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Le acque intorno alla Russia sono agitate come tutti i suoi confini. La crisi ucraina investe il Mar Nero, dove le forze aeronavali della Federazioni si confrontano spesso con quelle Nato e dove il governo di Kiev ha annunciato il blocco a qualsiasi imbarcazione battente bandiera russa. Il Mar Baltico entra direttamente nel cuore della Russia, unendo (e dividendo) il blocco atlantico dallo spazio sotto il controllo del Cremlino. L’Artico, che subisce anche gli effetti del riscaldamento globale, rischia di tramutarsi nel giro di alcuni decenni in un passaggio sempre più ambito per le grandi navi commerciali e militari, rendendo quella costa gelida un enorme confine da difendere. Ma la Russia ha anche un altro oceano su cui si affaccia e in cui inizia a rafforzare le proprie forze: il Pacifico. All’Estremo Oriente russo, in una terra solo apparentemente lontana dall’agenda di Mosca, Vladimir Putin ha scelto di blindare da tempo le proprie frontiere. I venti di guerra soffiano in modo costante in tutta la regione, e l’Indo-Pacifico, teatro di scontro tra Cina e Stati Uniti, non è estraneo alle logiche che guidano la Difesa moscovita.

Non è un caso quindi che nel corso di questi ultimi tempi, dai comandi russi sia arrivato il segnale di un progressivo rafforzamento della Flotta del Pacifico. L’ultima notizia, in tal senso, è quella che nel 2023, nelle basi orientali, arriverà il secondo sottomarino di classe Borei-A, Generalissimus Suvorov, che, come riferito dal comandante in capo della Marina, Nikolay Yevmenov, “è progettato per rafforzare il gruppo di sottomarini della flotta del Pacifico”.

Il Generalissimus Suvorov, targato Sevmash, fa parte di un programma che punta a blindare la proiezione strategica di Mosca, il controllo dei fondali e delle acque più a rischio di escalation. Il sottomarino è in grado di trasportare 16 missili balistici intercontinentali Bulava, e rispetto al progetto base, come confermato anche dall’agenzia russa Tass, è configurato per una maggiore furtività e per una migliore navigazione in acque profonde. Della sua stessa classe sono già in fase di costruzione altri cinque sommergibili: l’Imperator Alexander III, il Knyaz Pozharsky, il Dmitry Donskoy e il Knyaz Potemkin. E ora bisognerà capire quanti mezzi andranno nel Pacifico e quanti alla Flotta del Nord, in questo processo di riarmo (e di “duello” interno alla Marina) che riguarda tutte le frontiere russe.

L’impressione è che in ogni caso da parte del Cremlino vi sia un piena adesione alla creazione di una flotta di sottomarini rinnovata e all’altezza delle sfide strategiche degli ultimi anni, a tal punto che fonti della Marina russa parlano di commissioni che non si vedevano dai tempi della Guerra Fredda. La conferma del resto è arrivata anche sul finire di dicembre, quando Putin ha assistito, virtualmente, alla “attivazione” dei sottomarini Novosibirsk e Knyaz Oleg. La Flotta del Nord continua a esercitarsi e a ricevere sottomarini nucleari. E adesso l’occhio di Mosca è puntato anche su Vladivostok, dove la corsa al riarmo di tutte le potenze dell’Oriente unita all’aumento della presenza americana e delle forze europee nell’Indo-Pacifico non lascia inerte una potenza come la Russia. Già con la firma del patto Aukus, che ha visto entrare formalmente l’Australia nel club dei sottomarini a propulsione nucleare, qualcuno al Cremlino e nella Difesa russa ha storto il naso. E l’addensarsi di forze navali cinesi e statunitensi nel Pacifico sembra avere risvegliato anche i meno “noti” ma molto concreti interessi strategici russi tea Vladivostok e l’Artico.

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