La diplomazia si gioca su diversi canali. Ce n’è uno che piace a tutti, che è quello dei grandi vertici, dei summit “ideali”, delle telefonate bollenti tra capi di Stato e di governo e dei rapporti economici più noti. E poi ci sono i canali che piacciono meno all’opinione pubblica ma che sono invece presenti da sempre nel grande gioco della politica internazionale. Uno fra tutti, il cosiddetto mercato delle “armi”, quell’enorme settore fatto di compravendita di sistemi d’arma, unità navali, aeree, armamenti, che costituisce però non solo un gigantesco giro d’affari, ma anche un inevitabile elemento della diplomazia mondiale.

La relazione del governo

In questi giorni, la trasmissione al Parlamento della Relazione governativa annuale sull’export di armamenti (relazione richiesta dalla Legge 185/90) ha suscitato un dibattito particolarmente interessante, soprattutto alla luce dei dati trasmessi in anteprima e in modo riassuntivo dalla Rete Italiana Pace e Disarmo. Il primo dato che balza agli occhi è che nell’anno appena trascorso, quindi parliamo del 2020, le nuove autorizzazioni per l’esportazione di materiale d’armamento sono state di un valore pari a 4 miliardi. In calo rispetto al 2019 (-25%), segno anche della pandemia che ha avuto un influsso negativo sul settore, ma che conferma anche un cambiamento non irrilevante nelle scelte strategiche italiane. La Relazione aiuta infatti a comprendere anche come si è comportato il governo che ha avuto in mano il dossier “armi” fino all’anno precedente. Ed è chiaro che un crollo del valore dell’export di questo enorme settore industriale indica anche precise scelte di natura diplomatica e gli effetti voluti o collaterali delle scelte di chi guida l’esecutivo del Paese: soprattutto quando a decidere gli accordi è la formula del G2G (Government to Government).

I maggiori clienti italiani

I dati confermano alcuni trend ben definiti. L’Egitto si conferma il primo partner commerciale per il settore delle armi, continuando a essere, nonostante i casi Regeni e Zaki, il primo destinatario per le licenze di vendita del settore, con una quota di 991,2 milioni di euro in cui un enorme peso ha avuto la cessione delle due Fremm. Seguono gli Stati Uniti con 456,4 milioni (con un aumento di vendite di 150 milioni), poi il Regno Unito con 352 milioni, il Qatar, la Germania e la Romania. E tra i primi dieci Paesi con il maggior numero di autorizzazioni nel 2020 spiccano anche Francia (ma drasticamente in calo), Turkmenistan, Arabia Saudita (nonostante lo stop a missili e bombe) e Corea del Sud.

Repubblica, che ha avuto accesso al documento di più di 600 pagine contenenti le autorizzazione concesse per l’export di armi nel mondo, ha potuto constatare una serie di accordi particolarmente interessanti. C’è la cessione di “midget submarine” prodotti da un’azienda lombarda e diretti in Qatar. Ci sono ovviamente le fregate vendute all’Egitto, navi complete di sistemi d’arma come richiesto nella maggior parte dei contratti e che, come ci spiega una fonte a InsideOver, a differenza di altri Paesi vengono vendute dall’Italia già dotate di tutto, “perché l’Italia segue perfettamente le regole a differenza di molti concorrenti anche europei”. Ci sono anche accordi per decine di milioni di euro con la Turchia per agenti chimici e lacrimogeni o tecnologia per il progetto Hurjet. E ci sono contratti anche per più di 30 milioni senza che sia possibile, spiega Gianluca Di Feo di Repubblica, capire chi sia l’acquirente.

Cosa significa vendere

Quello che può apparire come un semplice “mercato” nasconde in realtà una sfida globale che per sua stessa natura implica l’intervento delle politiche dei rispettivi Stati. È chiaro che la domanda incide notevolmente sulle esportazioni – non potrebbe essere altrimenti – ma è pur sempre vero che “affidarsi” a un esportatore piuttosto che a un altro coincide anche con la scelta di chi si vuole avere come partner a livello diplomatico. I due canali di dialogo si intrecciano in maniera inestricabile e questo implica che di fondo il mercato bellico è legato a doppio filo al governo e al sistema-Paese. Di fatto è una politica di Stato, che unisce Difesa, scelte tecnologiche, tutela di una filiera economica e costruzione di precisi canali di dialogo e collegamenti con il Paese con cui si intesse questa trama di rapporti commerciali.

Una sfida globale in cui è coinvolta l’Italia

La lettura di questo settore è quindi complessa. Da un lato si deve capire con chi si intrattengono i rapporti commerciali e in che quantità, valutando quindi i rapporti diplomatici con il Paese e le sue opportunità. Dall’altro bisogna capire quale Paese ne scavalca un altro rispetto all’industria bellica: e da qui capire perché e in che modo l’altro governo ha saputo raggiungere una posizione di vantaggio. Che quasi sempre implica anche una migliore relazione diplomatica. Questo perché è impossibile che si crei un vero e proprio vuoto. Sostituire un sistema d’arma estero con un prodotto nazionale è cosa che richiede molto tempo e tecnologie adeguate: è pressoché impossibile credere che un Paese verso cui si blocca l’export resti bloccato nella sua politica militare. Il mercato bellico è quanto di più globale e ricercato ci sia nel mondo. Non deve dunque sorprendere che il ritiro da un determinato Paese o l’abbandono di un partner coincida con una ricerca di altri esportatori, che non aspettano altro che vendere e avvantaggiarsi sull’altro.

