Qual è e quale sarà il ruolo della Cina del contesto geopolitico e in relazione all’Italia? Come si muovono le sue spie nel mondo? Indubbiamente il colosso asiatico sta assumendo un ruolo centrale nelle agende di molti paesi. Una serie di riforme interne – ultima quella del 2023 – ha infatti dato nuovo impulso alle attività di spionaggio e controspionaggio, anche in ambito cyber.
La Cina si muove nell’ecosistema digitale come un enorme organismo capace di operare vaste operazioni di suck information, letteralmente “succhiamento di dati e informazioni”, che vengono poi filtrate e processate grazie ad una moltitudine di agenzie governative e private. Il paese di Xi Jinping è in grado di catalogare e targettizzare gli individui o gruppi di individui oggetto di indagine. Stiamo parlando di una nazione che è in grado di applicare su larga scala le cosiddette operazioni di Virtual Human Intelligence per le acquisizioni di informazioni sugli utenti della rete. Una nazione percepita sempre di più come “avversaria”, soprattutto per quanto riguarda l’ambito cyber.
La parola degli esperti
Per approfondire queste tematiche abbiamo incontrato, in occasione della presentazione del libro “China Intelligence” presso il Centro Studi Americani di Roma, l’autore, Prof. Antonio Teti, responsabile del settore sistemi informativi, innovazione tecnologica e sicurezza informatica dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara, il Dr. Alberto Manenti già direttore dell’AISE (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna) dal 2014 al 2018 e il Prof. Robert Gorelick (ex CIA), capo centro della Central Intelligence Agency in Italia dal 2003 al 2008 e già capo divisione della CIA a Washington.
Il libro ha il gran merito di mettere in luce alcune delle capacità spionistiche della Cina e ci pone sicuramente un interrogativo. Siamo in grado, non solo in relazione alla Cina, di affrontare le sfide del futuro in ambito intelligence? Dalle operazioni di disinformazione ai reclutamenti in rete, sono tante le sfide che il nostro paese dovrà affrontare in uno scenario geopolitico complesso, tra nuove guerre, populismi e nuovi nazionalismi.
Le nuove sfide
Secondo Alberto Manenti, è sempre più chiaro che andiamo incontro ad un confronto tra nord e sud del mondo: sud del mondo guidato dalla BRICS (Brasile, Russia, India e Cina) che sta allargando la sua sfera di influenza e a cui appartengono i tre quarti della popolazione globale. E se nei primi anni 2000 i servizi di intelligence cinesi non erano temuti, oggi la loro evoluzione è un fattore di cui tenere conto.
Secondo Teti, la normativa cinese in ambito di intelligence spinge nella richiesta di acquisire informazioni ma anche verso il controllo della popolazione interna, dei dissidenti. Inoltre, in ambito interno è stata attuata l’audace idea di trasformare la società cinese in un mass movement to catch spies. Ovvero si incoraggiano i cittadini qualunque a comportarsi come se fossero delle spie. Ne è testimonianza il fatto che dal 1° agosto 2023, l’MSS (Ministero della Sicurezza di Stato) ha debuttato sulle piattaforme dei social media cinesi attivando canali di comunicazione diretti con la popolazione per segnalare attività di controspionaggio.
Un gap culturale
Con i tre relatori abbiamo anche affrontato un tema particolarmente delicato. Nello scenario internazionale, la sensibilità, o meglio, la cultura cyber è piuttosto avanzata. A fronte di Paesi, come quelli africani, del tutto sprovvisti di apparati tecnologici in grado di competere con altri attori internazionali, ci sono nazioni che investono fiumi di denaro – da molti anni – nel settore: Israele, Stati Uniti, Corea del Nord, Iran. E ovviamente la Cina. Qui, come anche in altre realtà statali, le campagne di reclutamento dei servizi di intelligence, in questo caso con particolare riferimento all’ambito cyber, cominciano presto, sin dai banchi di scuola. In Italia una prassi del genere non esiste. Come è possibile, allora, pensare di competere sul fronte informatico?
Secondo Gorelick, “l’Italia deve reclutare molto di più nelle università e nei gruppi dirigenti e non solo dai reparti di polizia e dai reparti delle forze armate. Inoltre, bisogna lavorare molto di più nelle Ambasciate, dove la spia ha un ruolo importate, di collegamento con i servizi di intelligence del paese ospitante. Per il futuro però abbiamo bisogno di una copertura che vada al di fuori dell’ambasciata. In Italia si sta lavorando con un sistema ancora arcaico“.
