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Entro la fine di quest’anno, probabilmente nell’ultimo quarto, la Russia consegnerà le prime parti del sistema da difesa aerea S-400 all’India. L’accordo, del valore complessivo di 5,43 miliardi di dollari, era stato firmato, tra Mosca e Nuova Delhi, nell’ottobre del 2018 e prevede la fornitura di cinque reggimenti di S-400 con la consegna dell’ultimo fissata per la prima metà del 2025. Ad aprile di quest’anno l’ambasciatore indiano a Mosca, Bala Venkatesh Varma, aveva affermato che il programma di acquisizione sarebbe continuato nonostante lo slittamento di un paio di settimane nelle tempistiche, rassicurando così il Cremlino, e un mese dopo gli aveva fatto eco la stessa Rosoboronexport, l’agenzia di Stato russa che si occupa delle esportazioni di armamenti.

Ora arrivano anche le parole di Nikolay Kudashev, legato russo a Nuova Delhi, a confermare che la consegna degli elementi della prima batteria verrà effettuata nei tempi previsti nonostante la crisi pandemica. “Non vediamo cambiamenti (nel contratto n.d.r.) e la leadership indiana ha confermato il suo impegno per questi accordi”, ha detto Kudashev rivolgendosi ai media indiani.

Già prima della firma del contratto, Washington aveva paventato di elevare sanzioni internazionali all’India in forza del Caatsa (Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act), la legge federale firmata dal presidente Trump il 2 agosto del 2017 che va a colpire quei Paesi che acquistano armamenti da una serie di Paesi “in lista nera” tra cui c’è anche la Russia. In quella particolare occasione l’esecutivo statunitense si era però mosso per cercare di salvare le cordiali relazioni diplomatiche tra i due Paesi: Randall Schriver, allora assistente segretario alla Difesa per la sicurezza e gli affari dell’area dell’Asia e del Pacifico, aveva pubblicamente sottolineato che gli Stati Uniti avrebbero fatto di tutto per proteggere “le speciali relazioni che intercorrono con l’India”.

Tra Washington e Nuova Delhi vige un clima di cordialità che non si vedeva da tempo a causa della necessità di stringere alleanza contro il comune avversario rappresentato dalla Cina. Gli Stati Uniti, infatti, hanno implementato una serie di accordi con l’India: a settembre 2020 è stato siglato il Beca (Basic Exchange and Cooperation Agreement), che rappresenta solo l’ultimo da quando, nel 2002, era stato avviato il Gsomia (General Security of Military Information Agreement), che lega i due Paesi sotto il profilo militare e di scambio di informazioni di intelligence.

Anche l’amministrazione Biden sembra porsi sullo stesso solco della precedente: ufficialmente non ha ancora preso una posizione chiara in merito alla possibilità di elevare sanzioni verso il suo nuovo partner. Il segretario alla Difesa Lloyd Austin ha discusso della vendita degli S-400 con la sua controparte indiana a marzo, ma in quella occasione aveva affermato che le sanzioni non erano state menzionate. Austin, il 20 marzo, si era limitato a dire che “certamente esortiamo tutti i nostri alleati e partner ad allontanarsi da … quell’attrezzatura russa ed evitare davvero qualsiasi tipo di acquisizione che innescherebbe sanzioni per nostro conto” aggiungendo, molto “diplomaticamente” che “non c’è stata la consegna del sistema S-400, e quindi … la questione delle sanzioni non è stata discussa, ma abbiamo affrontato con il ministro della Difesa (indiano n.d.r.) la questione dell’S-400”.

Se da un lato stiamo assistendo ad una “comunità di intenti” con gli Stati Uniti ed i suoi alleati nello scacchiere indo-pacifico, l’India non vuole rinunciare all’amicizia di lunga data che la lega alla Russia, la quale le ha da sempre fornito sistemi d’arma sin dai tempi dell’Unione Sovietica. In particolare negli arsenali indiani sono presenti cacciabombardieri Sukhoi Su-30MKI e Mig-29K che andranno a operare con la portaerei Vikrant e che già operano con la Vikramaditya, unità di provenienza ex sovietica già conosciuta con il nome di Baku poi divenuta Admiral Gorshkov.

Sempre per quanto riguarda le unità navali l’India disponeva di un sottomarino del tipo Akula II – ribattezzato Chakra – recentemente riconsegnato a Mosca al termine del contratto di leasing e di nove classe Kilo – ribattezzati Sindhughosh – sempre di fabbricazione russa. L’esacerbarsi della tensione con la Cina ha anche riportato Nuova Delhi ad affidarsi al mercato russo degli armamenti: recentemente è stato infatti piazzato un ordine per altri 21 Mig-29 e almeno 12 Su-30 che sono stati messi a bilancio dal governo. Senza citare le esercitazioni congiunte effettuate tra i due Paesi.

L’annuncio dell’ambasciatore russo sembra quindi inserirsi in un gioco strategico che esula la mera questione degli S-400, già stati al centro di una diatriba molto simile, ma con esiti ben diversi, con la Turchia. Mosca sembra aver lanciato il suo “guanto di sfida” a Washington sia per saggiarne le reali intenzioni a livello diplomatico, sia per inserirsi e allargare quella che potrebbe essere una possibile linea di faglia tra India e Stati Uniti.

Proprio per questo motivo, e per il fatto che Nuova Delhi in questo momento storico è uno dei partner più importanti di Washington nel quadro del contenimento della politica cinese nell’indo-pacifico, riteniamo che l’amministrazione Biden se eleverà sanzioni lo farà in modo molto marginale, senza andare a colpire pesantemente gli interessi economici indiani. La partita sugli S-400 però, a nostro giudizio, è ancora aperta nonostante le dichiarazioni di entrambe le parti in causa: l’India ha dimostrato più volte, nella storia, di poter ritirarsi da accordi e trattative quando sembravano ormai finalizzate e soprattutto ha delle tempistiche molto lunghe che potrebbero essere ulteriormente allungate.

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