La cessione della portaerei Garibaldi all’Indonesia non è un gesto di generosità militare, né un episodio marginale della gestione del patrimonio navale italiano. È un’operazione politica, industriale e strategica. Roma consegna gratuitamente una nave che ha segnato quarant’anni di storia della Marina militare, ma in cambio ottiene qualcosa che non compare nei bilanci immediati: influenza, accesso, relazioni, prospettive commerciali e presenza in una regione dove si decide una parte crescente degli equilibri mondiali.
La Garibaldi, entrata in servizio nel 1985 e posta in riserva dalla fine del 2024, non è più al centro della postura navale italiana. Il suo ruolo è stato assorbito dalla Cavour e dalla Trieste, più moderne, più coerenti con le esigenze attuali della Marina, soprattutto in relazione agli aerei F-35B, alle operazioni anfibie e alla proiezione di forza. Ma una nave dismessa non è mai soltanto un relitto. Può essere un costo, se resta ferma in banchina. Può diventare un problema, se bisogna demolirla. Oppure può trasformarsi in uno strumento di diplomazia navale. È questa la scelta fatta dal governo italiano: non vendere la Garibaldi al miglior offerente, ammesso che un offerente ci fosse davvero, ma inserirla dentro un rapporto più ampio con l’Indonesia.
Il “gratis” che non è gratis
La parola “gratuito” inganna. La cessione non genera un incasso diretto per lo Stato italiano, ma consente di evitare spese rilevanti. Mantenere la nave in condizioni idonee al trasferimento costa milioni. Demolirla ne costerebbe molti di più. La cifra indicata per l’eventuale smantellamento si aggira intorno ai diciannove milioni di euro, con tempi lunghi e senza la certezza che il mercato della demolizione navale presenti operatori interessati.
In questo senso, l’Italia rinuncia a un valore teorico ma evita un costo reale. Non incassa, ma risparmia. E soprattutto trasforma una voce passiva in una leva attiva. È una logica tipica della guerra economica contemporanea: ciò che non produce più vantaggio operativo diretto può ancora produrre rendimento politico e industriale. La Garibaldi vale più come chiave d’accesso al mercato indonesiano che come scafo da vendere. Il suo trasferimento si colloca infatti accanto ad altri programmi: unità navali, sommergibili, aerei da addestramento avanzato, sistemi di combattimento, tecnologie subacquee. Qui si vede il vero disegno. La nave è il biglietto da visita. Il rapporto industriale viene dopo.
L’Indonesia e il bisogno di una marina d’altura
Per Giacarta, l’arrivo della Garibaldi avrebbe un valore enorme. L’Indonesia non è uno Stato come gli altri: è un arcipelago sterminato, attraversato da rotte fondamentali tra Oceano Indiano e Pacifico. Controlla passaggi marittimi che interessano direttamente Cina, Stati Uniti, Australia, Giappone, India ed Europa. Non può permettersi una Marina pensata solo per la difesa costiera. Ha bisogno di comando, sorveglianza, trasporto, intervento rapido, capacità di soccorso e presenza simbolica.
La Garibaldi, pur privata delle capacità offensive e dei sistemi d’arma funzionanti, può diventare una nave ammiraglia. Non una portaerei d’attacco nel senso classico, ma una piattaforma per elicotteri, velivoli senza pilota, comando e controllo, operazioni di emergenza, assistenza civile, interventi in caso di catastrofi naturali. Per un Paese esposto a terremoti, tsunami, eruzioni vulcaniche e crisi marittime, una grande unità navale di questo tipo non è un lusso. È uno strumento di governo del territorio marittimo.
Naturalmente serviranno lavori. La nave dovrà essere modernizzata, soprattutto nei sistemi di comunicazione, comando, sorveglianza e gestione delle operazioni. Qui entra in gioco l’industria italiana. Leonardo, le aziende della cantieristica, i comparti specializzati nei sistemi subacquei e nella difesa navale possono trovare nella Garibaldi non la fine di una storia, ma l’inizio di una filiera.
La valutazione militare
Dal punto di vista strettamente militare, la Garibaldi ceduta all’Indonesia non altera da sola l’equilibrio dell’Indo-Pacifico. Non stiamo parlando dell’ingresso immediato di Giacarta nel club delle marine dotate di vera capacità aeronavale d’attacco. Senza aerei imbarcati moderni, senza armamento offensivo operativo, senza un gruppo navale addestrato intorno a una portaerei, la nave non diventa automaticamente uno strumento di potenza dura.
