Il riarmo europeo è in una fase di flessione rispetto alle entusiasmanti dichiarazioni dei leader comunitari e atlantici a cavallo tra 2024 e 2025, quando il tema di un innalzamento delle spese per la Difesa era cruciale nei summit multilaterali e nelle agende di vari governi. Le ultime settimane hanno segnato diverse battute d’arresto per le strategie di difesa e hanno aperto la strada a profonde riflessioni in materia.
Partiamo dai dati concreti: John Healey, blairiano doc e ministro della Difesa del Regno Unito, ha lasciato il governo sbattendo la porta e definendo “incapace” il premier Keir Starmer dopo che il premier di Sua Maestà aveva abbozzato un piano di riarmo che riduceva nettamente l’ambizione del percorso al 3,5% di spese militari in rapporto al Pil. In Italia si sono ridimensionate le richieste del governo Meloni ai prestiti europei del programma Safe, da 15 a 5 miliardi di euro, e dalla Lega sarebbero arrivate pressioni per ulteriori ridimensionamenti. In Polonia, infine, la prima tranche del prestito Safe da 6,6 miliardi di euro apre la prospettiva di una difficoltà nella capacità di messa a terra dei progetti da parte di Varsavia sul breve periodo. Il rischio che siano le capacità amministrative a frenare la trasformazione dei fondi in appalti, produzione, capacità è concreto.
Si può aggiungere, poi, per contesto, il fatto che due programmi europei ritenuti ambiziosi, l’Eurodrone e il programma franco-tedesco Fcas per un caccia di sesta generazione, siano naufragati da inizio giugno per mostrare quanto complesso sia trasformare le aspettative in realtà. Molti operatori industriali, poi, sono sotto pressione tra ordinativi, richieste di consegne di prodotti e materiali e strategie di ampliamento delle linee e del personale. Il riarmo non sarà un pasto di gala, e come ha ricordato Martina Besana gli indici azionari cominciano il grande riflusso dall’entusiasmante boom seguito allo scoppio delle guerre in Ucraina e Medio Oriente dal 2022 ad oggi. Dalla strategy alla execution, per restare nel semplice gergo aziendalista, c’è il collo di bottiglia che un settore chiamato a una rivoluzione copernicana deve affrontare.
L’elefante nella stanza
Beyond the Horizon indica in tre punti i limiti del piano di riarmo avviato nel 2025 dall’Unione Europea: la gestione operativa dei fondi, nazionali o presi in prestito; lo stress test dell’elettorato, che chiede spesso altre priorità (si pensi, in Italia, all’energia); problematiche di coordinamento per programmi comuni transnazionali. A suo modo, questo fa il paio con quanto diceva il Kiel Institute lo scorso anno, individuando nella grande rigidità del comparto difesa rispetto ad altri settori un fattore compressivo della competitività e incentivando aziende innovative e start-up a essere partecipi e i decisori a favorirne l’accesso ai piani al pari dei player consolidati. “Attualmente, i Paesi europei investono circa 13 miliardi di euro all’anno, una piccola frazione dei 145 miliardi di dollari spesi dagli Stati Uniti”, notava l’istituto tedesco, paventando dunque l’idea che maggiori inefficienze avrebbero reso inutilmente più costosi molti programmi e progetti strategici.
Per The Conversation, questo impone delle riflessioni. Da un lato, “la spesa per la difesa sta crescendo non solo grazie ai governi nazionali, ma anche attraverso strumenti a livello europeo che implicano una sicurezza collettiva più profonda”, ma dall’altro il dibattito impone di parlare dei “compromessi che un aumento della spesa per la difesa richiederà e su come gestire questioni come l’incipiente predominanza militare della Germania”, vero e proprio elefante nella stanza europeo. Per la stessa Germania, la riconversione militare appare un utile espediente per riconvertire un’industria in affanno su altri dossier, ma sarà davvero così facile arrivare a risultati concreti? L’ipotesi che Readiness 2030 e i piani di riarmo rischino di entrare in attrito con la realtà concreta delle economie continentali, dei vincoli politici e delle pressioni dei governi sui cittadini è plausibile. E questo mostra i limiti di un approccio che pensa di tarare i mezzi proposti in rapporto all’ambizione delle strategie, e non viceversa.
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