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La presunta decisione della Turchia di inviare consiglieri militari per addestrare il nuovo esercito siriano nelle accademie di Aleppo e Damasco rappresenta uno sviluppo che merita una riflessione attenta. L’iniziativa, riportata da fonti come ClashReport, includerebbe anche l’addestramento degli operatori della difesa aerea a Homs, un gesto che, se confermato, segnerebbe un ulteriore passo nella proiezione di potere di Ankara in Siria. Ma cosa significa questo sul piano strategico e militare?

La Turchia come protagonista regionale

Dopo anni di conflitto in Siria, il presidente Recep Tayyip Erdoğan vede in questa mossa l’opportunità di consolidare la propria posizione di arbitro nella ricostruzione del Paese, specialmente ora che il regime di Bashar al-Assad, a poche settimane dal tramonto, appare già un ricordo lontano. Con il controllo diretto o indiretto di aree significative del nord della Siria, Ankara può sfruttare il suo ruolo per stabilire un nuovo ordine che rifletta i propri interessi, evitando al contempo che attori ostili, come le forze curde o i sostenitori di Assad, rafforzino le proprie posizioni.

L’addestramento militare del nuovo esercito siriano, se si concretizzasse, sarebbe molto più di un semplice atto di supporto tecnico. Si tratterebbe di un passo strategico per forgiare una forza armata ideologicamente e operativamente vicina agli interessi turchi. Il coinvolgimento turco nei sistemi di difesa aerea, in particolare, rivelerebbe l’intento di plasmare anche le capacità di deterrenza della nuova Siria.

L’importanza di Aleppo, Damasco e Homs

La scelta di Aleppo e Damasco come centri di addestramento suggerisce che Ankara voglia ampliare la sua influenza ben oltre le aree di tradizionale controllo turco nel nord. Aleppo, economicamente cruciale, e Damasco, il cuore politico del Paese, rappresentano due obiettivi strategici fondamentali per garantire una Siria post-Assad favorevole alla Turchia.

Il possibile dispiegamento di unità militari a Homs, invece, evidenzierebbe una doppia finalità. Da un lato, il controllo di un punto nevralgico tra nord e sud della Siria; dall’altro, il tentativo di acquisire maggiore influenza sulla difesa del Paese. Homs è vicina a zone dove la presenza russa e iraniana è stata storicamente significativa, e l’ingresso turco in questa area potrebbe creare frizioni tra i vari attori internazionali coinvolti.

I rischi di una nuova “guerra per procura”

Non si può ignorare il rischio che la crescente influenza turca porti a nuovi conflitti tra le potenze coinvolte in Siria. Da una parte, la Russia, tradizionale alleata di Assad, potrebbe vedere con sospetto questa iniziativa, soprattutto se minaccia i propri interessi economici e militari nella regione. Dall’altra, l’Iran, che ha investito pesantemente nel sostegno al regime di Assad, potrebbe percepire l’azione turca come una minaccia diretta alla propria presenza strategica nel Levante.

In questo contesto, anche gli Stati Uniti e Israele potrebbero giocare un ruolo chiave. Washington, che mantiene una presenza significativa nel nord-est della Siria, potrebbe interpretare il rafforzamento turco come un modo per controbilanciare l’influenza russa e iraniana, ma al tempo stesso temere un indebolimento delle forze curde, suoi principali alleati contro l’ISIS. Israele, invece, potrebbe vedere l’addestramento di operatori della difesa aerea come una potenziale minaccia alle sue operazioni aeree nella regione.

Un equilibrio fragile

In definitiva, la mossa turca – se confermata – è il segnale di una Siria che, al termine di anni di guerra, rimane un campo di battaglia per l’influenza regionale e internazionale. La creazione di un nuovo esercito siriano addestrato e supportato da Ankara non solo riplasmerà gli equilibri interni del Paese, ma avrà implicazioni di vasta portata per l’intera regione.

Rimane da vedere se questa strategia rafforzerà la stabilità o getterà le basi per nuovi conflitti. Certo è che, per Ankara, il successo di questa operazione potrebbe rappresentare il coronamento di una politica espansionista durata anni. Ma in una regione dove ogni movimento ha ripercussioni globali, il rischio di sbilanciare l’intero scacchiere non è mai stato così alto.

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