Quando nel 1971 Daniel Ellsberg portò alla luce i documenti segreti del Pentagono sul Vietnam e le attività segrete dell’esercito americano nel Paese oggetto della cruenta guerra civile in cui Washington era coinvolta. Il dipendente della Rand Corporation tramite la sua organizzazione aveva avuto accesso alle 4.000 pagine di documenti governativi originali in 47 volumi raccolte a partire dal 1967 su iniziativa del Segretario alla Difesa Robert McNamara.
La ricostruzione storica fatta dal Pentagono sulla storia dell’intervento Usa in Vietnam e delle sue premesse (1945-1967) esponeva notizie non conosciute in precedenza all’opinione pubblica e rese note da testate come il New York Times. Tra queste, si esponeva la corsa politica di Washington per amplificare l’interventismo in Vietnam andando oltre la difesa contro i Vietcong a Sud e bombardando anche il Vietnam del Nord socialista, la Cambogia e il Laos in cui passavano i rifornimenti per i guerriglieri.
La notizia fu uno choc per l’opinione pubblica americana e mostrava le volontà profonde della guerra Usa in Vietnam. Ad esempio, nel 1967 McNamara giustificò la “decisione di febbraio di bombardare il Vietnam del Nord” a “sostegno di una politica a lungo termine degli Stati Uniti per contenere la Cina”.
Ellsberg fu accusato di spionaggio e cospirazione per aver condiviso informazioni con il corrispondente del New York Times Neil Sheehan che sganciò la “bomba”. Ma in una fase in cui Richard Nixon e Henry Kissinger preparavano la fine del coinvolgimento Usa in Vietnam lo scandalo ebbe un ruolo di acceleratore nel pressare l’opinione pubblica a chiedere al governo federale la fine dell’intervento americano costato circa 50mila morti. Ma aiutò anche ad alzare l’asticella dell’attenzione mediatica favorendo l’insorgenza del caso Watergate su cui lo stesso Nixon sarebbe presto scivolato.
Assange e Snowden, voci dal cuore dell’Impero
Il trittico tra “gole profonde”, intercettazioni di file secretati, attivisti e media si riproposte quarant’anni dopo, in età di forte informatizzazione con lo scandalo WikiLeaks per cui Julian Assange, detenuto nel Regno Unito e prossimo all’estradizione oltre Atlantico, è tuttora un most wanted negli Usa.
La “talpa” Bradley Manning passò ad Assange nel 2009 diversi file tratti da cablogrammi delle ambasciate americane nel mondo che mostravano la profondità delle discussioni interne al dipartimento di Stato su dossier critici di varia natura. Più che arcana imperii, in larga misura, si trattò della rivelazione di oggettive discussioni interne alla superpotenza a stelle e strisce.
La controffensiva americana contro Assange, che dura tuttora con la richiesta di estradizione dopo l’arresto del fondatore di WikiLeaks nel Regno Unito e la sua detenzione, ha riaperto la dolorosa contraddizione tra necessità informativa e tutela del segreto di Stato. E mostrato quanto in quest’ottica i “leak” possano mostrare, come abbiamo spiegato anche in relazione al caso Teixeira, più la fragilità interna a un sistema come quello americano e la “forabilità” degli apparati e dei processi che qualche segreto non narrabile.
Diverso e in un certo senso più strategicamente indicativo il caso Snowden. L’ex dipendente Nsa che ha mostrato al mondo l’ampiezza dei programmi di sorveglianza di massa operati dai servizi segreti a stelle e strisce ha messo in campo l’importanza del fattore umano con una salienza che non si vedeva dai tempi dei Pentagon Papers. Le rivelazioni uscite dall’Nsa ha mostrato che il perimetro dei leak si estende anche alle principali aziende che collaborano con gli apparati di sicurezza, da quelle delle comunicazioni (AT&T e Verizon) ai Big Tech e alle piattaforme social. E mostrato quando la presenza di un elemento di disturbo nel sistema legato a fragilità del capitale umano, come era la crisi di coscienza di Snowden per i programmi Prism, possa influenzarne lo sviluppo.
Lezioni per il futuro
Teixeira in uno scandalo molto più piccolo riassume tutte le vulnerabilità dei leak del passato. C’è la volontà di mettere a nudo settori della sicurezza nazionale Usa. C’è il coordinamento tra accesso a informazioni classificate e vulnerabilità umane. C’è lo scandalo per la fuga di notizie. Non ci sono i media, ma c’è la nuova frontiera, i social underground e le chat private di Discord. Potenziale moltiplicatore più diretto e fatale, perché in grado di far filtrare le informazioni senza il dovuto controllo di validità mediatico, giornalistico o analitico.
Come le bolle finanziarie sono il prezzo che Washington regolarmente paga per il dinamismo della sua primazia globale nell’economia e nei mercati, così i leak securitari sono quello da sopportare per aver a disposizione la più grande mole informativa in mano a una potenza mai esistita nella storia umana. E insegnano che per gli Usa il problema del futuro non sarà la quantità di informazioni da processare. Quanto piuttosto la qualità delle stesse e la capacità di trasformarle in scelte esecutive a favore dell’interesse nazionale Usa. Evitando di essere presi in contropiede dalla fuoriuscita di documenti dal valore operativo nella maggior parte dei casi ridotto sul fronte operativo. Ma decisivo in quello d’immagine.