I prossimi mesi saranno caratterizzati da grandi manovre per l’Italia nel contesto della presenza militare all’estero. L’accorciamento delle linee garantito dal progressivo ritiro dall’Afghanistan andrà di pari passo con un consolidamento del ruolo italiano in Iraq, Paese in cui Roma è pronta fin da maggio 2022 a guidare l’impegno della Nato nel sostegno del Paese dopo il ritiro degli Stati Uniti, che passeranno a “consiglieri” del governo di Baghdad.

La strada verso il comando italiano in Iraq

Negli ultimi tempi, il passaggio di consegne è stato preparato riqualificando sul campo la dotazione di forze. Nel 2020 il Parlamento ha dato il via libera un dispiegamento di 1.100 unità per l’operazione Prima Parthica, all’interno della Coalizione anti-Isis, e di 46 unità per la Nato training mission. Ora la prima dotazione è stata ridotta di circa duecento unità e la Ntm che dovrà consolidare la presenza delle forze armate irachene nei territori strappati negli anni scorsi ai jihadisti salirà a 280 effettivi.

L’Italia ha preparato negli ultimi mesi il terreno all’aumento del suo impegno in Mesopotamia. Il ministro degliI Esteri Luigi Di Maio ha recentemente presieduto la riunione della coalizione anti-Isis a Roma e intrattiene un fitto interscambio con il segretario di Stato Usa Tony Blinken; a inizio luglio Il primo ministro iracheno Mustafa al-Kadhimi è giunto in visita in Italia ove ha incontrato Mario Draghi a capo di un’ampia delegazione. In questo contesto è stato cruciale il dialogo bilaterale tra il ministro della Difesa Lorenzo Guerini e l’omologo di Baghdad Juma Inad, per discutere del ruolo che l’Italia può giocare a sostegno delle Iraqi Security Force. “Guerini, nel corso dell’incontro con il suo omologo iracheno a Roma, ha confermato la disponibilità italiana di soddisfare le richieste irachene di ampliare la cooperazione militare, continuando e rafforzando le attività addestrative delle ISF non solo nel quadro della lotta al terrorismo ma anche in quello della lotta alla criminalità organizzata, beneficiando in tal senso dell’ampia esperienza nel settore dell’Arma dei Carabinieri”, nota in un suo report l’Ispi.

Il declino del consenso per gli Usa

L’Italia è in grado di giocare un ruolo sostanziale per il suo interesse nazionale con la sua presenza in Iraq. In primo luogo, aumentando l’assertività della sua politica estera in un contesto in cui si trova ad essere una delle poche nazioni occidentali con un residuale soft power. Di fatto, il ritiro Usa a quasi vent’anni dalla guerra a Saddam Hussein, per quanto in larga parte mascherato, è legato in primo luogo all’insostenibilità della presenza nel Paese agli occhi di una popolazione in larga stanca e ostile al mantenimento di un grande presidio militare americano sul suolo iracheno.

In quest’ottica, scrive Piccole Note, “dopo il voto unanime del Parlamento iracheno” nel gennaio 2020 dopo l’attentato contro Qasem Soleimani a Baghdad, “che chiedeva il ritiro delle forze Usa, i militari americani hanno ufficialmente indossato la veste di forza d’occupazione, data la noncuranza con cui è stata accolta la risoluzione, pure decisa in ambito parlamentare” e hanno visto un tracollo della residua fetta di sostegno che le autorità e la popolazione civile riservavano nei loro confronti. Situazione, questa, insostenibile per il governo iracheno ma anche “per l’amministrazione Usa, che non vuole un’altra guerra irachena, ma che, allo stesso tempo, non può resistere alle pressioni interne le quali, a ogni attacco contro i militari Usa, si alzano a chiedere una risposta durissima”.

Da qui la decisione di accelerare il riassetto nel Paese e passare la mano. L’Italia non è stata ancora investita da questo moto di protesta e può muoversi a briglie più sciolte.

Prospettive strategiche

Va di pari passo, tutto ciò, col fatto che Roma associa il suo impegno militare a quello che è percepito come un importante sforzo per la ricostruzione. Dagli investimenti di Eni nel settore energetico ai lavori infrastrutturali e nella diga di Mosul, l’Italia ha riannodato i fili di una consolidata relazione bilaterale che, a corrente alternata, si è dispiegata lungo tutto l’ultimo secolo. “Per le attività civili – ha sottolineato sull’ultimo numero di Airpress il generale Mario Arpino, già capo di Stato maggiore della Difesa – l’eventualità di un nostro consistente ritorno era stata anticipata fin dal marzo 2019 nel corso dell’Iraq Day, in cui Confindustria aveva favorito un incontro romano tra imprenditori italiani e iracheni, preceduto da altri eventi organizzati da Confcommercio; la guida della missione militare della Nato potrebbe essere il coronamento di tutte le attività sinora realizzate o progettate; sappiamo non solo che in Iraq, dopo tante delusioni, la nostra presenza sarà apprezzata, ma anche che è sin d’ora già attesa”.

Vi è, infine, un risvolto geostrategico importante. Accorciando e razionalizzando le linee, con più Iraq e meno Afghanistan nella sua missione di politica estera, l’Italia aumenta la sua profondità strategica avvicinandosi ai teatri principali di riferimento. In primo luogo, si viene così a creare un crescente controbilanciamento alla presenza della Turchia, partner e rivale strategico al tempo stesso, nel nostro estero vicino portando una crescente forza militare in un Paese che Ankara ritiene importante e con cui confina; in secondo luogo, si crea un collegamento con la missione Unfil in Libano, rimarcando l’importanza del Medio Oriente per l’Italia in un contesto storico assai delicato; terzo punto è, senz’altro, la possibilità di mettere puntelli al retroterra delMediterraneo allargato, creando assieme alla base militare di Gibuti un arco che segnala la volontà italiana di presidiare le regioni che insistono sulle aree più strategiche per la connettività commerciale e la sicurezza dell’Occidente.

Da questi sforzi dovranno essere però tratti concreti dividendi strategici perchè, vista col senno di poi, la mossa si dimostri vincente. Il comando italiano in Iraq dovrà essere valorizzato nell’ottica di una strategia capace di guardare al Mediterraneo e oltre, di mettere a sistema le priorità del Paese (sul fronte energetico, securitario, commerciale e così via) e ricordare agli attori ostili o potenzialmente tali che l’Italia dispone della forza economica, della capacità politica e, in sostanza, degli strumenti di hard power per concretizzarle. Altrimenti, si parlerà solo dell’ennesima riproposizione della politica della sedia, che impone al Paese la presenza in teatri strategici come se fosse un fine in sè o un’occasione di prestigio agli occhi degli alleati. Al governo Draghi il compito di invertire questo trend.