Eppure sarebbe un errore sottovalutarla. Una grande unità di comando cambia il modo in cui una Marina pensa se stessa. Permette di addestrare equipaggi, formare dottrine, sperimentare procedure, integrare elicotteri e sistemi senza pilota, coordinare unità di superficie e capacità subacquee. In altre parole, la Garibaldi può diventare una scuola galleggiante della futura Marina indonesiana.
C’è poi un aspetto simbolico, che nella strategia navale pesa più di quanto si creda. Avere una nave ammiraglia significa mostrare bandiera, ricevere delegazioni, partecipare a esercitazioni, segnalare ambizione. Le marine non sono soltanto strumenti di guerra. Sono ambasciate armate, strumenti di prestigio, piattaforme di influenza.
La partita geopolitica nell’Indo-Pacifico
L’Italia non ha la forza degli Stati Uniti, della Cina o dell’India nell’Indo-Pacifico. Ma può inserirsi in modo selettivo. La cooperazione con l’Indonesia serve esattamente a questo: costruire una presenza credibile in un’area lontana geograficamente ma vicina economicamente.
Le rotte dell’Indo-Pacifico sono vitali per l’Europa. Da lì passano energia, merci, componenti industriali, semiconduttori, materie prime, flussi commerciali. In un tempo in cui la globalizzazione non è finita ma si è militarizzata, la sicurezza delle rotte marittime è diventata parte della sicurezza nazionale.
L’Indonesia, inoltre, è un attore particolare: non vuole essere satellite di nessuno. Non vuole farsi assorbire dalla Cina, ma nemmeno diventare semplice avamposto degli Stati Uniti. Cerca margini di autonomia, diversifica i fornitori, compra da più Paesi, mantiene una postura di equilibrio. Per l’Italia questo è uno spazio interessante: proporsi come partner tecnologico e militare senza apparire come potenza dominante.
La dimensione geoeconomica
La vera posta è geoeconomica. La cessione della Garibaldi può aprire commesse, manutenzioni, aggiornamenti, addestramento, ricambi, consulenze, sistemi di bordo, cooperazione industriale. Una nave donata oggi può generare contratti domani. È la logica del ciclo lungo: non vendere solo un mezzo, ma entrare nell’ecosistema di difesa di un Paese.
Per l’industria italiana, l’Indonesia è un mercato prezioso. È grande, ha ambizioni navali, deve proteggere un immenso spazio marittimo e non vuole dipendere da un solo fornitore. Questo crea opportunità per Fincantieri, Leonardo, le aziende della subacquea, dell’elettronica, della formazione militare, della manutenzione e dell’ammodernamento. Inoltre, coinvolgere la cantieristica indonesiana nei lavori di modernizzazione consente a Giacarta di presentare l’operazione non come dipendenza dall’estero, ma come crescita della propria base industriale. È un dettaglio politico importante. Ogni grande Paese emergente vuole comprare tecnologia, ma vuole anche assorbirla, adattarla, nazionalizzarla almeno in parte.
Una nave vecchia dentro una strategia nuova
La Garibaldi lascia l’Italia quando ormai la Marina guarda ad altre piattaforme. Ma proprio perché non è più indispensabile alla postura italiana, può diventare utile altrove. Questo è il paradosso dell’operazione: una nave superata per Roma può essere ancora preziosa per Giacarta.
La domanda vera non è dunque: perché l’Italia regala una portaerei? La domanda corretta è: che cosa ottiene l’Italia in cambio di una nave che avrebbe comunque dovuto mantenere, vendere con difficoltà o demolire? La risposta è chiara: ottiene un rafforzamento del rapporto con una potenza marittima emergente, consolida la propria industria della difesa, si posiziona nell’Indo-Pacifico, evita costi interni e trasforma una dismissione in diplomazia strategica. Non è beneficenza. È politica di potenza in formato italiano: meno clamorosa di quella americana, meno aggressiva di quella cinese, ma non per questo priva di calcolo. La Garibaldi non porta più l’Italia in missione. Ma può ancora portare l’Italia dentro un teatro decisivo del secolo.
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