Un piano da 2 miliardi di dollari per importare in Russia la tecnologia di produzione dei droni kamikaze Shahed-136, 6mila unità da costruire con un ibrido di tecnologia iraniana e di Mosca, un asse industriale e tecnologico a tutto campo: queste le informazioni che emergono da un’ampia e articolata inchiesta del Washington Post sull’impianto russo di Alabuga in cui la Federazione russa starebbe installando un progetto di costruzione di velivoli senza pilota iraniani su licenza.

Alabuga era stata già al centro di un’ampia inchiesta del Financial Times in cui si svelava il ruolo della Albatross, l’azienda che sta producendo i dispositivi bellici evolvendo un ibrido di tecnologia russa e iraniana. Ora il quotidiano della capitale statunitense amplifica il raggio d’azione dell’inchiesta presentando quelli che sarebbero documenti interni dell’impianto di Alabuga che mostrerebbero la strategia sviluppata dai project manager russi per portare in piena efficienza il processo produttivo. A fornirli, secondo la testata, un dipendente anonimo che lavoro ad Alabuga ma intende sabotare lo sforzo bellico di Mosca per accelerare la pace. Anche se quanto si presenta ha tutti i crismi per apparire il frutto di un’operazione di intelligence economica e industriale.

La pipeline di progetto si fonda sulla volontà russa di superare un ostacolo importante: la convivenza nel drone Shahed-136 di componenti prodotti dalla Russia o da Paesi “amici” come la Cina a fianco di copie iraniane dei prodotti occidentali realizzate con operazioni di retroingegneria e, per finire, una serie di dispositivi originali di stampo occidentale. Ad esempio, scrive il Wp, “l’unità di controllo del volo, utilizzata per pilotare il drone, comprende 21 componenti elettronici separati prodotti dalla società Texas Instruments con sede a Dallas. Almeno 13 componenti elettronici prodotti dalla società Analog Devices con sede nel Massachusetts sono presenti in tutti i principali circuiti stampati del drone, incluso un accelerometro critico per il funzionamento del velivolo”.

La Russia può contare su una discreta riserva di dispositivi di questo tipo e mira a sostituire con le sue produzioni le parti più critiche, come il motore. L’Iran usa sugli Shahed, secondo i documenti che il Wp ha ottenuto e fatto autenticare dall’Institute for Science and International Security Limbach riprogettato, noto come Mado MD550 dal nome dell’azienda iraniana che l’ha sviluppato. E proprio lo sviluppo di un motore funzionante starebbe imponendo alcuni ritardi al progetto del Geran-2, l’unità costruita su licenza dalla Russia. Ad oggi Alabuga avrebbe prodotto dunque trecento strutture di droni a cui la Russia avrebbe poi aggiunto motori comprati dall’Iran. L’obiettivo è sfornare 6mila velivoli interi e pronti all’operatività come Uav kamikaze sul teatro ucraino.

Un documento datato febbraio stima che “il valore progetto sia di 151 miliardi di rubli, oltre 2 miliardi di dollari al tasso di cambio dell’epoca. In base agli accordi raggiunti in precedenza, più della metà di quella somma doveva andare all’Iran, che ha insistito per essere pagato in dollari o oro a causa della volatilità del rublo” poi acuitasi in primavera ed estate. Una transazione notevole per due economie colpite da diverse sanzioni che provano a districarsi con una cooperazione industriale a tutto campo. Che mostra al tempo stesso per la Russia una serie di prospettive operative interessanti ma anche molte vulnerabilità.

Avere una flotta di Geran-2 costruiti su licenza iraniana pienamente operativa potrà in futuro amplificare la capacità russa di colpire in profondità obiettivi ucraini a distanza dal fronte e anche di ottenere lo strategico risultato di usare i droni come bersaglio privilegiato per esaurire le riserve di missili contraerei di Kiev, così da lasciarne sguarnite le difese di fronte a missili e aerei. Al contempo, si nota come la Russia possa legittimamente puntare a produrre un’unità militare che contiene ampi quantitativi di dispositivi occidentali senza curarsi di sanzioni sempre più stringenti. Segno che le triangolazioni commerciali e la capacità di acquisizione di materiali critici sono ancora pienamente dispiegate.

A preoccupare la Russia deve essere invece la fragilità del tessuto di ricerca tecnologica e scientifica interna nello sviluppo di nuove armi. Doversi rivolgere a un Paese come l’Iran per supplire a carenze interne nella catena di produzione e sviluppo di droni mostra un’indubbia difficoltà nella ricerca sugli armamenti di frontiera che è indice delle difficoltà a cui una spesa militare fortemente concentrata sull’urgenza bellica e sulla produzione di dispositivi rodati può portare Mosca. E prescindendo dalla guerra in Ucraina parliamo di un grattacapo che deve interessare Mosca, ora costretta a chiedere sponda a Paesi che in questi comparti considerava storicamente come satelliti.