Nell’attuale periodo storico è difficile poter individuare un leader che si stia distinguendo per le sue capacità di attraversare indenne il caos geopolitico causato dai conflitti in Ucraina e in Medio Oriente. Eppure diversi analisti sono concordi nel ritenere il dittatore della Corea del Nord Kim Jong Un quasi immune alle conseguenze delle guerre in corso riconoscendogli anzi di essere riuscito a sfruttare a proprio vantaggio il peggioramento delle relazioni dell’Occidente con la Russia e la Cina.

“È sopravvissuto a Donald Trump, alle sanzioni e alla pandemia. Chi nella sua posizione non sarebbe trionfante?” dichiara al Financial Times Andrei Lankov, professore di storia all’università Kookmin di Seul, facendo riferimento alle immagini di incontri pubblici in cui il leader nordcoreano è apparso particolarmente raggiante. “Il regime della Corea del Nord è molto più sicuro rispetto a com’era nel 2011 quando Kim è arrivato al potere. Ha represso l’opposizione interna, ha costruito un formidabile programma di armi nucleari, ha rafforzato il suo controllo sulla società e il deteriorarsi delle relazioni della Russia e della Cina con gli Stati Uniti sta giocando a suo favore” afferma Peter Ward, esperto del Centro europeo per gli studi nordcoreani presso l’università di Vienna.  

Kim sembra essersi liberato di una condizione di dipendenza causata dalla ricerca spasmodica di attenzioni e riconoscimento da parte di Washington. Una strategia emersa con grande evidenza durante gli anni di Trump alla Casa Bianca che ha raggiunto lo zenit in occasione dei due incontri con il tycoon del 2018 e del 2019. “Kim Jong Un mi ha scritto belle lettere e ci siamo innamorati”, così il miliardario descriveva le relazioni con il dittatore asiatico dopo mesi di provocazioni e minacce da entrambe le parti. Il perseguimento della teoria del pazzo ad opera dei due leader aveva prodotto un miglioramento delle interazioni fra i due Paesi confermando però quanto per la Corea del Nord fosse necessario ingraziarsi il nuovo “amico americano”. 

Una pandemia, un cambio di amministrazione alla Casa Bianca e due guerre dopo, poco è sopravvissuto del rapprochement tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti. L’aspirante Machiavelli di Pyongyang guarda adesso ai nemici del suo nemico storico, la Russia e la Cina, desideroso di sfruttare la loro relativa debolezza nei confronti dell’Occidente guidato dal presidente americano Joe Biden. Un segnale evidente della nuova direzione intrapresa dalla Corea del Nord è arrivato dal primo viaggio all’estero dal 2019 compiuto da Kim in Russia lo scorso settembre. Durante l’incontro con Vladimir Putin svoltosi al cosmodromo Vostochny il leader massimo ha parlato di “relazioni indistruttibili di cooperazione strategica” con Mosca. Un’alleanza cementata con l’invio di oltre un milione di proiettili di artiglieria all’esercito russo impegnato nella guerra di aggressione contro l’Ucraina. In cambio, secondo l’intelligence di Seul, lo zar avrebbe fornito assistenza a Pyongyang per portare a termine il lancio del suo primo satellite militare avvenuto in questi giorni. 

Kim è riuscito poi a migliorare i rapporti anche con Xi Jinping il quale ha sempre considerato con un certo fastidio le provocazioni del vicino nordcoreano e che invece adesso, complice il rallentamento economico della Cina e le tensioni con Washington, si mostra più disponibile a farsi corteggiare dall’imprevedibile dittatore. Le autorità cinesi hanno infatti rimpatriato in Corea del Nord centinata di persone fuggite dal regime mentre gli scambi commerciali tra Pechino e Pyongyang sarebbero ai massimi livelli degli ultimi quattro anni.

Nonostante la resilienza dimostrata dal regime nordcoreano, Go Myong-hyun, esperto dell‘Asan Institute for policy studies di Seul invita però a non farsi ingannare dagli apparenti successi di Kim Jong Un ricordando come, considerando i bassi standard di vita nel Paese, il suo progetto di creare “una Corea del Nord completamente differente” resta un sogno irrealizzato.