Il punto più pericoloso d’Europa oggi non è più soltanto il Donbass. È il Baltico. È lì che la guerra ucraina rischia di trasformarsi in guerra europea, cioè in uno scontro diretto fra Nato e Russia, con conseguenze incalcolabili. La dinamica è nota: droni, incursioni, accuse reciproche, minacce di rappresaglia, retorica militare che cresce giorno dopo giorno. Ma il nodo vero non è tecnico. È politico. Da anni l’Europa non parla più con Mosca. Ha scambiato la diplomazia per debolezza e l’escalation per fermezza.
La piccola Europa baltica che detta la linea alla grande Europa
La cosa più sorprendente è che la linea dell’Unione Europea sembra ormai dettata dai Paesi Baltici e dalla Polonia, cioè dalle aree più segnate da una russofobia storica, geografica e psicologica. Estonia, Lettonia e Lituania rappresentano pochi milioni di abitanti, ma oggi imprimono alla politica europea un tono radicale, punitivo, quasi vendicativo.
Il problema non è che questi Paesi temano la Russia. Il problema è che l’intera Europa abbia accettato di farsi trascinare dalla loro memoria storica, trasformandola in dottrina strategica comune. Francia e Germania, che dovrebbero frenare, mediare, ricordare il peso della storia, sembrano invece inseguire la corrente.
Germania e Francia: responsabilità storiche e ambiguità strategiche
La Germania ha una responsabilità speciale. Nel 1990 fu parte decisiva delle promesse fatte all’Unione Sovietica sulla non espansione della Nato. Fu poi garante, insieme alla Francia, degli accordi di Minsk 2, che avrebbero dovuto chiudere la guerra nel Donbass attraverso un’autonomia sostanziale per Donetsk e Luhansk dentro l’Ucraina.
Quegli accordi furono approvati dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ma non vennero applicati. Berlino tacque. Parigi tacque. Washington e Kiev seguirono un’altra strada. Oggi la Germania parla di riarmo, di preparazione alla guerra, di nuovo protagonismo militare. È una svolta enorme, soprattutto per un Paese la cui riunificazione era stata possibile proprio sulla base di garanzie di moderazione strategica.
La Francia, dal canto suo, parla di autonomia strategica europea. Idea legittima, persino necessaria dopo ottant’anni di tutela americana. Ma trasformare l’autonomia europea in ostilità permanente verso la Russia significa costruire l’indipendenza sulla miccia di una guerra continentale.
L’Ucraina e la tentazione della guerra più grande
Kiev non può sconfiggere Mosca da sola. Per questo ha interesse a internazionalizzare il conflitto, a coinvolgere l’Europa, e possibilmente a trascinare gli Stati Uniti dentro una guerra più ampia. È la logica della provocazione strategica: colpire obiettivi russi, spingere Mosca alla risposta, presentare la risposta come aggressione, chiedere l’intervento occidentale.
Gli attacchi con droni contro il territorio russo, le operazioni contro elementi della triade nucleare, il possibile uso dello spazio baltico o di infrastrutture vicine alla Nato sono segnali di una dinamica pericolosissima. In una crisi nucleare, anche l’ambiguità può uccidere.
La rimozione della storia
La tragedia europea nasce anche da una gigantesca amnesia. Non si parla più del vertice Nato di Bucarest del 2008, quando l’apertura futura a Ucraina e Georgia venne percepita da Mosca come una minaccia diretta. Non si parla più del 2014, del rovesciamento del governo ucraino, del ruolo americano, della scelta di abbandonare la neutralità ucraina. Non si parla più del trattato sui missili antibalistici abbandonato dagli Stati Uniti, né del progressivo smantellamento dell’architettura di sicurezza europea.
Tutto viene ridotto a una favola morale: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Ma la geopolitica non funziona così. Quando la sicurezza di uno Stato viene costruita contro la sicurezza di un altro, prima o poi arriva la guerra.
Scenario economico: l’Europa paga il conto della propria cecità
L’Europa ha già pagato un prezzo enorme: energia più cara, deindustrializzazione parziale, dipendenza crescente dagli Stati Uniti, riarmo finanziato a debito, perdita di competitività. La rottura con la Russia ha tagliato un asse economico naturale: tecnologia e industria europea da una parte, energia e materie prime russe dall’altra.
Il risultato è paradossale: l’Europa voleva diventare più sovrana e si è resa più dipendente. Dipendente dal gas liquefatto americano, dalle armi americane, dalla protezione americana, dalla narrazione americana.
Dal punto di vista militare, il Baltico è una zona ad altissimo rischio. Spazi ristretti, confini ravvicinati, presenza Nato, enclave di Kaliningrad, sistemi missilistici, difesa aerea, droni, guerra elettronica: tutto rende possibile l’incidente irreversibile.
Una guerra nel Baltico non sarebbe una guerra locale. Sarebbe immediatamente una crisi Nato-Russia. E una crisi Nato-Russia non avrebbe vincitori. Avrebbe solo livelli crescenti di distruzione, fino alla possibilità estrema dell’escalation nucleare.
La diplomazia non è simpatia per il nemico. È l’arte di evitare il disastro quando il disastro diventa possibile. Parlare con Mosca non significa arrendersi alla Russia. Significa riconoscere che la sicurezza europea non può essere costruita sull’umiliazione permanente di una potenza nucleare.
L’Europa deve scegliere: o continua a farsi guidare dall’odio storico, dalla retorica baltica e dal riarmo tedesco, oppure torna a pensare da continente adulto. Il Baltico oggi è la linea più fragile del mondo perché lì si incontrano paura, memoria, propaganda, droni e armi nucleari.
E quando tutti questi elementi stanno nello stesso spazio, basta un errore per trasformare la storia in catastrofe.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

