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Anche se è passata sottobanco, quella annunciata nel dicembre 2022 dal Segretario alla Difesa Lloyd J. Austin è una svolta epocale. In quell’occasione, infatti, Austin inaugurava l’Office of Strategic Capital (OSC), ufficio del Dipartimento della Difesa in grado di catalizzare investimenti privati in settori prioritari per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, forgiando un’inedita partnership pubblico-privato. Dopo il lancio ufficiale del dicembre 2022, l’8 marzo scorso, in occasione di un evento svoltosi nell’ambito del SXSW di Austin, Texas, il direttore Jason Rathje l’Office of Strategic Capital ha così annunciato che il suo team ha ricevuto finalmente l’autorità per concedere prestiti esecutivi e garanzie sui prestiti.

“Ho creato l’Office of Strategic Capital per promuovere gli investimenti del settore privato statunitense nelle tecnologie d’avanguardia che garantiranno la sicurezza dell’America nel XXI secolo”, ha dichiarato Austin in un comunicato stampa diffuso l’8 marzo. “Questa importante strategia di investimento farà leva sulla libera impresa per rafforzare la nostra base industriale e investire in aree tecnologiche critiche per la sicurezza nazionale”. È la conferma di un trend che ha investito il Pentagono negli ultimi decenni, il quale si affida sempre più spesso ad appaltatori privati per la realizzazione e progettazione di armi, la fornitura di servizi e la ricerca e lo sviluppo di innovazioni nell’ambito del settore della Difesa. 

Investitori privati e prestiti per contrastare l’ascesa di Pechino

Sullo sfondo c’è la sfida globale con la Cina, vero avversario strategico di Washington. Come sottolinea lo stesso capo del Pentagono, “gli Stati Uniti sono in competizione a livello mondiale per la leadership nelle tecnologie critiche”, tra cui tra cui l’ipersonica, l’informatica quantistica, la microelettronica, i sistemi autonomi e l’intelligenza artificiale. Oggi il capitale privato “finanzia la maggior parte delle tecnologie critiche” e “delle supply chain necessarie al Dipartimento della Difesa”. Di conseguenza, afferma Austin, “il capitale privato è una risorsa vitale per il Dipartimento e una fonte chiave di vantaggio comparativo degli Stati Uniti nella competizione tecnologica. Pertanto, la collaborazione con i fornitori di capitali è un imperativo di sicurezza nazionale”. Ma a differenza di competitor come la Cina,  che “controllano gli investitori e le aziende”, gli Stati Uniti, secondo il capo del Pentagono, vogliono dare un’impronta diversa, poiché Washington ha la capacità “ineguagliata di “invitare e responsabilizzare coloro che cercano di contribuire alla nostra sicurezza comune”. Meno dirigismo di stato, dunque, e più spazio all’iniziativa privata. Due scuole economiche e politiche – quella statunitense e cinese – a confronto.

Come nota Nick Cleveland-Stout, ricercatore del Quincy Institute, il Pentagono ha fiutato l’aria che tira negli ultimi anni: i “venture capitalist” hanno infatti investito parecchie risorse nelle cosiddette “tecnologie critiche”, e sono pronti a beneficiare dei prestiti elargiti dall’OSC del Pentagono. Secondo una stima del New York Times, le società di venture capital sono passate da una spesa di circa 6,7 miliardi di dollari per le tecnologie militari nel 2016 a 34 miliardi di dollari nel 2022. Non solo. In generale, gli investimenti delle società venture capital con sede negli Stati Uniti in start-up che operano nel settore della Difesa sono più che raddoppiati in soli quattro anni: dai 16 miliardi del 2019 ai 17 miliardi di dollari nei soli primi cinque mesi del 2023. Il “re Mida” di questi investitori è Marc Andreessen, co-fondatore di Netscape Communications e del Andreessen Horowitz, il più grande fondo di venture capital al mondo da 35 miliardi di dollari. Nei mesi scorsi ha pubblicato il manifesto “tecno-ottimista” definito dalla rivista Foreign Policy un “inno alla tecnologia e al capitalismo”. E a quanto pare, il settore della Difesa e delle armi è considerato un affare assai redditizio da “squali della finanza” e finanzieri spregiudicati.

La strategia industriale del Pentagono

L’11 gennaio 2024, il Pentagono ha pubblicato la “Strategia industriale di difesa nazionale” nella quale ha riconosciuto, come sottolinea Bloomberg, di aver bisogno di un’iniezione di nuove idee – e di capitali – per rilanciare la propria base industriale per recuperare il terreno perduto nei confronti del diretto rivale strategico di Washington: la Cina. Pechino, si legge nel documento, è diventata “la potenza industriale globale in molti settori chiave – dalla costruzione navale ai minerali essenziali alla microelettronica”, superando gli Stati Uniti e i suoi alleati europei e asiatici. L’iniziativa lanciata da Austin nell’ambito dell’Office of Strategic Capital (OSC) va esattamente in questa direzione: recuperare il gap con la Cina, che minaccia sempre di più la leadership di superpotenza mondiale di Washington.

I rilievi critici verso l’OSC del Dipartimento della Difesa tuttavia non mancano. Nei mesi scorsi, la senatrice Elizabeth Warren ha inviato una lettera al Pentagono esprimendo preoccupazioni sul potenziale conflitto di interessi dei dipendenti nominati nel nuovo ufficio del Pentagono che, a suo dire, utilizzano “la loro posizione per profitto personale”. Secondo Warren, l’ufficio non è attrezzato adeguatamente per evitare che “dipendenti governativi speciali” – che lavorano contemporaneamente per società private di consulenza e investimento nel settore della Difesa – utilizzino il loro lavoro con l’OSC per trarre vantaggio dal loro lavoro a tempo pieno. Ma c’è un altro rischio: quello di dare eccessivo potere a grandi investitori e finanzieri – come Marc Andreessen – che così potranno influenzare ancora di più le scelte del complesso militar-industriale degli Stati Uniti, in un settore delicato e strategico come quello della Difesa. Secondo gli strateghi del Pentagono, tuttavia, coinvolgere gli investitori privati è anche l’unico modo per arginare Pechino: dunque, prendere o lasciare. Nel bene e nel male, è questo il futuro della Difesa a stelle e strisce.

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