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Nel clima della competizione globale accelerata dei nostri tempi, della Guerra Fredda 2.0 e della crisi aperta dell’ordine internazionale post-1989, la Nato alza l’asticella delle critiche contro la Cina. E, anzi, sembra quasi elevare a dottrina strategica il doppio contenimento desiderato da alcune frange degli apparati federali americani, sovrapponendo alla sfida russa quella cinese in testa alla priorità delle minacce. Lo segnala il comunicato finale del summit di Washington: tutti i leader, dal padrone di casa Joe Biden al globetrotter Viktor Orban fresco di passerella a Pechino da Xi Jinping, hanno siglato un comunicato in cui la Cina è definita “un facilitatore decisivo della guerra della Russia contro l’Ucraina” .

La Cina “non può consentire la più grande guerra in Europa nella storia recente senza che ciò abbia un impatto negativo sui suoi interessi e sulla sua reputazione”, dice il comunicato. Che per Pechino, parola della missione permanente presso l’Unione Europea, è zeppo di “provocazioni, bugie, incitamenti e diffamazioni” oltre che di una “retorica belligerante“. Il comunicato di Washington rafforza una tendenza già insita nel Concetto Strategico dell’Alleanza Atlantica, pubblicato nel 2022, in cui si parlava del portato delle “sfide sistemiche alla sicurezza euro-atlantica” condotte dalla Cina. Dalle “sfide e opportunità” del rapporto con Pechino si era poi passati al comunicato del summit di Vilnius del 2023: la Cina è stata percepita come una “minaccia per i valori e gli interessi alla sicurezza”, rinfocolando i dualismi da “West vs The Rest” oggi esplosi definitivamente con l’atto di accusa sull’Ucraina.

Altre accuse riguardano la sfida della disinformazione e la cosiddetta “guerra ibrida” condotta tramite infiltrazioni cyber e attacchi hacker, di cui Pechino è pesantemente accusata: alla vigilia del summit di Washington “gli Stati Uniti e diversi suoi alleati hanno messo in guardia da un gruppo di hacker legato al ministero della Sicurezza dello Stato cinese che sembra essere concentrato sul furto di segreti governativi e commerciali ben protetti”, ha scritto il New York Times.

Anche la Nato, dunque, inizia a assecondare una postura geostrategica che ne allarga la responsabilità dal principio di garanzia e sicurezza del blocco euroatlantico, oltre che di deterrenza convenzionale e coordinamento militare in Europa, a quello, più ampio, di puntello degli interessi del sistema occidentale su scala globale. Il summit di Washington ha visto in campo una “Nato mondiale” con l’invito rivolto a Australia, Corea del Sud, Giappone e Nuova Zelanda a parteciparvi, rappresentando uno spaccato degli interessi globali della sicurezza collettiva della potenza egemone della Nato, gli Stati Uniti. Oggi concordi, trasversalmente a politica e apparati, della necessità di contenere sia l’assertività russa sia quella cinese. Un dettame strategico che l’amministrazione Biden ha sviluppato e passerà in caso di alternanza alla Casa Bianca anche a un possibile rientrante governo di Donald Trump.

C’è la Nato, ci sono anche i Five Eyes (l’alleanza di spie dell’Anglosfera con Usa, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda), c’è l’Alleanza Aukus (il patto navale Australia-Regno Unito-Usa) e il nerbo del patto Quad per l’Indo-Pacifico (Usa, Giappone, Australia a cui si unisce l’India) nella summa degli inviti al summit che rende l’Alleanza sempre meno “Atlantica” nel suo focus e nel suo baricentro. Ora la frontiera è una competizione con la Cina che i Paesi dell’Alleanza affrontano sia col dato della rivalità economica e industriale sia con quello dell’innalzamento della deterrenza militare. Fino alle “crociere” di navigazione alle porte della Cina nel Mar Cinese Meridionale.

Una scelta saggia? Tutto da vedere. Ci ha provato, nel suo piccolo, Giorgia Meloni a ricordare la necessità di un inviato speciale per la sponda Sud, quella del Mar Mediterraneo che affaccia su Medio Oriente e Africa, per la Nato. Spazio dove l’Italia potrebbe avere più diretta prospettiva di coinvolgimento e manovra, oltre che ruolo politico, per rafforzare la sicurezza collettiva. Ma i venti che spirano da Washington parlano chiaro: la Cina va contenuta. E l’impeto politico sembra destinato ad assecondare questa scala di priorità negli anni a venire. Americanizzando ancor di più, se ce ne fosse necessità, i rapporti di forza interni ai 32 membri della Nato.

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