Abu Dhabi, febbraio 2025. Sotto il sole cocente dell’IDEX, la grande fiera della difesa che ogni due anni trasforma la capitale emiratina in una vetrina di cannoni e missili, è andato in scena un duello che sa di futuro. Da una parte la Corea del Sud, con il suo K9 Thunder, un obice cingolato che ha conquistato mezzo mondo; dall’altra la Cina, che ha portato il suo SH16A, un semovente ruotato con torretta automatica e ambizioni globali. Pochi metri di distanza tra i due stand, ma un abisso di strategie, geopolitica e sogni di potenza. Qui, tra il ronzio dei climatizzatori e il vociare dei generali, si è giocata una partita che va ben oltre il commercio di artiglieria: è una sfida per l’influenza, un braccio di ferro tra due potenze emergenti che vogliono dire la loro in un Medio Oriente affamato di armi moderne.
Non è un caso che tutto questo accada qui. La guerra in Ucraina ha riacceso i riflettori sull’artiglieria a lungo raggio, dimostrando che i vecchi obici – spesso liquidati come reliquie di un’altra epoca – hanno ancora un ruolo cruciale nei conflitti moderni. Precisione, gittata, mobilità: qualità che oggi fanno la differenza, dal Donbass a Gaza, dove Israele ha usato i suoi M109 americani contro Hamas, o nello Yemen, dove i sauditi hanno sparato con i PLZ-45 cinesi contro gli Houthi. Il Medio Oriente, con le sue sabbie e le sue guerre asimmetriche, è diventato un mercato d’oro per chi produce semoventi. E Cina e Corea del Sud lo sanno bene, pronte a contenderselo con ogni mezzo.
Pechino arriva con la sua classica ricetta: tecnologia solida, prezzi bassi e nessuna domanda imbarazzante. Il Norinco SH16A, presentato in grande stile a IDEX 2025, è un bestione da 155mm su ruote, con un sistema di accensione laser e una torretta senza equipaggio che promette di sparare e sparire prima che il nemico possa reagire. Non è solo un’arma, è un biglietto da visita. La Cina gioca la carta del “no strings attached”: niente prediche sui diritti umani, niente veti politici, solo affari. Vuoi un obice? Te lo diamo, magari con un trasferimento tecnologico per costruirne un pezzo a casa tua. È una strategia che ha già funzionato: l’Arabia Saudita ha comprato i PLZ-45 nel 2008, gli Emirati hanno preso gli AH4 nel 2019, e l’Egitto ci sta pensando. Ogni contratto è un tassello in più nella rete di influenza cinese, un modo per dire al mondo – e soprattutto agli Stati Uniti – che Washington non è più l’unico giocatore in città. Qui sta il punto: per Pechino, vendere armi non è solo profitto, è diplomazia. È un piede nella porta di Paesi che, pur alleati dell’Occidente, non disdegnano di guardarsi intorno.
La Corea, da comprimaria a protagonista
Dall’altra parte c’è Seoul, che in un decennio ha trasformato la sua industria bellica da comprimaria a protagonista. Il K9 Thunder non è solo un obice, è un simbolo. Cingolato, potente, affidabile, costa meno dei rivali europei e ha già messo radici in mezzo mondo: Turchia, Polonia, Egitto, addirittura la NATO lo ama. Con oltre il 50% del mercato globale dei semoventi, il K9 è il fiore all’occhiello di una Corea del Sud che vuole essere tra i big dell’export militare. Il presidente Yoon lo ha detto chiaro: puntiamo al podio, dietro solo a USA, Russia e Francia. E per riuscirci, Seoul non bada a spese: offre coproduzioni, personalizzazioni, supporto logistico. L’Egitto, con quel contratto da 1,6 miliardi di dollari, ne è la prova: 200 K9, in buona parte assemblati al Cairo. È una mossa astuta: dai al cliente non solo un’arma ma un pezzo della tua industria, creando legami che durano anni. E ora, con un motore tutto sudcoreano al posto del vecchio tedesco, il K9 taglia anche l’ultimo cordone con fornitori esterni, rendendo le vendite più rapide e indipendenti.
In mezzo a questo duello c’è Washington, che osserva con un misto di soddisfazione e preoccupazione. Gli Stati Uniti dominano ancora il Medio Oriente con caccia e missili, ma sugli obici arrancano: l’M109 Paladin, pur ammodernato, è un dinosauro degli anni Sessanta. Così, mentre la Corea del Sud – fedele alleata – riempie il vuoto con il K9, la Cina si insinua con i suoi sistemi, erodendo un po’ alla volta l’influenza americana. Per gli USA è un gioco delicato: appoggiano il successo di Seoul, che tiene i partner nella sfera occidentale, ma temono che Pechino, con il suo attivismo, possa spostare gli equilibri. Se l’Arabia Saudita o gli Emirati comprassero più SH16A che K9, non sarebbe solo una questione di mercato: sarebbe un segnale che anche i fedelissimi del Golfo guardano a Est.
Il Medio Oriente come laboratorio
E i Paesi mediorientali? Scelgono con il pragmatismo di chi vive tra guerre e petrodollari. Il costo conta, certo: un K9 o un SH16A sono più economici di un Caesar francese o di un PzH 2000 tedesco. Ma contano anche la robustezza – un obice deve funzionare nel deserto – e la politica. Comprare sudcoreano significa restare nel solco dell’alleanza con gli USA; comprare cinese è un modo per diversificare, mandare un messaggio d’indipendenza. Poi c’è la manutenzione, la compatibilità con le munizioni NATO, la possibilità di costruirne un po’ in casa. L’Egitto lo ha fatto con il K9, e chissà che gli Emirati non ci provino con lo SH16A.
Dove porterà tutto questo? La Corea del Sud sogna di fare del K9 uno standard globale, un’icona come lo è stato l’M109. La Cina, invece, vuole dimostrare che può competere con i migliori, magari spingendo l’innovazione per battere Seoul sul tempo. Intanto, il Medio Oriente diventa un laboratorio: ogni vendita è un mattone negli equilibri di potere, ogni obice schierato un pezzo di futuro. E mentre Pechino e Seoul si sfidano a colpi di tecnologia e diplomazia, il mondo guarda, sapendo che da questa gara non uscirà solo un vincitore commerciale, ma un nuovo ordine geopolitico.