L’Intelligenza Artificiale (Ia) grazie ai suoi repentini sviluppi sta permeando sempre più la nostra vita quotidiana, e com’è logico si sta espandendo a ritmi sostenuti anche in diversi settori del mondo militare.
L’Ia viene usata, ad esempio, nella ricerca per sistemi d’arma autonomi, siano essi letali (Laws – Lethal Autonomus Weapon System) o no, nel software di missili da crociera o antinave come ausilio alla navigazione o per il riconoscimento dei bersagli più paganti, nei sistemi uncrewed come droni di qualsiasi tipologia, nella gestione della logistica non solo per migliorare il sistema di distribuzione ma anche per predire statisticamente di quali pezzi di ricambio ci sarà bisogno in un determinato arco temporale, per rilevare le possibili minacce in modo più sicuro e sistematico come il Pathfinder del Norad (North American Aerospace Defense Command), nei wargames, infine si sta cercando di utilizzarla per pilotare i velivoli in modo autonomo.
La cronaca di questi ultimi anni è ricca di successi – e insuccessi – dell’Ia applicata al mondo militare e vale la pena ricordarne alcuni per cercare di capire se stiamo entrando nell’era dell’AI Warfare come ipotizzato da qualche studioso.
La recente guerra tra Israele e Hamas ha portato alla luce il presunto utilizzo, da parte delle Idf (Israel Defence Forces), di una macchina speciale in grado di elaborare rapidamente enormi quantità di dati per generare migliaia di potenziali “bersagli” per attacchi militari. Tale tecnologia risolverebbe la problematica del “collo di bottiglia umano” sia per l’individuazione dei nuovi obiettivi sia per il processo decisionale per colpirli. Questa macchina, che si chiamerebbe “Lavender”, secondo sei ufficiali dell’intelligence israeliana, che hanno tutti prestato servizio nell’esercito durante l’attuale conflitto nella Striscia di Gaza, sarebbe stata usata per colpire obiettivi umani soprattutto nelle prime fasi delle operazioni militari. Particolare degno di nota è che gli ufficiali dell’esercito israeliano, essenzialmente, trattavano i risultati dell’Ia come se fossero una decisione umana.
Le Idf hanno negato la stessa esistenza di “Lavender”, affermando che Israele non utilizza un sistema di intelligenza artificiale che identifica gli agenti terroristici o cerca di prevedere se una persona è un terrorista. I sistemi informativi, come è stato ufficialmente riferito, sono semplicemente strumenti per gli analisti nel processo di identificazione del bersaglio, quindi in ultima istanza la decisione se colpire oppure no resta nella mani dell’essere umano. Il sistema sarebbe semplicemente un database il cui scopo è quello di incrociare le fonti di intelligence, al fine di produrre informazioni aggiornate sugli operativi militari delle organizzazioni terroristiche e non un elenco di agenti militari confermati idonei ad attaccare. Il dubbio però permane, considerando il rateo delle operazioni e il vantaggio che deriva da una simile tecnologia, che sarebbe stupido non utilizzare in combattimento.
Passando al mondo aeronautico, i progressi dell’Ia sono ancora più interessanti perché aprono a scenari in cui i piloti potranno essere “esclusi dal sistema”, ovvero ottenere una intelligenza artificiale in grado di pilotare un aereo in combattimento con risultati soddisfacenti. In effetti sono stati ottenuti risultati molto significativi da questo punto di vista.
Ad agosto 2020, negli Stati Uniti, durante una simulazione di combattimento aereo manovrato, un algoritmo ad Ia ha abbattuto per cinque volte il velivolo “pilotato” da un essere umano. La simulazione faceva parte di un concorso del Pentagono denominato AlphaDogfight Trials, riguardante il programma Air Combat Evolution di Darpa, l’agenzia statunitense per la ricerca tecnologica della Difesa.
Qualche mese dopo, sempre negli Usa, l’Ia è stata in grado di fungere da co-pilota di un U-2, lo storico velivolo da ricognizione, controllando direttamente i sensori e la navigazione tattica durante una sortita di addestramento. È notizia recente, invece, che il segretario dell’aeronautica americana Frank Kendall volerà su un F-16 utilizzato per testare la tecnologia autonoma entro la fine di quest’anno per sperimentare direttamente i progressi del programma Collaborative Combat Aircraft (Cca), che beneficia di 577 milioni di dollari di finanziamento per il 2025 e un totale di 8,9 miliardi di dollari sino al 2029. Il Cca punta a sviluppare velivoli senza pilota autonomi che coopereranno nel ruolo di “loyal wingman” con velivoli da combattimento di quinta e sesta generazione: l’aeronautica americana vuole procurarsi, insieme a 200 caccia di sesta generazione, anche 1000 droni autonomi secondo il programma Cca.
Bastano questi rapidi, e a volte inquietanti, progressi dell’Ia per parlare di AI Warfare? Crediamo che, all’attuale stadio di sviluppo tecnologico, non sia così. Una “Warfare” può essere definita come l’attività di combattimento, di guerra, in un determinato tipo di ambiente, sia esso fisico o virtuale. L’Electronic Warfare, ad esempio, è il contrasto tra due o più avversari nel campo delle onde elettromagnetiche, la Nuclear Warfare è tutto quanto concerne l’utilizzo di armamenti nucleari sul campo di battaglia, siano essi tattici o strategici, la Trench Warfare è la guerra combattuta nelle trincee, e così via.
L’Ia, attualmente, più che essere un ambiente, è un enabler ovvero un “abilitatore” che facilita l’utilizzo di altri strumenti afferenti al campo di battaglia come cacciabombardieri, unità navali, missili, logistica oppure sistemi di comunicazione e disturbo elettromagnetico. L’Ia, ad esempio, può anche essere usata per operazioni di Cyber Warfare, restando confinata operativamente nel mondo virtuale sebbene ci siano ricadute su quello fisico. Quando invece l’intelligenza artificiale sarà capace di “generare sé stessa” oltre che prendere decisioni in modo autonomo, quindi assisteremo a “battaglie” – non solo virtuali – tra intelligenze artificiali avversarie, forse allora si apriranno le porte dell’AI Warfare.