C’è bisogno di “clandestini”
Anche Manenti sembra d’accordo con questa visione: “Il problema è storico – ma aggiunge anche un tassello in più -per lavorare in un servizio servono delle skills particolari, questo non vuol dire che in un servizio l’1 o il 2% dei profili non possa venire da amministrazioni dello Stato, ma la maggior parte delle persone devono avere dei profili adatti a fare operazioni di Humint, operazioni sul campo, e che abbiano una idoneità alle operazioni in clandestinità, ovvero fuori dall’ufficialità del servizio. Immaginate quanto sia complicato oggi essere clandestini in un mondo fatto di videosorveglianza e controllo delle impronte digitali, nonché controllo cyber. Per questo i servizi molto spesso usano i legal travelers, ovvero persone che per la natura del loro mestiere sono costrette a viaggiare e, di conseguenza, hanno una copertura naturale professionale, ma non sono agenti dipendenti”.
Ed è proprio grazie ai legal travelers che, forse, sarà possibile non del tutto colmare, ma almeno ridurre la distanza rispetto allo spionaggio cinese. Resta tuttavia un dato di fatto: sul piano tecnologico l’Europa non è in grado di competere con il gigante asiatico. L’Italia meno che mai. Ma allora qual è lo stato della nostra intelligence sul fronte cyber?
Sinergia tra uomo e macchina
Per usare le parole del procuratore Nicola Gratteri, la nostra rete informatica è un colabrodo, ma nonostante questo le eccellenze ci sono. E Manenti ce lo conferma: “L’intelligence ha un comparto cyber già da molti anni” e aggiunge: “chiaramente nei tempi moderni, negli ultimi decenni, è aumentata sempre di più la componente Techint (intelligence riguardante armi ed equipaggiamenti). C’è sempre stata una sorta di disputa tra la componente Techint e quella Humint. Molti agenti sono nati nella componente humint e hanno utilizzato la componente tecnica sempre di più, ma tenete conto che il profilo delle persone deve essere particolare, perché anche l’Ingegnere che lavora nella componente tecnica deve sapersi relazionare con la componente humint”. Insomma, non servono nerd, ma persone in grado di adattarsi ai contesti e di essere al passo con i tempi.
Chi aggredisce l’Italia?
Nel corso della nostra chiacchierata, abbiamo chiesto chi siano gli attori statali più aggressivi dal punto di vista cyber nei confronti del nostro Paese: “la Russia si sta muovendo bene – risponde il professor Teti – ma anche la Cina. La Cina può inoltre contare numericamente su gruppi APT (attori malevoli che operano nell’ombra della rete) molto strutturati, i tecnici informatici cinesi o meglio gli operatori che stanno all’interno delle APT cinesi sono molto bravi e vengono dai gangli dell’esercito, conducono attacchi anche ransomware, finalizzati più all’esfiltrazione dei dati. Ad esempio il gruppo APT 057 ha lanciato una campagna di reclutamento non solo di esperti informatici capaci di condurre attacchi informatici di un certo tipo ma addirittura si avvale anche di collaboratori che vengono retribuiti con criptovalute per condurre attacchi similari, quindi possiamo definirli dei cyber mercenari che lavorano per soldi e questo rende difficile stabilire la paternità di un attacco informatico, ma soprattutto se il gruppo APT è filorusso, filocinese o altro, oppure se un gruppo che semplicemente fa un attacco per soldi è stato ingaggiato da russi, dai cinesi, da Hamas o altro”.
Intelligenza artificiale: arma a doppio taglio?
In un contesto di digitalizzazione universale e in molti casi forzata, l’intelligenza artificiale gioca un ruolo importante. I principali sviluppatori di questa tecnologia si trovano negli Stati Uniti, ma nel suo piano quinquennale per lo sviluppo tecnologico, la Cina mira ad affrancarsi dai fornitori occidentali e a sviluppare un sistema di intelligenza artificiale originale. Un problema non da poco, secondo Teti: “il problema è che quando utilizzeremo una piattaforma realizzata in Cina, Messico o qualsiasi altro contesto non UE, queste piattaforme come saranno formate? Quali saranno i database sui quali verranno addestrate? Queste piattaforme potrebbero essere utilizzate per diffondere informazione o disinformazione e sollevo un altro elemento discusso in seno al comitato dell’IA in Italia: se io conduco un attacco informatico verso una piattaforma di IA e creo le cosiddette “allucinazioni” attraverso informazioni distorte, la piattaforma comincerà a fornire informazioni distorte ad ampio spettro alimentando disinformazione”.
Uno scenario futuro piuttosto verosimile, che impone serie riflessioni e interventi a livello statale non più prorogabili. Di certo le sfide prossime venture, soprattutto nel campo dell’intelligence sotto i suoi molteplici aspetti, vedranno un largo utilizzo delle nuove tecnologie, ma – come giustamente sostenuto da Alberto Manenti – la chiave del successo è la sinergia, il dialogo tra diverse competenze. Dunque ben venga il progresso digitale, ma non perdiamo di vista il fattore umano, che è e sarà sempre determinante.