La superiorità militare statunitense in un eventuale conflitto contro la Cina nell’area dell’Oceano Pacifico e in particolare nella regione marittima di Taiwan si sta gradualmente riducendo ed è messa a repentaglio dall’ascesa della Repubblica Popolare. A lanciare l’allarme è il comandante militare americano in capo nell’Indo-Pacifico, Samuel Paparo, intervenuto venerdì all’annuale Sedona Forum del McCain Institute in Arizona.
La sfida della Cina agli Usa
“Paparo”, nota il Financial Times, “ha sottolineato che le forze armate statunitensi avevano vantaggi chiave sulla Cina in termini di capacità sottomarine, nonché di superiori capacità spaziali e di armi in grado di contrastare le risorse spaziali”, ma ha anche avvertito che “la Cina sta costruendo sistemi d’arma, comprese le navi da guerra, a un ritmo molto più rapido rispetto agli Stati Uniti”.
Paparo, al comando delle forze nell’Indo-Pacifico dal 2024, a un anno dall’assunzione della leadership ha sottolineato che “la nostra supremazia su ogni elemento di forza saliente è su una traiettoria negativa”, facendo ad esempio notare come mediamente la Cina possa produrre due sottomarini e sei navi da guerra all’anno, contro gli 1,4 e 1,8 rispettivamente degli Usa. In sostanza, nel primo caso Pechino supera Washington del 50% e nel secondo di un fattore di 3 a 1.
Il nodo cantieristica
Il tema della cantieristica è al centro delle preoccupazioni americane da tempo. Già Joe Biden aveva giustificato con ragioni di sicurezza nazionale legato alle forniture militari lo stop alla vendita del colosso siderurgico Us Steel ai giapponesi di Nippon Steel, blocco approvato da Donald Trump.
Lo scorso anno, in un’iniziativa bipartisan, il senatore Mark Kelly (Democratico dell’Arizona) e il deputato Mike Waltz (Repubblicano della Florida), fino a pochi giorni fa National Security Advisor del presidente Trump, hanno proposto uno sforzo politico per tutelare la produzione siderurgica a stelle e strisce e rimettere pesantemente all’opera i cantieri navali americani, per la cui piena operatività è preferibile una piena disponibilità di sicure forniture di acciaio made in Usa.
L’allarme di Paparo sembra giustificare questi timori e si fonda, in ogni caso, su un contesto principalmente quantitativo del confronto tra le flotte. Paparo accende un faro diverso da quello del predecessore, John Aquilino, secondo cui la Cina stava alzando gradualmente la temperatura del confronto militare nell’Indo-Pacifico per cuocere come una “rana bollita” con le sue minacce il principale obiettivo, Taiwan.
Gli allarmi di Paparo sulla Cina
Non è la prima volta che Paparo lancia l’allarme sulla possibile difficoltà statunitense nell’affrontare un conflitto nell’Indo-Pacifico. A febbraio, all’Honolulu Defense Forum, il comandante ha sottolineato che Pechino sta mostrando una crescente “mobilitazione delle sue forze armate” per prepararsi alla guerra, evidenziando come un salto di qualità fosse stato rappresentato dall’esercitazione massiccia dell’estate 2024 che ha simulato l’invasione di Taiwan con 42 brigate dell’esercito, 150 vascelli della Marina e 200 navi d’assalto.
Ad aprile, in una testimonianza al Congresso, Paparo ha dichiarato che “le manovre aggressive di Pechino intorno a Taiwan non sono semplici esercitazioni: sono prove generali per un’unificazione forzata” e che “in quanto avversario più influente, la Cina pone sfide reali e serie alla nostra superiorità militare”.
Abituarsi alla presenza di rivali solidi
Parliamo di dichiarazioni indubbiamente forti ma che lasciano al contempo aperto un tema politico-strategico: quanto un conflitto diretto Cina-Usa sia realmente plausibile negli anni a venire è difficile dirlo, ma bisogna sottolineare che Washington mantiene un vantaggio cospicuo in termini di alleanze, basi operative, dottrine d’impiego di flotte di vasta dimensione, integrazione aeronavale, possibilità di attesa di una mossa rivale per radunare le proprie forze, capacità tecnologiche e cyber.
Paparo lancia l’attenzione sulla competizione per le risorse per il suo teatro e la sua arma dominante, la Marina. Ma viene il sospetto che la “paura cinese“, negli Usa, sia legata a una concezione del confronto con Pechino come di una riedizione della Guerra Fredda coi sovietici, ovvero di una competizione egemonica di rango globale. Ma il fatto che Pechino abbia la volontà, e nel caso le forze, di sfidare sul piano militare gli Usa su questo terreno è tutto da dimostrare. Il resto sono timori legati al fatto che il mondo non è più unilateralmente condizionato dagli States. E che forse a rivali di un peso crescente ci si bisognerà gradualmente abituare.
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