La sfida di Erdogan per la riforma dell’Onu: via il privilegio dei Cinque e il potere di veto

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All’81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan non si è limitato a riproporre la tradizionale narrativa revisionista del suo governo. L’intervento del 22 settembre 2026 ha segnato un cambio di passo sostanziale: Ankara ha abbandonato la semplice richiesta di redistribuzione dei seggi per lanciare un attacco diretto alla struttura oligarchica del Consiglio di Sicurezza. Nel mirino non c’è più soltanto l’asimmetria rappresentativa, ma la permanenza stessa delle cinque potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale e il loro diritto di veto.

L’offensiva di Ankara

Lo slogan storico “Il mondo è più grande di cinque” ha trovato una declinazione istituzionale rigorosa e priva di mediazioni. La dottrina turca ritiene che l’aggiunta di nuovi membri permanenti, caldeggiata da diverse potenze regionali, finirebbe unicamente per ampliare la platea dei privilegiati senza risolvere l’inefficienza strutturale dell’organo decisionale. La proposta avanzata da Erdoğan ridisegna dalle fondamenta l’architettura del Palazzo di Vetro. Il modello ipotizzato prevede la totale abolizione della categoria dei membri permanenti e la contestuale cancellazione del veto. Al suo posto, si delinea un Consiglio composto esclusivamente da membri eletti dall’Assemblea Generale a rotazione, con mandati temporanei ed eventualmente rinnovabili solo attraverso una nuova votazione. Una simile impostazione toglie ad Ankara l’etichetta di Paese in cerca di promozione personale e la posiziona alla guida di un fronte sistemico contro la concentrazione del potere globale.

Il nodo dell’Articolo 108

L’iniziativa turca si scontra con una barriera giuridica apparentemente insuperabile, inserita dagli stessi estensori della Carta del 1945. L’articolo 108 della Carta ONU disciplina la procedura di revisione del testo fondativo, stabilendo che qualsiasi emendamento debba essere adottato a maggioranza dei due terzi dei membri dell’Assemblea Generale e ratificato da due terzi degli Stati, compresi tutti e cinque i membri permanenti. Questa architettura crea un paradosso istituzionale perfetto. Per smantellare il privilegio del veto occorre l’assenso formale e senza defezioni di Washington, Pechino, Mosca, Londra e Parigi. La riforma più radicale avanzata negli ultimi decenni richiede, per diventare norma di diritto internazionale, l’atto di autolimitazione di coloro che ne sarebbero le prime vittime geopolitiche. Il veto si rivela così non soltanto un’arma politica quotidiana, ma un blindaggio costituzionale insuperabile.

Tra Medio Oriente e veti incrociati

La pressione per una revisione delle regole del gioco nasce dalla persistente incapacità dell’ONU di gestire i principali teatri di crisi globale. Le dinamiche di voto del 2025 e del 2026 confermano come l’uso del veto continui a bloccare le opzioni multilaterali nei dossier più incandescenti, dall’Europa orientale al Medio Oriente, garantendo copertura diplomatica agli alleati dei P5.

Nemmeno l’adozione della Risoluzione 76/262 dell’Assemblea Generale, che prevede la convocazione automatica dell’aula ogni volta che un membro permanente esercita il veto, è riuscita a scalfire la sostanza del potere di blocco. Sebbene lo strumento abbia incrementato il costo reputazionale per la potenza che lo impiega, la natura del veto rimane squisitamente giuridica e immodificabile per via puramente procedurale.

La spaccatura del fronte riformista

Nel variegato panorama degli Stati favorevoli a una modifica del Consiglio di Sicurezza non esiste un modello condiviso, e la linea di Ankara entra in rotta di collisione con altre importanti coalizioni regionali. L’Unione Africana, pur denunciando la storicità dell’esclusione del continente dal vertice decisionale, si muove sulla base del Consenso di Ezulwini. L’Africa chiede l’assegnazione di almeno due seggi permanenti dotati di veto, optando per una democratizzazione che passa attraverso l’ingresso nel club dei privilegiati. Il G4 (Germania, Giappone, India e Brasile) spinge a sua volta per la creazione di nuovi seggi permanenti, pur accettando l’ipotesi di una moratoria temporanea sull’esercizio del veto. La Turchia, al contrario, agisce all’interno del gruppo Uniting for Consensus (di cui fa parte anche l’Italia), opponendosi fermamente all’istituzione di nuovi seggi nazionali permanenti. La divergenza tra chi intende allargare la permanenza e chi punta a sopprimerla del tutto frammenta la maggioranza dei due terzi necessaria in Assemblea Generale, favorendo il mantenimento dello status quo.

Il no immediato del Cremlino

La reazione delle grandi potenze all’uscita di Erdoğan non si è fatta attendere. Attraverso il portavoce Dmitry Peskov, la Federazione Russa ha chiarito la propria posizione: sì all’ampliamento della rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo, ma totale intoccabilità del veto e della permanenza, descritti come pilastri della stabilità globale. La risposta di Mosca anticipa la linea di chiusura sostanziale che accomuna, pur con toni differenti, tutti i membri del P5. In questo contesto, la mossa della diplomazia turca assume un valore prevalentemente negoziale. Consapevole dell’impossibilità di superare il filtro dell’articolo 108 nell’immediato, Ankara alza l’asticella con una proposta massimalista per influenzare i futuri compromessi. L’obiettivo operativo riguarda la progressiva erosione della legittimità del veto, l’aumento del ruolo dell’Assemblea Generale e l’introduzione di seggi a rotazione di lunga durata.

Mantenendo al centro del dibattito la fine dei privilegi del 1945, la Turchia punta a consolidare la propria leadership diplomatica nel Sud globale e a porsi come interlocutore indispensabile nelle dinamiche di sicurezza eurasiatiche e mediterranee. La vera sfida per Ankara consisterà nel verificare quanti Paesi saranno disposti a trasformare la protesta verbale contro il veto in un’alleanza politica strutturata intorno al modello rotazionale.

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