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Le sfide del quinto dominio viaggiano anche sui mari. La Marina Militare lo sa: nell’esercitazione “Mare Aperto 2024” tenutasi di recente nel Tirreno, che su InsideOver vi abbiamo raccontato in prima persona (in apertura, una foto tratta dal reportage di Paolo Mauri), uno spazio importante delle attività operative è stato riservato all’applicazione di attività di protezione cyber degli assetti navali nel quadro delle manovre congiunte italo-francesi. A esser messo alla prova, su Nave Cavour, la portaerei ammiraglia della flotta italiana, è stata la cyber-resilienza delle piattaforme navali italiane tramite l’applicazione di “Archimede”, un prodotto in grado di generare attacchi cyber atti a massimizzare gli effetti cinetici sui parametri di navigazione e valutare la capacità di reazione degli equipaggi. Parliamo dell’applicazione in campo operativo di un asset nato dalla collaborazione tra due realtà italiane: da un lato, Fincantieri, colosso nazionale della cantieristica navale, dall’altro Deas, dinamica realtà attiva nel campo del cyber.

La mossa ha coronato lo sbarco del gruppo navale triestino nel quinto dominio iniziato tre anni e mezzo fa. In una filosofia che ha rappresentato un’evoluzione naturale per un big della cantieristica passato dalla realizzazione di scafi e apparati naviganti galleggianti all’idea di proteggere e valorizzare quelle che sono piattaforme navali dall’elevata complessità tecnologica e industriale. La Marina, al contempo, ha messo alla prova la necessità di testare la capacità operative in campo cyber e le priorità della flotta in materia di resilienza e resistenza nel quinto dominio. Indicabili in almeno tre punti. Il primo, quello di capire la reale ampiezza delle minacce ibride e asimmetriche che possono colpire gli assetti navali. Il secondo, la necessità di simulare scenari di minacce cyber al naviglio in contesti operativi diversi e, dunque, di calibrare la risposta a tali sfide in scenari potenzialmente critici. In cui vanno garantite continuità della capacità operativa degli assetti navali e tutela da eventuali danni cinetici potenzialmente più impattanti. Last but not least, si pone l’obiettivo di sviluppare un sistema di cyber-resilienza che sia gestibile dagli equipaggi e capace di dare risultati in un contesto in cui le competenze dei marinai in campo cyber non sono, in larga parte, a livello professionale.

In sostanza, nel dominio navale c’è un’interconnessione tra dinamiche strutturali e contingenti che rende necessario un governo continuo degli scenari cyber rendendo fruibili, al contempo, linee guida e principi operativi. L’asse Fincantieri-Deas ha mirato a fornire alla Marina Militare un asset capace di avviare una riflessione in tal senso. “Parliamo di un ritrovato dell’industria che può contribuire a risolvere problemi securitari”, commenta Daniele Alì, chief information security officer di Fincantieri e a capo della cyber del Gruppo, “nell’obiettivo di dare una soluzione di sistema in un contesto dove integrazione e governo degli scenari operativi devono andare di pari passo”.

La lezione di Mare Aperto è che “in quest’ottica l’Italia resta all’avanguardia”, dice a InsideOver Alì, “e la cooperazione tra industria e Marina Militare è un banco di prova per far vedere come in una logica di sistema è possibile incubare soluzioni pratiche a problemi complessi, travasabili dal segmento militare a quello civile, estendendo gli orizzonti della nostra supply chain tecnologica nazionale che spingiamo sui mercati internazionali”. Aprendo al contempo “al rafforzamento della sicurezza collettiva di una forza armata fondamentale come la Marina e alla tutela dell’interesse nazionale in un quadro di sovranità tecnologica sugli asset decisivi per lo sviluppo cyber,”. In tempi di navigazione incerta per l’ordine globale, un segno ulteriore dell’importanza di fare sistema. Anche nel quadro dello sbarco del quinto dominio nel grande campo della competizione navale.

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