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La Turchia sta espandendo rapidamente le capacità produttive del suo settore della Difesa, trainate non solo dai droni, ma anche da una serie di sistemi moderni come missili da crociera e balistici, carri armati e cacciabombardieri. Un dato dovrebbe far riflettere: Ankara, dal 2023, ha aumentato del 29% il valore delle sue esportazioni in questo settore, passando da 5,5 miliardi di dollari sino ai 7,15 del 2024. Nel primo semestre di quest’anno, le esportazioni di armamenti fanno già registrare un valore di 3,6 miliardi di dollari e si presume che il record del 2024 precedente verrà battuto a fine 2025.

L’industria bellica turca ha dimostrato particolare vivacità in alcuni settore chiave, come quello dei droni: la Baykar, che costruisce anche il famoso Bayraktar TB2, all’inizio di quest’anno si è saldata in joint venture con Leonardo per progettare, sviluppare, produrre sistemi aerei senza pilota ed effettuarne manutenzione durante la loro vita operativa. L’accordo è basato su forti sinergie e complementarità industriali relative a piattaforme unmanned con ampia gamma di prodotti (Baykar) e sistemi di missione, payload e certificazione (Leonardo).

Inoltre, lo scorso dicembre, la società turca aveva fatto ingresso nella Piaggio Aerospace, aprendo la strada alla stretta collaborazione col colosso italiano Leonardo per la costruzione di droni. Le due aziende con questa decisione puntano alla conquista del mercato europeo per quanto riguarda i caccia senza pilota, droni da sorveglianza armati e droni da attacco in profondità che è stimato in 100 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni.

Non solo droni

Dicevamo però che non si tratta solo di droni, e che le aziende turche stanno dimostrando competenze in quasi tutti i settori: il fulcro della modernizzazione militare della Turchia è rappresentato infatti dal caccia di nuova generazione Kaan della Turkish Aerospace Industries (TAI), destinato a sostituire parte della flotta di F-16 in futuro. Tra i primi partner del programma, l’Indonesia si è già impegnata ad acquistare 48 velivoli, mentre l’Egitto sta valutando la possibilità di collaborare. Anche nel settore terrestre la Turchia ha saputo sviluppare sistemi moderni: il Main Battle Tank (MBT) Altay, dopo anni di sviluppo incerto, è finalmente entrato in produzione in serie.

Non bisogna dimenticare la missilistica: Roketsan ha messo a punto un nuovo missile da crociera antinave e da attacco terrestre con un certo livello di Intelligenza artificiale capace di colpire un bersaglio con precisione a una distanza di più di 180 km. Il vettore, chiamato SOM-J, è stato testato con successo venendo sganciato da un F-16 a marzo di quest’anno. Sempre l’industria turca leader della missilistica ha svelato quest’anno una nuova versione del missile balistico “Tayfun” (la Block 4) durante la fiera IDEF di Istanbul. Questo vettore è sensibilmente più grande del precedente (lungo 10 metri, largo circa un metro) e ha un peso totale di quasi otto tonnellate e secondo Roketsan può raggiunge lunghe gittate che potrebbero farlo rientrare nella categoria dei missili balistici a medio raggio (MRBM – Medium Range Ballistic Missile). Gli MRBM sono classificati come missili balistici con gittata massima compresa tra 1000 e 3000 km.

Non bisogna dimenticare anche il campo degli elicotteri da attacco, dove il T-129 Atak, della TAI, ha suscitato interesse internazionale. In particolare, nel 2022, la Turchia ha finalizzato un accordo per la fornitura di sei elicotteri T-129 alla Nigeria, segnando un passo significativo nel potenziale di esportazione globale del velivolo. Anche in campo navale la Turchia sta dimostrando vivacità e innovazioni: la nave da assalto anfibio “Anadolu”, entrata in servizio a fine 2023, nel 2024 ha dimostrato di poter operare con droni di media grandezza come il Bayraktar dopo che uno di essi ha condotto un test in mare in cui è appontato e decollato con successo dall’unità navale in questione.

La marina turca può contare anche su una nuova serie di fregate costruite interamente in loco, le classe Istanbul o TF-100, da 3000 tonnellate di dislocamento con un armamento di tutto rispetto per unità così leggere: 16 missili antinave Atmaca lanciati da contenitori installati a centro nave in una configurazione quattro per quattro; un sistema di lancio verticale (VLS) Midlas a prua da 16 celle per missili terra-aria Hisar; un cannone a doppio scopo da 76 mm montato a prua del VLS e due cannoni stabilizzati da 25 mm comandati a distanza.

Per la caccia ai sottomarini, le Istanbul impiegano un elicottero S-70B Seahawk e imbarcano due tubi da 324 mm per siluri leggeri. Armamento, grandezza delle unità e sensoristica imbarcata ne fanno un ottimo prodotto per l’esportazione a basso costo, per quelle marine litoranee che non possono permettersi di spendere denaro per fregate più grandi come le italiane classe FREMM. L’esportazione di piattaforme navali è diventata una parte fondamentale degli sforzi diplomatici della Turchia, in particolare nel Sud-Est asiatico, attraverso importanti accordi con Indonesia e Malesia.

Una potenza navale in crescita

Bisogna anche considerare che l’attuale crisi mediorientale, che perdura ormai da tempo, ha spinto Ankara a concentrarsi sullo sviluppo di maggiori capacità di deterrenza. La Turchia, infatti, ha presentato il suo sistema di difesa aerea multistrato “Steel Dome” costruito esclusivamente sfruttando risorse nazionali e dimostrando, insieme a quanto visto sinora, in suo impegno nel raggiungere la parità o il vantaggio militare sulle potenze regionali.

Da osservare particolarmente, per quanto riguarda gli interessi del nostro Paese, è la crescita della potenza navale turca, usata – per il momento – per sostenere gli interessi strategici di Ankara nelle acque contese del Mediterraneo orientale, dove le controversie con Grecia, Cipro ed Egitto riguardano confini marittimi e risorse energetiche, ma che in futuro potrebbe allungare stabilmente il suo raggio d’azione al Mediterraneo centrale considerati gli interessi turchi in Libia. Sempre in chiave strategica, la vittoria in Siria del fronte anti-Assad rappresentato dall’HTS – sostenuto da Ankara – ha aperto le porte del Paese alla Turchia per quanto riguarda l’assistenza per il mantenimento dell’integrità territoriale siriana e la ricostruzione delle forze armate. Questi elementi, e la visione turca sul conflitto a Gaza, posizionano la Turchia come un attore regionale in crescita che, se da un lato ridurrà l’influenza iraniana, dall’altro potrebbe facilmente diventare sfidante per gli interessi nazionali in Africa settentrionale e nel Corno d’Africa, dove la presenza turca è ormai consolidata.

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