Il summit Nato de L’Aja ha visto il segretario generale Mark Rutte e il presidente statunitense Donald Trump promuovere l’innalzamento del target delle spese militari al 5% del Pil per i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica, accettato con diversi livelli di entusiasmo da tutti i Paesi membri, con una rumorosa eccezione: la Spagna di Pedro Sanchez.
Il presidente del governo spagnolo si è detto contrario a portare al 5%, comprensivo di un 3,5% di spesa militare diretta e di un 1,5% di abilitatori strategici, l’investimento di Madrid nella Difesa rivendicando che il Paese si fermerà al 2,1%, soglia ritenuta sufficiente a realizzare tutti i suoi obiettivi. Trump ha detto che la Spagna dovrà rispondere di questa sua defezione e paventato una ritorsione commerciale contro il riluttante alleato, sulla cui decisione è lecito dare l’adeguato contesto.
La spesa militare sale ma il Pil spagnolo vola
Madrid, sostanzialmente, vuole partecipare alla sicurezza collettiva dell’Alleanza Atlantica senza sacrificare quella sociale interna. Sanchez lo ha detto a chiare lettere: Madrid raggiungerà quest’anno con un grande sforzo il 2% fissato nel 2014 al summit Nato in Galles come soglia minima di spesa per la Difesa in rapporto al Pil, e troverà difficoltà ad andare oltre.
Del resto, la Spagna vide il target fissato quando il suo Pil era pari a 1.260 miliardi di euro, mentre ora supera i 1.700 miliardi, dunque l’aumento richiesto è stato più che proporzionale ed è dovuto partire dopo che Madrid, nei governi di Mariano Rajoy e dello stesso Sanchez, ha dovuto affrontare altre priorità: dall’onda lunga della Grande Recessione agli impatti economici della pandemia di Covid-19, molti progetti hanno in passato assorbito risorse. La spesa militare spagnola è quasi raddoppiata in nove anni, passando da 12 a 20 miliardi di euro, e Sanchez intende aggiungere un fondo da dieci miliardi quest’anno per toccare la soglia del 2%.
Va da sé che in un’economia che traina la crescita europea, con settori industriali dinamici e attività di servizi in crescita, e un Pil che viene da tassi di crescita solidi e stabilmente superiori al 2,5% negli ultimi anni (+3,2% nel 2024), prevedere di allocare in dieci anni il 3% in più rispetto al Pil nella spesa militare implicherebbe un preventivo di spesa che, ha detto Sanchez, avrebbe impegnato eccessivamente le finanze pubbliche di Madrid.
Sanchez e i dubbi sulla maxi-spesa
“Passare dal 2 al 5 per cento”, ha affermato domenica, “ci costringerebbe a oltrepassare le nostre linee rosse, ci costringerebbe o ad aumentare drasticamente le tasse sulla classe media, o a ridurre drasticamente le dimensioni del nostro stato sociale”. Per di più, un governo come quello del leader socialista spagnolo, aperto a formazioni di estrema sinistra e pacifiste come Sumar, sta già avendo difficoltà a promuovere il fondo-extra da 10 miliardi e non può stressare ulteriormente la tenuta di una coalizione già fragile.
Inoltre, la Spagna di Sanchez intende fissare un principio: che senso avrebbe mettere in campo una difesa tanto strutturata in campo atlantico con l’aumento dei fondi promossi dai partner europei senza al contempo un cambio di paradigma operativo della Nato? La sicurezza di Madrid si gioca sul fronte Sud, sugli approvvigionamenti energetici, nel Mediterraneo e in Nord Africa, non sui teatri orientali ove si muovono i falchi dell’Est, guidati dalla Polonia, né tantomeno nella competizione con la Cina promossa da Washington.
Per la Spagna, inoltre, l’idea di una Nato pagata dagli europei e comandata come se nulla fosse dagli americani appare meno convincente vista la natura primaria di Sanchez come leader non solo del campo europeo ma anche della galassia socialista. Il premier iberico, dopo la fine del mandato di Olaf Scholz in Germania, è il rappresentante governativo di maggior peso del Partito Socialista Europeo che si è detto a favore della Difesa comune europea prima ancora che dell’atlantismo spinto. Ne nasce il paradossale siparietto che vede oggi l’ex falco pro-rigore Rutte, in passato in battaglia con Sanchez sull’austerità, chiedere a Madrid di spendere di più dopo aver per anni fatto i conti in tasca ai Paesi del Sud Europa.
La Spagna non è indifesa
In questo contesto, un dato che spesso non emerge nel discorso sulla Spagna è legato al fatto che nonostante il rifiuto di espandere così tanto la sua spesa per la Difesa Madrid è tutt’altro che indifesa.
InfoDefensa dà conto del programma di dotarsi di una portaerei capace di imbarcare caccia F-35, mentre nello stanziamento-extra da 10 miliardi promesso da Sanchez El Mundo nota che “il 18,73% di tale importo (1,96 miliardi di euro) sarà destinato direttamente all’acquisizione di capacità di difesa e deterrenza” e che “i principali impegni di bilancio del Ministero si concentrano su munizioni, esplosivi e obici semoventi su ruote (ATP), che assorbiranno il 44,08% del bilancio totale degli armamenti”.
Inoltre, un miliardo di euro l’anno è stato allocato per il sostegno all’Ucraina a cui Sanchez non ha mai rinunciato e alcuni colossi iberici, come Indra, si stanno muovendo dinamicamente, tanto che di recente è emerso che Indra, campione della sistemistica e appaltatore primario della difesa spagnola, potrebbe unirsi a Leonardo e Rheinmetall nel rilevare la divisione difesa di Iveco.
“Pedro, adelante con juicio”
La strategia di Sanchez sembra ispirata alla frase della versione manzoniana di Antonio Ferrer, gran cancelliere di Milano immortalato dai “Promessi Sposi”: “Adelante, Pedro, si puedes. […] Pedro, adelante con juicio”. Avanzare senza sbilanciarsi. Spendere meglio prima che spendere di più. Sanchez sa che non può sbagliare. E un braccio di ferro con Trump e Rutte è preferito alla crisi del suo governo già fragile o a quella, ancora più problematica dei conti spagnoli. Sarà il tempo a capire se la scommessa spagnola ha pagato nel contesto di una Nato che a parole vuole correre verso una maxi-spesa militare che pochi governi hanno però piani concreti per mettere rapidamente a terra.
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