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La Nato nella giornata del 4 aprile festeggia il 75esimo anniversario della sua esistenza. L’Alleanza Atlantica fu fondata nel 1949 ed ha attraversato diverse fasi nella sua storia.

Vissuta per un quarantennio come estensione dell’Occidente nel campo bipolare che condivideva col Patto di Varsavia guidato dall’Unione Sovietica, la Nato dopo la fine della Guerra Fredda ha, in proporzione all’evoluzione della traiettoria globale della sua potenza-guida, gli Stati Uniti, cambiato prospettiva e missione.

Dal 1989 al 2001 è stata l’arena di riferimento del “gendarme del mondo” statunitense, esordendo tra il 1995 e il 1999 sul terreno con le campagne aeree in Jugoslavia. Nel 2001 gli attacchi dell’11 settembre e nel 2003 l’invasione americana dell’Iraq hanno aperto una faglia interna all’Europa sul sostegno in campo atlantico alla “guerra globale al terrore” proclamata da Washington, mentre dal 2008 in avanti il ritorno della Russia come grande potenza suggellato dalla crisi ucraina ha contestualizzato una svolta concettuale con il rafforzamento del principio di sicurezza collettiva coincidente con la spinta sulla deterrenza contro Mosca dopo l’inizio della crisi ucraina nel 2014. Il 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina e la parallela ascesa della Cina a rivale strategico numero uno degli Usa, ha aperto il dibattito su una Nato “mondiale” capace di saldarsi a un sistema di alleanze più ampio fatto coincidere dagli Usa col campo democratico.

L’alleanza militare più estesa del globo conta 32 membri dopo i recenti ingressi di Finlandia e Svezia, che hanno allargato il fronte della deterrenza antirussa nel Baltico. “Vladimir Putin ha reso la Nato nuovamente grande”, diceva nel febbraio 2023 a InsideOver l’ex direttore della Cia David Petraeus. Una Nato, va detto, profondamente mutata rispetto alle direttrici originarie. Inizialmente la Nato si fondava sul principio del suo primo segretario, “Americans in, Russians out, Germans down“. Dopo la seconda guerra mondiale si voleva evitare che il ritorno degli Usa all’isolazionismo abbandonasse l’Europa a una nuova fase di crisi, alzando il muro del contenimento all’Unione Sovietica e irretendo dalla riscossa una Germania di cui non si capiva la traiettoria. Il Patto Atlantico siglato a Washington il 4 aprile 1949 fu soprattutto farina del sacco britannico e, in secondo luogo, francese.

Tuttavia, lungi dall’applicarsi all’Europa e agli Usa, il motto romano sull’ellenizzazione della Res Publica conquistatrice dell’avanzata Grecia nel I secolo a.C. (Graecia capta ferum victōrem cepit) non si è applicata alla Nato. Tanto che 75 anni dopo il motto della Nato è ribaltabile. Non sono più le potenze europee a volere Americans in ma Usa e, in secondo luogo, Regno Unito a volere gli europei dentro (Europeans in). O, in altre parole, a puntare sulla solidarietà transatlantica come proiezione strategica e militare capace di blindare il campo occidentale, inteso in senso geopolitico, da ogni deviazione. Fosse questa la materializzazione della saldatura tra Europa, Russia e Cina in ambito commerciale ed energetico o l’emersione di un’Europa-potenza autonoma in campo militare. In quest’ottica la Nato ha inglobato nell’ultimo trentennio buona parte dell’ex campo socialista fino a far coincidere le frontiere esterne dell’Unione Europea con le sue. E così i membri più tiepidi sull’integrazione comunitaria in settori strategici (Polonia, baltici, Paesi del Nord Europa) finiscono inevitabilmente per essere anche i falchi atlantici filo-americani dell’Europa.

23 dei 27 Paesi dell’Unione Europea sono membri Nato: dei Paesi principali fanno oggigiorno eccezione solo l’Austria e l’Irlanda, a cui si aggiungono Cipro e Malta. Inoltre, la Nato incorpora Paesi europei come Montenegro, Albania, Macedonia del Nord e Islanda che non fanno parte dell’Ue in un’architettura securitaria che alle sue frontiere più calde vede i Paesi maggiormente interpreti del “credo” oggigiorno in voga. Quello, cioè, che inverte gli addendi del 1949 facendo cambiare il risultato. E mantenendo sul fronte geopolitico valido quel Germans down che in sostanza rappresenta il leitmotiv della relazione euro-atlantica dal 1949 a oggi. Come ben dimostrato dall’aumento del sostegno militare Usa alla Polonia nel momento in cui la guerra in Ucraina imponeva la “svolta epocale” alla Germania sulla Difesa.

Del resto, ormai, come ha detto a InsideOver Alessandro Politi della Nato Defence College Foundation, “la divisione del lavoro che ancora non è stata sancita politicamente, accompagnata con delicatezza da molti presidenti Usa, è chiara: l’obiettivo strategico della Nato è potenziare la deterrenza convenzionale europea nei confronti della Russia, per la cui concretizzazione il Vecchio Continente dovrebbe fare scelte di rottura come quella di standardizzare gli armamenti, non ben vista da molte industrie che temono di perdere profitti”. In sostanza, dunque, la strategia americana ha finito per inglobare quella europea perché per decenni l’Europa si è pensata a-strategica dentro l’Alleanza Atlantica, con qualche ridotta eccezione (gli già citati Regno Unito e Francia). 75 anni dopo la sua nascita, la Nato è sempre più…”transatlantica”, ovvero orbitante attorno alle linee guida Usa, che hanno colmato il vuoto pneumatico dell’assenza di un’ambizione europea di trasformare lo spazio comune degli attuali Ventisette in una gamba più autonoma del campo occidentale. Con conseguenze che vediamo da tempo sdoganate nel conflitto ucraino, ove l’Europa appare più oggetto che soggetto di una contesta tra moderni imperi.

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