Il nuovo segretario generale della Nato Mark Rutte ha preso possesso dell’incarico l’1 ottobre e ha presentato la sua visione per il futuro dell’Alleanza Atlantica. L’ex primo ministro olandese, quattordicesimo segretario della Nato dal 1949 a oggi, ha descritto a Bruxelles, nella sede dell’Alleanza, un trittico di prese di posizione che hanno segnato alcune distinzioni nel tono comunicativo rispetto al predecessore Jens Stoltenberg.
Rutte ha parlato di deterrenza europea e di sinergia tra Nato e Ue sulla difesa; ha voluto ridimensionare il rischio di un’escalation nucleare con la Russia; fatto più sorprendente per molti commentatori, ha mandato un elogio a Donald Trump, ritenendolo il maggior iniziatore dell’attuale fase di aumento delle spese per la Difesa tra i Paesi del Vecchio Continente. Un trittico che sposta l’enfasi rispetto alla fase finale dell’era Stoltenberg, quando la Nato dell’ex premier norvegese aveva promosso un confronto muscolare con Mosca, spingendo anche al rilancio del deterrente atomico in Europa, dissuaso l’Ue dal promuovere la Difesa comune e posto l’enfasi sulla necessità dell’Alleanza Atlantica di sopravvivere a un Trump 2.0.
Rutte per una Nato europea, Kallas per un’Europa atlantica
Un discorso, quello di Rutte, da cui si può capire perché i Paesi dell’Europa occidentale abbiano fatto quadrato per sostenere l’ex premier olandese alla guida della Nato. Lo storico leader dei liberali olandesi è figura controversa per il suo passato da “falco” sui conti pubblici, come su queste colonne abbiamo più volte sottolineato, ma al contempo è stato ritenuto un candidato di compromesso più adatto per una visione che potesse conciliare le ambizioni europee e quelle nordamericane rispetto ai possibili papabili dell’Est Europa. Prima fra tutte quella Kaja Kallas, ex premier estone, dirottata al ruolo di Alto rappresentante per le politiche estera e di sicurezza comune (Pesc) dell’Unione Europea.
Arriviamo così alla situazione quasi paradossale di un’Ue che ha una politica estera guidata da una figura che spinge l’enfasi sull’atlantismo duro e puro e di una Nato che invece ha a capo Rutte, convinto assertore della convergenza tra campi. L’European Council of Foreign Relations (Ecfr) ha sottolineato che nella convergenza Ue-Nato il compito di Rutte sarà far pesare maggiormente la necessità di un’Europa forte a Washington: “Gli Stati Uniti dovrebbero rivedere la dichiarazione del 1998 dell’ex Segretario di Stato Madeleine Albright sulle ” Tre D ” (no duplication, no discrimination, no decoupling)” con cui hanno messo come dottrina la loro ostilità a ogni forma di difesa europea di maggior spessore. Per l’Ecfr “questo obsoleto discorso difensivo non riesce ad affrontare la situazione attuale, che invoca la cooperazione e il riconoscimento reciproco del valore aggiunto”.
La Nato alla prova del possibile ritorno di Trump
Rientrano in quest’ottica le prese di posizione tanto sul rifiuto del panico da conflitto diretto e nucleare con la Russia, e su Trump. Se una convergenza Ue-Nato deve sorgere, è bene che emerga a prescindere dall’esistenza di una minaccia comune usata come specchietto per le allodole. E un ritorno di Trump alla Casa Bianca, secondo Rutte che con l’ex presidente ha intrattenuto in passato rapporti cordiali, potrebbe aprire una finestra d’opportunità per spingere gli Stati europei a spendere di più per la difesa su pungolo del tycoon repubblicano.
Una visione che ha una sua lucidità e chiarezza, ma che va vista alla prova dei fatti: Rutte, premier per quattordici anni dell’Olanda membro fondatore della Nato, sa bene la natura ombelicare del rapporto tra la Bruxelles atlantica e Washington. E la presenza di figure come Kallas e altri baltici ai posti di comando dell’Ue può depotenziare la spinta alla convergenza, paradossalmente, laddove ce n’è più bisogno. Idee promettenti potenzialmente al posto sbagliato: e del resto, l’ultima parola resterà sempre quella di Washington. Anche per le priorità difensive europee.