Per comprendere bene questo punto, basta osservare i dati dell’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma (Sipri). Gli Stati Uniti aumentano la loro quota di esportazioni di armi nel mondo arrivando al 37% per il 2016-20 e aumentando il divario dalla Russia. La Francia nel periodo tra il 2016 e il 2020 ha rappresentato l’8,2% delle esportazioni mondiali di armi. Anche la Germania ha aumentato notevolmente le esportazioni nello stesso lasso di tempo. In questo caso, come nel precedente, gli Stati importatori sono molto simili a quelli dell’Italia, che quindi evita alcune scelte commerciali senza però avere in alcun modo alcuna incidenza nella risoluzione dei conflitti o delle crisi umanitarie. Di fatto, l’unico effetto è quello di cedere quote di mercato in aree strategiche in cui invece si possono costruire o mantenere partnership con Paesi che permettono il controllo di alcune regioni di primaria importanza per la strategia nazionale.

Francia e Germania avanzano

La conferma arriva dai dati dell’Istituto di Stoccolma. Pensiamo appunto all’assertività francese e a quella tedesca nel Mediterraneo e in Medio Oriente, dalla crisi greco-turca alla Libia ai rapporti con Egitto e altri Stati di fondamentale importanza in Oriente. Secondo i dati Sipri, “le esportazioni combinate di armi degli Stati membri dell’Unione europea hanno rappresentato il 26% del totale mondiale nel 2016-20, la stessa percentuale del 2011-2015”. Questo dunque significa che il crollo italiano e il calo britannico (considerato ancora come Stato appartenente all’Ue per quegli anni) è stato ampiamente colmato da Parigi e Berlino. Le armi francesi, per il 48% si sono riversate in Medio Oriente e per il 26% in Asia e area del Pacifico, con una forte prevalenza di vendita di aerei da guerra e con poche navi dovuto principalmente allo smacco italiano per le Fremm vendute al Cairo. E l’export di armi dalla Germania, superiori del 21% rispetto al 2011-2015, si è rivolto all’Asia orientale e al Medio Oriente, con il dato da non sottovalutare di ben tre sottomarini ceduti all’Egitto.

Le aree di crisi e le sfide italiane

La questione diventa altrettanto interessante se si mette in parallelo la scelta di clienti e dei fornitori con la diplomazia degli ultimi anni. E tante scelte che apparivano come ideali vanno invece lette con la lente anche della compravendita di armamenti.

Pensiamo per esempio al caso della Grecia, paese in continua crescita militare e che ha “ripagato” l’intervento francese in sua difesa contro le mosse della Turchia nell’Egeo comprando i Rafale di Parigi. Adesso la Grecia cerca navi per poter implementare la flotta, e la Francia appare ben poco felice di vedere entrare nuovi potenziali venditori. Soprattutto perché fra questi c’è l’Italia, che con Fincantieri potrebbe avere un ruolo fondamentale. Il caso greco è emblematico anche per l’altra parte, la Turchia, che guarda caso ha proprio nella Germania (e anche in parte nell’Italia) tra i suoi partner migliori in termini di industria bellica. Motivo per il quale sia Roma che in particolare Berlino sono apparse ben restie da schierarsi apertamente con Atene, tanto che lo stesso governo tedesco ha rifiutato lo stop alla vendita di armi ad Ankara.

La stessa sfida può essere vista nel delicato mondo della Difesa egiziana. L’Italia, colpita nel profondo dalla morte di Giulio Regeni e dall’arresto di Patrick Zaki, ha comunque strappato un accordo con il Cairo per le due fregate che ha evitato che la Francia si impadronisse del mercato bellico dell’Egitto insieme alla Germania. Una scelta che molti hanno messo in discussione per l’opportunità del momento, ma che fa capire che da parte di altri partner europei non via sarebbe stato alcun tipo di imbarazzo a vendere al posto dell’Italia.

Stesso discorso vale per Emirati Arabi Uniti e Qatar, paesi rivali ma con cui l’Italia dialoga costantemente anche sotto il profilo bellico. La diplomazia navale, in questo senso, è stata particolarmente importante soprattutto con Doha, come dimostrato da numerosi accordi in campo sottomarino e di mezzi di superficie. Per gli Emirati, il blocco all’export di armi per la guerra in Yemen ha causato un sussulto non seguito da altri partner: gli stessi Stati Uniti, che con Joe Biden avevano bloccato momentaneamente gli accordi per gli F-35 (apparentemente per la guerra, in pratica, molto più probabilmente, su precisa richiesta di chiarimenti da parte di Israele), sono tornati sui loro passi. E sul fronte militare, l’Italia, dopo la missione di Luigi di Maio, spera ancora di poter ritornare a quel livello di accordi perso negli ultimi anni.

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