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Difesa

La guerra in Venezuela? Negli Usa un grande affare per i big della Difesa e per i grandi fondi

L'escalation militare degli Stati Uniti contro il Venezuela avvantaggia principalmente il complesso militar-industriale.
Venezuela

Sale la tensione tra Stati Uniti e Venezuela. Lunedì scorso, le forze militari statunitensi hanno condotto un nuovo strike contro una imbarcazione sospettata di traffico di droga nel Mar dei Caraibi lunedì scorso, uccidendo quattro persone a bordo. Dall’inizio di settembre, gli Usa hanno distrutto almeno 21 natanti in 20 operazioni nelle acque internazionali, causando la morte di almeno 80 individui. L’amministrazione Trump descrive queste azioni – di cui i dettagli restano scarsi – come parte di un’offensiva antidroga denominata “Operation Southern Spear” dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth. L’obiettivo politico, ormai dichiarato, è il regime change in Venezuela al fine di rovesciare il regime di Nicolas Maduro.

Nel frattempo, infatti, la pressione sul Venezuela e su Maduro aumenta. La portaerei nucleare USS Gerald R. Ford – la più grande e avanzata al mondo – è arrivata in queste ore nel nord dei Caraibi. La nave, richiamata dal Mediterraneo, si unirà a 15.000 militari, inclusi 2.000 Marines su una nave d’assalto anfibia. Inoltre, nei Caraibi sono schierate importanti unità navali della US Navy: i cacciatorpediniere lanciamissili classe Arleigh Burke dotati del sistema Aegis USS Gravely (DDG-107), USS Jason Dunham (DDG-109) e USS Stockdale (DDG-106); l’incrociatore lanciamissili classe Ticonderoga USS Gettysburg (CG-64); la nave da combattimento litoranea classe Freedom USS Wichita (LCS-13); e il sottomarino d’attacco a propulsione nucleare classe Los Angeles USS Newport News (SSN-750), in grado di lanciare missili da crociera Tomahawk.

Secondo un funzionario americano che ha parlato a Npr,”il tavolo si sta apparecchiando” per possibili azioni militari contro il Venezuela. La guerra è ormai prossima, ma la domanda è: chi ci guadagna? Responsible Statecraft ha elaborato una risposta a questa domanda.

Il complesso militar-industriale e il Venezuela

Se c’è un settore che trae vantaggio da questa escalation, infatti, è l’industria della difesa degli Stati Uniti. Molti dei sistemi d’arma e delle navi impiegati nel potenziamento hanno costi proibitivi: i cacciatorpediniere classe Arleigh-Burke costano circa 2,5 miliardi di dollari ciascuno solo per l’acquisto; l’aereo da combattimento AC-130J Ghostrider raggiunge i 165 milioni di dollari a unità; il P-8 Poseidon circa 83 milioni; l’hovercraft Landing Craft Air Cushion (LCAC), imbarcato su alcune navi da guerra, circa 90 milioni di dollari ciascuno (Responsible Statecraft).

Anche se i contratti di fornitura per questi sistemi sono già stati assegnati, gli appaltatori beneficiano dei costi di manutenzione e dei servizi di follow-up in mare, che rappresentano circa il 70% del costo del ciclo di vita degli armamenti, spiega l’analisi di Responsible Statecraft. Un esempio lampante è General Atomics, che a metà settembre – subito dopo l’avvio della campagna statunitense contro i presunti trafficanti di droga – si è aggiudicata un contratto da 14,1 miliardi di dollari per supportare l’approvvigionamento e la manutenzione dei droni MQ-9 Reaper. Questi velivoli a pilotaggio remoto, noti per le capacità di attacco e ricognizione, sono stati avvistati nei Caraibi, dove hanno eseguito la maggior parte degli strike contro imbarcazioni sospette (Responsible Statecraft).

Grandi affari per i principali fondi Usa

Stephen Semler, giornalista e co-fondatore del Security Policy Reform Institute, ha dichiarato a Responsible Statecraft che i primi cinque appaltatori della Difesa – tra cui Lockheed Martin, Boeing, RTX (ex Raytheon) – saranno i principali beneficiari. Sebbene questo gruppo d’élite sia recentemente sfidato dalle startup della Silicon Valley, i prime ricevono già circa un terzo di tutti i contratti per armi militari esistenti.

Lockheed Martin è particolarmente presente. L’azienda è appaltatore principale del caccia F-35, icona della regione, e dell’AC-130J Ghostrider, operativo nei Caraibi. Produce anche i sistemi di combattimento Aegis delle navi da guerra, per i quali ha ricevuto un contratto da 3,1 miliardi di dollari per il supporto quest’estate. È inoltre uno dei principali produttori dei missili Hellfire, probabilmente impiegati negli attacchi in corso.

Naturalmente, le principali aziende della difesa statunitense, come Lockheed Martin, Boeing e RTX (ex Raytheon Technologies), sono in gran parte possedute da grandi fondi di investimento, che detengono la maggioranza delle azioni quotate in borsa attraverso partecipazioni diffuse. Ad esempio, per Lockheed Martin i principali azionisti includono Vanguard Group (circa l’8-9%), BlackRock (6-7%) e State Street Corporation (4-5%); per Boeing, Vanguard (8-9%), BlackRock (6-7%) e Newport Trust Company (come trustee per piani pensionistici); mentre per RTX, Vanguard (9-10%), BlackRock (7-8%) e State Street (4-5%) dominano il panorama azionario. Insomma, come spesso accade, la guerra è un grande affare. Per pochi.

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