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Il vertice della Nato a Bruxelles si preannuncia come uno dei più importanti di questi ultimi anni. L’Alleanza atlantica si riunisce dopo la pandemia di Covid-19, dopo l’elezione di un nuovo presidente degli Stati Uniti e con un’Europa che sta cercando di ritrovare un precario equilibrio non solo per la crisi economica e politica che la sta dilaniando, ma anche perché è prossima al cambio della guardia a Berlino e forse a Parigi. E la Nato, frutto dell’elaborazione strategica americana che ha voluto legare l’Europa al destino di Washington, sente la necessità di modificare la propria pelle in vista di un cambiamento che vede gli Stati Uniti sempre più intenzionati a modificare i parametri del proprio impero e di limitare l’avvento della Cina nel panorama mondiale. In attesa che la stessa Alleanza trovi un nuovo segretario generale.

Il piano della Nato per il 2030

A far comprendere la portata del vertice è Io stesso Jens Stoltenberg, che da Bruxelles invia un messaggio molto chiaro: “I Paesi attorno a questo tavolo sono 30 delle democrazie più forti. Rappresentano quasi un miliardo di persone, metà della potenza economica mondiale e più della metà del forza militare. Oggi iniziamo un nuovo capitolo nelle relazioni transatlantiche con l’accordo Agenda 2030“. Elementi che già aiutano a comprendere le chiavi di questo incontro. C’è il richiamo alle “democrazie”, termine molto caro allo stesso Biden che ha più volte espresso la necessità di ricreare un blocco delle democrazie che si contrapponga a sistemi considerati estranei a questo mondo: quindi agli stessi nemici strategici degli Stati Uniti. C’è un richiamo alla volontà di compattare un blocco che con Donald Trump sembrava essersi disciolto. E c’è soprattutto l’idea di creare un sistema che abbia voglia di ricalibrare gli obiettivi strategici a medio termine: di qui il riferimento all’Agenda 2030.

Il documento Nato 2030 in questo senso è esemplare. L’Alleanza atlantica infatti pone la Cina subito dopo la Russia come principale avversario strategico. E questo è particolarmente interessante se si pensa che il blocco atlantico nasceva esclusivamente in funziona anti-sovietica e come garanzia dell’ombrello americano sull’Europa. Adesso invece è Pechino a essere considerata il vero “avversario sistemico”, anche più della stessa Russia, che comunque Stoltenberg ha voluto ribadire essere un problema per tutta l”area euro-atlantica. Tuttavia, è chiaro che il richiamo a Mosca come problema principale per l’Europa sia soprattutto un modo per confermare la necessità stessa della Nato e per rassicurare i partner dell’Europa orientale e settentrionale, così come per inviare un segnale alla Turchia di evitare un eccesso di amicizia con il Cremlino.

Lo sguardo si volge a Pechino

La differenza tra i due nemici della Nato è data proprio dal documento sul 2030, in cui viene inserita una descrizione estremamente significativa del ruolo prioritario che ha Pechino nell’agenda atlantica. “Per la maggior parte degli alleati, la Cina è sia un concorrente economico che un importante partner commerciale. La Cina è quindi meglio intesa come un rivale sistemico a tutto campo, piuttosto che un attore puramente economico o un solo attore della sicurezza focalizzato sull’Asia” spiega il documento. Cosa che in pratica già la differenza dalla percezione che Bruxelles ha di Mosca, dal momento che sul fronte russo il problema assume connotati quasi esclusivamente militari. “Sebbene la Cina non rappresenti una minaccia militare immediata per l’area euro-atlantica sulla scala della Russia” continua, infatti, il documento, “sta espandendo la sua portata militare nell’Atlantico, nel Mediterraneo e nell’Artico, approfondendo i legami di difesa con la Russia e sviluppando missili e aerei a lungo raggio, portaerei e sottomarini da attacco nucleare con portata globale, ampie capacità spaziali e un arsenale nucleare più ampio”. E nella descrizione di quella che viene considerata la minaccia cinese, si fa riferimento anche alle nuove Vie della Seta, quindi “Belt and Road, Polar Silk Road e Cyber ​​Silk Road”.

Gli obiettivi posti da questa nuova agenda atlantica riguardano soprattutto la possibilità di convertire la Nato in qualcosa di non solo militare, ma di più ampio respiro, che faccia sistema e che possa intervenire proprio per evitare che la Cina riesca a penetrare negli Stati più deboli appartenenti all’Alleanza ma anche in tutte quelle potenze piccole e medie che sono state allettate dagli investimenti di Pechino. Questione che è stato segnalata anche da Mario Draghi, che pur confermando di voler rivedere il memorandum sulla Via della Seta, ha comunque ribadito a margine del G7 di non essere così convinto di una linea estremamente dura verso il gigante asiatico.

Il prossimo incontro Biden-Putin

A far comprendere questo nuovo concetto strategico della Nato per il prossimo futuro ci ha pensato anche Robert Kaplan, intervistato da Anna Lombardi per La Repubblica. Il politologo, “geopolitical chair” del Foreign Policy Research Institute e consultente del Pentagono, ha infatti ricordato come anche il fatto che Biden e Vladimir Putin si incontrino dopo questo summit G7 e Nato sia indicativo di una possibile svolta della visione atlantica nei confronti di Mosca, palesemente non più il vero obiettivo strategico. “Gli Stati Uniti vogliono garantirsi che gli hacker non diano ulteriori problemi in patria e hanno bisogno di basi in Asia Centrale per non perdere del tutto il controllo dell’Afghanistan. I russi aspirano a essere riconosciuti come grande potenza e vogliono svincolarsi dall’ormai soffocante abbraccio di Pechino. La nuova via della Seta ha spinto i cinesi in paesi un tempo nella loro sfera d’influenza. E la superiorità tecnologica del Dragone li innervosisce”.

Il vertice Biden-Putin servirebbe quindi anche al Cremlino per evitare di essere considerato eccessivamente legato alla Cina, partner che è diventato necessario più per la volontà europea e americana di far fuori Mosca dal consesso occidentale che dal reale desiderio russo di ancorarsi all’Asia. L’obiettivo di Putin è sempre stato quello di far sì che la Russia fosse considerata alla pari delle altre grandi potenze e in grado di declinare una propria politica autonoma erede (anche) delle strategie sovietiche. Ma la delusione dopo aver osservato la spinta americana verso un mondo unipolare lo ha fatto ripiegare su Pechino e sulle sirene di un mondo a trazione orientale e potenzialmente “de-dollarizzato” e con la Cina e comprare le risorse e gli idrocarburi russi. Ma nel gioco tra superpotenze, Mosca vuole essere battitore libero. E forse, paradossalmente, può essere proprio la Nato un prezioso alleato nascosto per riequilibrare il gioco.