Il travagliato nuovo Piano di Investimenti per la Difesa (DIP) britannico ha portato a una svolta epocale per la Royal Navy: la marina di Sua Maestà del futuro sarà composta da alcune unità minori e da una flotta di grandi droni di superficie che assolveranno i compiti svolti dai classici cacciatorpediniere con equipaggio. Il concetto è quello di una “flotta distribuita”, che unisce unità crewed e uncrewed: una “Hybrid Navy” (Marina Ibrida) promossa dal Primo Lord del Mare, unitamente ai concetti di “Atlantic Bastion”, “Atlantic Shield” e “Atlantic Strike”, questi ultimi tre concetti operativi per esprimere deterrenza nel nord Atlantico nell’architettura NATO.
Più in dettaglio, la “Marina Ibrida” britannica dovrebbe configurarsi verso la fine degli anni Trenta prevedendo l’abbandono del progetto del cacciatorpediniere di classe Type 83 – che doveva sostituire la classe Type 45 – e la costruzione di sei unità del tipo Common Combat Vessel (CCV). Inoltre, le fregate di classe Type 32, annunciate per la prima volta nel 2020, secondo i piani dovrebbero fungere da navi madre per i droni autonomi cacciamine e antisommergibile, ma non sono mai andate oltre la fase concettuale. La Royal Navy si trova quindi ad affrontare una “lacuna di fregate”, per la quale le navi da guerra obsolete vengono dismesse prima che siano disponibili le loro sostituzioni.
Questa scelta del governo britannico, alquanto peculiare, è sicuramente dovuta più a questioni di bilancio che di modernizzazione: Dan Jarvis, il nuovo ministro della Difesa, è riuscito a ottenere tra 1 e 1,5 miliardi di sterline in più rispetto al suo predecessore, John Healey, il quale aveva lasciato il governo di Starmer a causa del rifiuto del Tesoro di concedere ulteriori fondi. Si prevede ora che lo stanziamento complessivo raggiungerà i 15 miliardi di sterline che è una cifra superiore a quella che è stata offerta a Healey dal bilancio, ma inferiore ai circa 28 miliardi stimati come necessari per la modernizzazione. Il Regno Unito deve anche pensare a mantenere efficiente la sua capacità di deterrenza nucleare, e per questo investirà oltre 63 miliardi di sterline nei prossimi quattro anni finanziando la costruzione di nuovi sottomarini lanciamissili balistici, di una nuova testata per armarli, nonché l’acquisto di dodici caccia F-35A destinati alla deterrenza nucleare tattica della NATO.
Tornando alla nuova flotta di droni, sebbene siano state diffuse poche informazioni tecniche, le unità CCV sembrano destinate a diventare l’elemento centrale della futura forza di scorta, quindi sostituendo i cacciatorpediniere. Questa nuova unità di superficie appare concepita come una piattaforma di comando in grado di gestire un gruppo di navi da guerra autonome ovvero fungendo da “centro di controllo”. Non si tratterebbe però di navi disarmate, come suggerisce il nome stesso, ma non è ancora chiaro il livello di armamento che sarà imbarcato. Un’ipotesi è che l’unità possa assomigliare a una nave di scorta convenzionale, dotata di un consistente armamento missilistico e di sensori avanzati, pur mantenendo il comando su unità di scorta senza equipaggio. È altrettanto plausibile l’idea di una nave molto più semplice, che deleghi gran parte delle proprie capacità offensive e difensive ai veicoli autonomi di supporto. Anche le dimensioni delle CCV sono in via di definizione sebbene si ritenga che possano essere paragonabili a quelle di una fregata prendendo spunto dal progetto della classe Type 31.
La nave arsenale e la nave radar
Secondo alcuni, questa soluzione permetterebbe di distribuire il carico di lavoro all’interno del comparto industriale navale britannico, evitando al contempo i costi e i ritardi legati alla progettazione di una classe di grandi cacciatorpediniere completamente nuova. Esiste anche un progetto per unità con equipaggio ridotto al minimo come le Type 91: una nave “arsenale” dotata di missili (della famiglia Aster e CAMM) che potrebbe imbarcare anche armi a energia diretta. Restando nel campo della progettazione delle unità per la “flotta distribuita” per il concetto “Atlantic Bastion”, la Royal Navy potrebbe dotarsi delle Type 92, ovvero di unità autonome antisom con ponte di volo per UAV di qualche tipo e delle Type 94, ovvero navi autonome “picchetto radar”.
In teoria, il concetto di “flotta distribuita” dovrebbe aumentare la massa delle forze in mare rendendo difficoltosa nel contempo la capacità di ingaggio per l’avversario: un elevato numero di navi autonome, di dimensioni e ruoli diversi, fornirebbe potenza di fuoco e ridurrebbe i costi delle possibili perdite.
Nella realtà esistono delle limitazioni che difficilmente saranno superabili. La “Marina Ibrida” britannica così composta dovrà necessariamente affidarsi largamente su una capacità di trasmissione dati sicura e resistente alle interferenze dell’avversario, e in uno scenario bellico in cui la Guerra Elettronica (EW – Electronic Warfare) diventerà non più solo un effettore del campo di battaglia ma un vero e proprio dominio separato, sarà molto complicato mantenere la continuità delle comunicazioni dei segnali, col rischio di trovarsi con dei costosi e inerti bersagli galleggianti. Il concetto sarebbe anche valido per la deterrenza NATO nell’Atlantico del nord, coi porti dell’Alleanza a relativamente poca distanza e in presenza di copertura aerea, ma come potrebbe operare con efficacia in teatri lontani dall’Europa? Qualora, ad esempio, la situazione di crisi nel Pacifico occidentale dovesse ulteriormente deteriorarsi sino al punto di uno scontro bellico, come sarebbe possibile mantenere le comunicazioni in un ambiente altamente contestato, mantenere la capacità di difesa della flotta, e soprattutto effettuare il controllo dei danni di bordo? Quest’ultimo punto è dirimente: la capacità di controllo danni in combattimento è fondamentale per una nave da guerra – vedasi esperienza britannica durante il conflitto nelle Falkland o la sorte dell’incrociatore russo “Moskva” – ed essa viene svolta per una larga parte dall’equipaggio che reagisce tempestivamente e ripara il riparabile in mare. Secondariamente e per le stesse ragioni tecniche: come sarà possibile reagire tempestivamente per far fronte alle minacce aeree? La difesa antiaerea richiede rapida capacità di discernimento delle minacce, che devono essere distinte chiaramente e in breve tempo dal traffico amico. La catena di comando sarà quindi in grado di essere rapida ed efficace basandosi su un sistema autonomo situato magari a centinaia di miglia di distanza? Ci sono forti dubbi a riguardo.
L’automazione spinta è sicuramente un vantaggio, e gli USV/UUV che vengono usati per la sorveglianza, attacco e perfino missioni di soccorso lo dimostrano, ma una grossa unità navale uncrewed rischia facilmente di diventare una costosa “sitting duck”, per usare un’espressione ben nota agli storici del secondo conflitto mondiale nel Pacifico. Riconosciamo che eliminare l’equipaggio riduca i fattori di rischio umano – è lapalissiano – e i costi di costruzione eliminando alloggi e tutto quanto collegato alla vita umana di bordo, ma le dimensioni in gioco non sono quelle di un motoscafo autonomo o di una piccola unità, e la perdita di più vascelli di questo tipo resterebbe sempre costosa e difficilmente rimpiazzabile in tempi brevi.
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