La crisi israeliana è l’ennesimo dossier che trova spazio nell’affollatissima agenda internazionale degli Stati Uniti. L’amministrazione Biden deve infatti fare i conti con numerosi nodi spinosi: dal braccio di ferro a distanza con la Cina alle tensioni con Pechino sul caso Taiwan, dal conflitto ucraino ai test missilistici di Kim Jong Un, senza dimenticare aree caldissime secondarie ma non per questo trascurabili.

La crisi esplosa tra Israele e Hamas è dunque l’ennesimo colpo inferto all’ordine globale. Il governo isrealiano ha reagito all’attacco mosso dal gruppo filo palestinese lanciando un’offensiva nella Striscia di Gaza. Il rischio più grande è che la contesa possa estendersi all’intero Medio Oriente coinvolgendo molteplici attori. Lo scenario peggiore è che i combattimenti a Gaza si trasformino in una guerra regionale.

In tal caso, come ha evidenziato Nikkei Asian Review, se la vicenda mediorientale dovesse allargarsi – per di più in contemporanea alla guerra in Ucraina, ancora in fase di stallo – allora c’è il rischio che anche la sicurezza dello Stretto di Taiwan e della penisola coreana possano essere profondamente colpite. Il motivo è semplice: a detta di vari analisti, gli Stati Uniti non avrebbero il potere militare per affrontare così tante crisi, e per di più così gravi, nello stesso momento.

Cosa rischiano gli Usa

Era il 2013 quando Barack Obama dichiarava che gli Stati Uniti non sarebbero più stati i “poliziotti del mondo”. Oggi il mondo è cambiato rispetto a dieci anni fa, e i focolai di tensione si sono moltiplicati. Come possono le forze armate Usa far fronte a due o più grandi conflitti che scoppiano contemporaneamente in Europa, Medio Oriente e Asia?

Lo scorso luglio, l’allora presidente del Joint Chiefs of Staff del Pentagono, Mark Milley, spiegava che gli Stati Uniti sono in grado di affrontare una grande guerra alla volta, ma che allo stesso tempo possono fare in modo di prevenire o scoraggiare più conflitti in contemporanea. Le parole di Milley sono chiare: gli Stati Uniti affronteranno gravi sfide se la Cina dovesse invadere Taiwan, capitalizzando le turbolenze in Ucraina e in Medio Oriente, o se la Corea del Nord dovesse inviare truppe in Corea del Sud per lo stesso motivo.

Per scoraggiare tali azioni, a detta dello stesso Milley, Washington e i loro alleati dovrebbero aumentare la deterrenza contro i due paesi. Potrebbe però non bastare, e in ogni caso ci sono numerosi punti di vista sul tema. C’è, infatti, chi sostiene che una guerra in Europa possa non influenzare in maniera rilevante la sicurezza asiatica perché le forze di terra probabilmente giocheranno un ruolo chiave nel Vecchio Continente, mentre le principali battaglie in Asia si svolgerebbero probabilmente in mare. Gestire una situazione del genere non sarebbe però comunque facile per gli Usa, poiché le forze armate avrebbero bisogno di munizioni, missili e aerei in entrambi gli scacchieri.

Ridurre i focolai di tensione

In Asia, l’equilibrio militare tra Usa e Cina è già salito a favore di Pechino. Le forze statunitensi stimano che dal 2021 il numero di aerei da combattimento, navi e sottomarini cinesi abbia già raggiunto da cinque a 5,6 volte quello del Comando Indo-Pacifico in ogni categoria. Dato un simile contesto, è lecito supporre che la Cina e la Corea del Nord possano approfittare della situazione per tentare di realizzare i loro obiettivi. Tanto più se la guerra in Medio Oriente dovesse allargarsi e prolungarsi.

Per stroncare uno scenario, Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud hanno da tempo rafforzato la loro deterrenza contro Pechino e Pyongyang. Ancora una volta, potrebbe non bastare. Ecco perché il governo statunitense monitora con attenzione la crisi israeliana, cercando di frenare la “vendetta” di Tel Aviv.

“Non abbiamo alcuna intenzione, nè abbiamo piani in proposito, di inviare truppe da combattimento in Israele o a Gaza. Punto”, ha intanto ribadito il vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris. Secondo il Wall Street Journal, infine, sarebbero stati gli Usa a spingere per il ripristino delle comunicazioni telefoniche e Internet a Gaza che Israele aveva interrotto prima dell’avvio delle operazioni di terra. Tutto purché la crisi israeliana rientri senza diffondersi nel resto della regione.  

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