La Turchia ha finalizzato un piano di massima per avere un sistema di difesa aerea nazionale, denominato “Çelik Kubbe” – Steel Dome – per migliorare la sicurezza dello spazio aereo con capacità di difesa avanzate e multistrato. La decisione è stata presa durante una riunione del comitato esecutivo dell’industria della Difesa, presieduto dal presidente Recep Tayyip Erdogan, il mese scorso. Lo Steel Dome mira a integrare un’ampia gamma di risorse di difesa aerea, creando un quadro operativo in tempo reale e consentendo un controllo centralizzato con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. L’iniziativa è stata lanciata da Aselsan, la principale industria del settore Difesa turca, in collaborazione con Roketsan e l’istituto di ricerca del governo turco Tubitak Sage.
Da quanto sappiamo, l’intenzione è di riunire sensori, reti di comunicazione e armi esistenti e future in un unico sistema per una protezione completa dello spazio aereo, con l’obiettivo di stabilire una rete di difesa unificata in grado di proteggere la Turchia dalle minacce emergenti come droni e missili. Non sembra quindi essere un programma del tutto nuovo, piuttosto il progetto di riunire e integrare sotto un’unica architettura vari sistemi di difesa aerea che sono già presenti nelle forze armate turche.
Gli elementi a corto raggio come il cannone antiaereo semovente Korkut e i missili Sungur formeranno il livello più interno della “cupola d’acciao”, mentre i missili Hisar A+ e Hisar O (RF) a medio raggio occuperanno il livello intermedio. Quello più esterno si affiderà al missile SIPER Block 1 a lungo raggio, che dovrebbe superare i 100 chilometri di gittata e che ha effettuato iltest finale a maggio 2023. Roketsan sta sviluppando una versione avanzata di questo missile che dovrebbe avere una portata estesa a 150 chilometri, rivaleggiando così coi missili ASTER 30 del SAMP/T. La Turchia sta incorporando radar e sistemi di comunicazione realizzati da Aselsan, tra cui il sistema di comando e controllo della difesa aerea HERIKKS e la rete radar RADNET i cui componenti sono progettati per creare un’immagine aerea in tempo reale. Anche i sistemi di intercettazione non cinetici come il laser Gokberk e l’arma a energia diretta Alka sono programmati per essere eventualmente incorporati nello Steel Dome, ma queste tecnologie necessitano ancora di sviluppo. Sembra che Ankara abbia intenzione di utilizzare l’architettura ACCS (Air Command Control System), sviluppata negli anni 2000 in ambito NATO, come cervello del nuovo programma.
La notizia principale è però un’altra: le batterie di S-400 di fabbricazione russa, acquistate dalla Turchia, non saranno integrate nell’architettura di Steel Dome in quanto, come riferito da Ankara, il sistema non è in linea con la strategia nazionale di difesa aerea a lungo termine.
Per aver scelto di dotarsi degli S-400, la Turchia era stata sospesa dal programma F-35 (Ankara era uno dei Paesi produttori) in quanto la NATO, ma soprattutto gli Stati Uniti, avevano reputato vi fosse un problema di sicurezza dell’intera architettura della difesa aerea dell’Alleanza qualora il sistema russo vi fosse stato integrato. La Turchia, dopo aver effettuato un primo test del radar dell’S-400 nel 2019 e uno a fuoco nel 2020, ha messo “in naftalina” il sistema per cercare di non alterare ulteriormente i rapporti con la NATO e con gli Stati Uniti.
Recentemente, a fine agosto, Ankara ha lanciato una proposta a Washington per cercare di essere riammessa al programma F-35: gli S-400 verranno messi “in scatola” e gli USA potranno ispezionarli. All’inizio del mese scorso, un ex ministro turco aveva suggerito che la Turchia potrebbe vendere i suoi S-400 all’India o al Pakistan, sostenendo che la vendita a uno di quei Paesi non avrebbe inimicato la Russia, ma il Governo ha sempre respinto le precedenti proposte di esportare i sistemi in qualsiasi Paese terzo.
La recente proposta turca, però, potrebbe non accontentare gli USA, che già hanno dimostrato insoddisfazione per una soluzione simile in quanto non garantirebbe che gli S-400 restino per sempre al di fuori della rete di difesa aerea.
Desiderio di rientrare nel programma F-35 a parte, cosa avrebbe potuto portare la Turchia a scegliere di estromettere gli S-400 dal suo nuovo progetto di difesa aerea integrata Steel Dome? Probabilmente, un fattore decisivo in tal senso è stata la decisione della Grecia di acquistare proprio gli F-35. Come sappiamo, il 25 luglio Atene ha firmato una lettera di impegno per l’acquisto di un primo lotto di 20 caccia stealth di quinta generazione dagli Stati Uniti, e Ankara dovrebbe vedere l’arrivo in servizio del suo nuovo caccia di pari generazione, il Kaan, non prima del 2030 (con la Full Operational Capability fissata al 2032).
Il rischio che la Turchia si trovi in svantaggio rispetto alla Grecia dato questo arco temporale esiste, e non è ancora chiaro quali siano le reali prestazioni e le capacità della dotazione sensoristica del Kaan, sebbene sia promettente. Ritornare nel programma F-35 permetterebbe poi alla Turchia di recuperare velocemente i primi esemplari di questo caccia che erano in procinto di essere consegnati alla sua aeronautica militare, e che sono stati “congelati” in concomitanza con la sospensione.
Ci chiediamo invece come l’architettura di Steel Dome, che abbiamo visto essere del tutto casalinga, si integrerà col programma di difesa aereo ESSI (European Sky Shield Initiative) di cui anche la Turchia fa parte, che è imperniato sugli IRIS-T SLM per il medio raggio e sui Patriot PAC-3 per il lungo raggio, senza considerare che prevede di utilizzare i vettori israeliani Arrow 3 per le capacità antimissile esoatmosferiche. Non c’è un po’ troppa differenziazione di piattaforme per un Paese membro della NATO che dovrebbe guardare all’integrazione ma anche all’uniformità dei sistemi?
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