Cavi per le telecomunicazioni, gasdotti, giacimenti di riserve strategiche, linee di comunicazione critiche: i domini sottomarini sono sempre più decisivi per gli equilibri geopolitici tra potenze e stanno attirando non solo l’attenzione dei decisori delle grandi nazioni del pianeta ma anche l’investimento e la programmazione dei colossi della Difesa, che in un clima di corsa generalizzata alla spesa per la sicurezza stanno sviluppando nuove e avanzate tecnologie per questi scenari.
Se ne è accorto anche il Financial Times, che ha ricostruito la spinta delle aziende a sviluppare capacità di difesa e proiezione tali da garantire alle forze armate più avanzate del pianeta un potenziale operativo in grado di superare i vincoli del dominio sottomarino: l’ampiezza dei territori da presidiare, le condizioni estreme per la pressione dell’acqua, la sostanziale difficoltà a governare un ambiente del pianeta che in larga misura è meno conosciuto dello spazio esoatmosferico.
Il laboratorio della nuova guerra sottomarina
Iniziative come la Digital Ocean Vision della Nato, la nuova strategia di sicurezza nazionale francese per la difesa dei fondali marini, la strutturazione del Polo Nazionale della Dimensione Subacquea in Italia e la regia della Federal Communications Commission statunitense sulla tutela dei cavi sottomarini puntano tutte nella stessa direzione: aumentare la consapevolezza e la prontezza operativa di fronte a crescenti esempi di utilizzo della dimensione subacquea come dominio di guerra ibrida o asimmetrica.
Il Mar Baltico ha mostrato, in tal senso, importanti esempi sia col caso del sabotaggio del gasdotto Nord Stream nel settembre 2022 sia con i movimenti della “flotta ombra” russa contro i cavi tra Estonia e Svezia, dinamiche che hanno esaltato la rilevanza strategia del dominio sottomarino.
“Con la rapida evoluzione della moderna tecnologia per le profondità marine, la portata della guerra sui fondali marini si è estesa da rudimentali tattiche di taglio dei cavi e di censura a operazioni sofisticate che coinvolgono sorveglianza, ricognizione e persino guerra informatica”, nota l’Observer Research Foundation in un’analisi firmata dall’analista militare Samuel Bashfield, che aggiunge come a causa della ricchezza e complessità delle sue infrastrutture “l’Europa, un importante punto caldo geopolitico, sta rapidamente diventando il ground zero per il futuro della guerra sui fondali marini, con crescenti preoccupazioni che tattiche simili possano estendersi all’Indo-Pacifico.
Le aziende in corsa per la difesa dei fondali
A tal proposito il Ft ha analizzato la salienza degli investimenti dei big della Difesa, citando le mosse di gruppi come Bae e Thales per sviluppare veicoli autonomi per l’uso militare, tecnologie di raccolta informativa e altri apparati strategici, l’attenzione data al dominio underwater da attivissimi player come la tedesca Helsing e l’americana Anduril, “erede” di Palantir nel settore della dronistica, analizzando inoltre come una fetta importante di questa rivoluzione parli italiano. Fincantieri, infatti, che si è espansa nell’underwater e ha aperto all’assimilazione della divisione sottomarina dell’altro colosso nazionale, Leonardo, ha un ruolo da protagonista.
Sottolinea il Ft, infatti, che “il più grande costruttore navale europeo, prevede che il mercato globale della difesa e delle imbarcazioni subacquee commerciali crescerà di 50 miliardi di euro all’anno” e che “l’azienda statale italiana prevede che la sua divisione subacquea raddoppierà le dimensioni nei prossimi due anni, raggiungendo un fatturato di 820 milioni di euro nel 2027”.
Fincantieri ha anche promosso dei progetti-pilota molto attenti a mostrare l’interoperabilità tra le varie dimensioni del dominio subacqueo in un’applicazione concreta delle tecnologie militari più all’avanguardia.
Il progetto di Fincantieri per una “bolla” per Odessa
A luglio, alla conferenza di Roma sulla ricostruzione dell’Ucraina, l’ad di Fincantieri, Pierroberto Folgiero, ha presentato l’idea di una “bolla” di sicurezza da strutturare per difendere il porto di Odessa dopo la fine della guerra con la Russia, costruendo un sistema congiunto e interoperabile di droni, reti di sicurezza, sonar e tecnologie di allerta precoce che possano difendere un hub strategico per il traffico merci, il settore energetico e le telecomunicazioni del Paese invaso da Mosca nel 2022. Tutto questo con un peso decisivo affidato alla componente subacquea.
Come notato su ItalStrat, “l’obiettivo di questa bolla multilivello sarebbe articolato: rilevare e prevenire minacce”, in un contesto di risposta congiunta alle sfide marittime, aeree, subacquee, cyber, “interdire accessi ostili e proteggere infrastrutture critiche; garantire la resilienza delle rotte commerciali e dei servizi portuali; assicurare corridoi umanitari e logistici in scenari di crisi”.
Tutto questo avendo al centro la risposta alla seabed warfare. Per ora siamo a livello di caso di studio, ma mostra l’ampiezza del ragionamento in materia di risposta agli scenari di seabed warfare che sembrano esser qui per restare. E nella cui gestione l’Italia gioca in prima linea.
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