Nel suo testamento alla Nato, il segretario uscente Jens Stoltenberg dalle pagine di Foreign Affairs sembra invitare l’Alleanza a impegnarsi nel contrastare l’ascesa di Pechino e la sua influenza. Ma non tutti ritengono “intelligente” entrare in mezzo a conflittualità che non dovrebbero interessare direttamente l’Europa e molti membri fondamentali della Nato. Alla base delle motivazioni, una ragione semplice: l’Alleanza non influirebbe positivamente nella sicurezza della regione, anzi, forse influirebbe negativamente.
“Nel mondo odierno la sicurezza non è una questione regionale ma globale. La sicurezza dell’Europa riguarda l’Asia e la sicurezza dell’Asia riguarda l’Europa”. Il segretario Stoltenberg ha sempre sostenuto un ruolo crescente della Nato nel contrastare l’ascesa del Dragone, asserendo che “Tutto è interconnesso” e aggiungendo, in sintonia con il segretario di Stato americano Antony Blinken nel recente meeting sulla sicurezza europea e asiatica, che queste “sfide” andrebbero affrontate “insieme”. E insieme, oltre che alla Nato, sembra voler dire insieme agli Stati Uniti d’America che vedono della Repubblica Popolare Cinese il nuovo “avversario numero uno” dopo la Russia.
Un approccio controproducente?
Nel 2022 la Nato ha “ufficialmente identificato la Cina come una sfida per la sicurezza” per la “prima volta nella storia dell’Alleanza”. Una posizione presa in accordo con le agende per la strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, che già nella seconda fase del mandato Trump, e dall’inizio del mandato Biden, hanno iniziato a guardare insistentemente alla Cina come una minaccia progressiva che andava ostacolata, sopratutto nei suoi crescenti rapporti con gli Stati europei.
Mentre potenze dell’Alleanza come Francia, Germania, Regno Unito e Italia prendono parte a esercitazioni militari congiunte con i partner militari asiatici, con il Giappone inviano unità navali di alto profilo ai margini del Mar Cinese Meridionale, dove si concentra il massimo livello di tensione tra Pechino e le altre potenze regionali come le Filippine, al centro dell’annosa questione delle zone economiche esclusive su cui affacciano le coste di Vietnam, Malaysia, Indonesia, Brunei e Taiwan. E su cui aleggia il perenne timore dell’invasione.
Secondo l’analisi pubblicata da Foreign Affairs tuttavia, attirare l’Alleanza in Asia sulla base dell’imperativo di garantire una “sicurezza transatlantica e indo-pacifica” interconnessa alla “più stretta collaborazione tra Pechino e Mosca“, non fa altro che “alimentare la narrazione di uno scontro guidato dagli Stati Uniti tra blocchi globali”, e rischia di “alienare i Paesi asiatici senza in ultima analisi contribuire a rafforzare la sicurezza regionale o la deterrenza”.
Un suggerimento che sembra strizzare l’occhio alle richieste degli Stati Uniti affinché i partner della Nato garantiscano un determinato livello di Difesa. Ossia il minimo richiesto ai partner europei che dovrebbero investire nel settore almeno il 2% del PIL l’anno. Ciò vorrebbe che il “contributo europeo ripensato alla sicurezza asiatica” si muovesse in una direzione differente per ottenere un fine utile a tutti: “invece di cercare di proiettare la potenza militare in Asia”, i membri europei della Nato dovrebbero “rafforzare della deterrenza e della difesa convenzionali sul proprio territorio”. Tale impegno consentirebbe in breve agli Stati Uniti di “spostare più risorse [militari] in Asia“. Un concetto strategico abbastanza semplice, anche per dei profani.
Accordi bilaterali e basso profilo
Secondo gli analisti di Foreign Affairs e le loro fonti “non esiste una soluzione unica per la sfida alla sicurezza presentata da Pechino; gli stati nell’Indo-Pacifico stanno elaborando strategie diverse per affrontare i loro problemi con la Cina”. Per questo gli Stati europei dovrebbero “impegnarsi per integrarsi più pienamente nell’architettura di sicurezza della regione”.
I partner europei della Nato quindi dovrebbero appoggiare la via che porta verso un “mix di accordi bilaterali e multilaterali” nella regione dell’Indo-Pacifico. Curandosi sì di questioni come la sicurezza informatica, l’energia pulita sostenibile, la resilienza della catena di approvvigionamento, e attenzionando ogni tipo di espansione militare e potenzialmente aggressiva di Pechino, anche se il suggerimento che si coglie è proprio quello di mantenere un “profilo più basso in Asia”, e una postura meno aggressiva o difensiva per evitare di “alimentare la paranoia cinese”e procedere al contrario verso cooperazioni pratiche e discrete con partner regionali.
Questo mentre la comunità d’intelligence occidentale dei Five Eyes – probabilmente – continua a monitorare i progressi, le mosse e le strategie alle basa delle intenzioni di Pechino.
Approcci sfumati contro posizioni rovinose
Attrarre la Nato in Asia e vederla a capo di uno sforzo anti-cinese alla luce del sole, sembra essere ritenuta “in ultima analisi controproducente”, asserendo che in questo modo “sia l’Asia che l’Europa” sarebbero “meno sicure, non di più”.
Se l’obiettivo è “contrastare efficacemente la crescente imposizione della Cina in Asia”, le “piattaforme occidentali militarizzate non sono la risposta migliore”.
Sarebbe invece auspicabile la linea secondo la quale i Paesi asiatici, che temono l’espansionismo cinese, di concerto con quelli europei, che temono l’influenza cinese nella regione del Pacifico e la futura ingerenza di questa potenza in ascesa, elaborino insieme “approcci più sfumati e calibrati che non alimentino ulteriori conflitti”. Impedendo in questo modo che i ricostruiti blocchi possano raggiungere quelle posizioni definite “potenzialmente rovinose” che condurrebbero a conflitti dalla portata inimmaginabile.
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